Enorme CME lascia il Sole e punta la Terra: possibile tempesta geomagnetica G2 il 2 agosto

L’espulsione di massa coronale è stata generata da un brillamento solare di classe M1.9 nella regione attiva 4492. I modelli della NASA e della NOAA indicano un possibile impatto radente con il campo magnetico terrestre, capace di provocare aurore alle alte latitudini

Una vasta espulsione di massa coronale, conosciuta con la sigla CME, ha lasciato il Sole il 30 luglio e potrebbe raggiungere la Terra nella giornata di domenica 2 agosto 2026. La nube di plasma non sembra essere diretta frontalmente verso il nostro pianeta, ma le più recenti simulazioni elaborate dalla NASA e dalla NOAA indicano la possibilità di un impatto laterale, sufficiente a innescare una tempesta geomagnetica di classe G2. La notizia è stata riportata da Spaceweather.com, secondo cui l’espulsione è stata osservata dal coronografo CCOR-1 della NOAA in seguito a un brillamento solare di classe M1.9, prodotto dalla macchia solare 4492. Sebbene il picco energetico del flare non sia stato particolarmente elevato, la lunga durata dell’evento avrebbe consentito di sollevare dalla corona solare una quantità significativa di materia.

CME del 30 luglio osservata dal coronografo NOAA CCOR-1

La CME del 30 luglio è stata registrata da CCOR-1, il coronografo installato sul satellite meteorologico GOES-19 della NOAA. Questo tipo di strumento permette di osservare la corona solare oscurando artificialmente il disco luminoso del Sole, in modo da rendere visibili le nubi di plasma espulse nello spazio. Le informazioni raccolte dal Community Coordinated Modeling Center della NASA confermano che l’evento è associato a un brillamento M1.9 proveniente dalla regione attiva identificata nei cataloghi ufficiali come AR 14492. Il flare ha raggiunto il proprio massimo intorno alle 17:00 UTC del 30 luglio, mentre il sollevamento del materiale solare era già iniziato nelle ore precedenti. La CME è stata osservata anche dal coronografo COR2 della sonda STEREO-A.

Il brillamento M1.9 è durato per diverse ore

Il fenomeno ha avuto origine da un brillamento solare di classe M1.9. Nella scala utilizzata per classificare l’intensità dei flare nei raggi X, gli eventi di classe M sono considerati di media intensità: risultano meno potenti dei brillamenti di classe X, ma possono comunque produrre effetti significativi nello spazio circumterrestre. In questo caso, tuttavia, l’aspetto più importante non è stato soltanto il valore massimo raggiunto dal flare. L’esplosione si è infatti sviluppata per diverse ore, permettendo all’energia magnetica liberata nella corona di sollevare e accelerare una grande quantità di plasma. È proprio questa lunga durata a spiegare perché un brillamento classificato soltanto come M1.9 abbia potuto generare una CME di dimensioni rilevanti. L’intensità di picco di un flare e la quantità di materiale espulso non sono sempre direttamente proporzionali: anche un evento non estremo, quando è prolungato e associato alla destabilizzazione di filamenti magnetici, può produrre un’espulsione coronale consistente.

I modelli NASA e NOAA prevedono un impatto radente il 2 agosto

Secondo quanto riportato da Spaceweather.com, una prima simulazione della NASA ha indicato che la nube di plasma potrebbe sfiorare la Terra il 2 agosto. Una successiva elaborazione della NOAA avrebbe confermato uno scenario simile, aumentando l’attenzione sull’evoluzione della perturbazione solare. Non si tratterebbe, in base alle proiezioni attuali, di un impatto diretto con la parte centrale e più densa della CME. La Terra potrebbe essere raggiunta dal bordo esterno dell’espulsione, attraverso quello che viene definito un “glancing blow”, cioè un colpo radente. La traiettoria delle CME resta comunque soggetta a margini di incertezza. Durante il viaggio tra il Sole e la Terra, una nube di plasma può modificare velocità, densità e orientamento magnetico interagendo con il vento solare e con altre strutture presenti nello spazio interplanetario. Per questo motivo, l’intensità effettiva della perturbazione potrà essere stabilita con maggiore precisione soltanto quando il materiale solare raggiungerà i satelliti situati nei pressi del punto lagrangiano L1, circa un milione e mezzo di chilometri prima della Terra.

Possibile tempesta geomagnetica G2: cosa significa

Il possibile impatto potrebbe provocare una tempesta geomagnetica di livello G2, classificata come “moderata” nella scala della NOAA, articolata in cinque livelli compresi tra G1 e G5. Una tempesta G2 corrisponde generalmente a un indice planetario Kp pari a 6. In queste condizioni possono verificarsi variazioni del campo magnetico terrestre, disturbi nella propagazione delle comunicazioni radio alle alte latitudini e modifiche temporanee della resistenza atmosferica incontrata dai satelliti nelle orbite più basse. La NOAA segnala inoltre che, durante eventi di questa intensità, i sistemi elettrici situati alle alte latitudini possono registrare allarmi di tensione, mentre gli operatori satellitari potrebbero dover effettuare interventi correttivi sull’orientamento dei veicoli spaziali. Si tratta comunque di una categoria moderata e molto lontana dai livelli estremi G4 o G5. Il modello WSA-Enlil, utilizzato dallo Space Weather Prediction Center della NOAA, consente di seguire la propagazione delle CME attraverso l’eliosfera e di fornire previsioni con un anticipo compreso generalmente tra uno e quattro giorni. Le simulazioni servono a valutare l’arrivo delle strutture del vento solare e delle espulsioni dirette verso la Terra.

Aurore boreali possibili alle alte latitudini

Uno degli effetti più spettacolari dell’eventuale tempesta geomagnetica potrebbe essere l’intensificazione delle aurore boreali e australi. Le particelle cariche trasportate dalla CME, interagendo con la magnetosfera e con gli strati superiori dell’atmosfera terrestre, possono produrre emissioni luminose visibili soprattutto nelle regioni vicine ai poli. In presenza di condizioni G2, l’ovale aurorale può espandersi verso latitudini inferiori rispetto alla norma. Spaceweather.com indica tuttavia soprattutto la possibilità di aurore alle alte latitudini, coerentemente con la natura radente dell’impatto previsto. La reale estensione delle aurore dipenderà in larga parte dall’orientamento del campo magnetico interplanetario trasportato dalla CME. Se la componente magnetica diretta da nord verso sud, indicata come Bz, dovesse mantenersi negativa per un periodo prolungato, il trasferimento di energia nella magnetosfera terrestre potrebbe diventare più efficiente e rendere la tempesta più intensa. Al contrario, un orientamento prevalentemente verso nord limiterebbe l’interazione con il campo magnetico terrestre, riducendo gli effetti geomagnetici anche in presenza dell’arrivo della nube di plasma.

L’intensità sarà confermata soltanto vicino all’arrivo

La previsione di una tempesta G2 il 2 agosto rappresenta quindi uno scenario possibile, non ancora una certezza assoluta. La CME potrebbe passare più lontano del previsto, raggiungere la Terra soltanto con la sua porzione più debole oppure arrivare con caratteristiche magnetiche poco favorevoli alla produzione di una tempesta significativa. Allo stesso modo, una traiettoria leggermente più vicina o una componente magnetica particolarmente efficace potrebbero determinare una risposta geomagnetica più evidente rispetto alle prime simulazioni. Lo Space Weather Prediction Center della NOAA continuerà a monitorare l’espulsione attraverso i dati dei coronografi, i modelli del vento solare e le misurazioni effettuate dai satelliti nello spazio interplanetario. Il quadro più attendibile emergerà nelle ore immediatamente precedenti l’eventuale arrivo della CME. L’attenzione resta dunque concentrata su domenica 2 agosto, quando il bordo della grande espulsione di massa coronale partita il 30 luglio potrebbe sfiorare la magnetosfera terrestre e provocare una fase di attività geomagnetica moderata, accompagnata da aurore particolarmente intense nelle regioni settentrionali del pianeta.