Etna, l’intrusione magmatica del 13 maggio 2008 svelò in tempo reale il movimento del magma

Fratture superficiali, terremoti e deformazioni del suolo permisero agli esperti dell’INGV di seguire l’avanzata di un dicco sul fianco settentrionale del vulcano e di riconoscerne con precisione il successivo arresto

L’intrusione magmatica del 13 maggio 2008 sull’Etna rappresenta uno dei casi più chiari e documentati di propagazione laterale del magma all’interno di un vulcano. In quella circostanza, la perfetta corrispondenza tra le fratture apertesi in superficie, la migrazione degli ipocentri dei terremoti e il bilancio energetico dell’intero fenomeno consentì di osservare quasi in tempo reale ciò che stava avvenendo a poche centinaia di metri di profondità. L’evento permise agli studiosi di distinguere con particolare precisione le diverse fasi dell’intrusione, seguendo prima l’avanzamento del dicco magmatico e poi il momento in cui la spinta del magma non fu più sufficiente a proseguire la fratturazione delle rocce. A ricostruire nel dettaglio quell’episodio sono Alessandro Bonaccorso, Elisabetta Giampiccolo, Carla Musumeci e Marco Neri, ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, in un approfondimento pubblicato da INGV Vulcani. Il loro lavoro mostra come l’integrazione tra osservazioni dirette sul terreno e dati geofisici possa risultare fondamentale per comprendere l’evoluzione delle eruzioni laterali dell’Etna, considerate tra le più pericolose per i centri abitati situati alle pendici del vulcano.

Il dicco magmatico si propagò dal centro dell’Etna verso Nord

La mattina del 13 maggio 2008, sul fianco settentrionale dell’Etna, un dicco magmatico iniziò a propagarsi dal settore centrale del vulcano verso Nord. La pressione esercitata dal magma all’interno dell’edificio vulcanico stava cercando di aprire una via laterale attraverso le rocce. Il magma, tuttavia, non riuscì a raggiungere la superficie nel settore settentrionale e non determinò quindi l’apertura di una bocca eruttiva in quella zona. La frattura si propagò contemporaneamente anche verso Sud, alimentando un’eruzione laterale nella Valle del Bove. Sul fianco Nord rimase invece una lunga fascia di fratture definite “secche”, vale a dire spaccature del terreno dalle quali non fuoriuscì magma. Quel campo di fratture costituisce ancora oggi una delle testimonianze più evidenti dell’interazione tra intrusione magmatica, deformazione dell’edificio vulcanico e fratturazione superficiale. Per gli studiosi dell’Etna si trattò di un’occasione eccezionale. Il vulcano rese infatti visibili in superficie gli effetti di un processo che normalmente si sviluppa nel sottosuolo e che può essere ricostruito soltanto attraverso gli strumenti delle reti di monitoraggio.

Etna
Figura 1 – Mappa e osservazioni di terreno relative all’intrusione del dicco del 13 maggio 2008 lungo il Rift Nord‑Est dell’Etna (a). La carta topografica evidenzia la direzione di propagazione del dicco verso Randazzo, l’area di arresto, la fessura eruttiva e le colate laviche del 2008 e post‑1971. Le linee di frattura superficiali, continue o tratteggiate dove incerte, mostrano la deformazione indotta dall’intrusione. Le fotografie (b, c) documentano fratture aperte sul terreno con ampiezza metrica, mentre il diagramma a rosa (d) sintetizza l’orientazione strutturale delle fratture misurate in campo. Ogni barra del grafico indica una direzione espressa in gradi angolari dell’orientamento rispetto al nord geografico

Il timore di uno scenario simile all’eruzione del 1981

Nelle prime fasi dell’evento la situazione apparve particolarmente delicata. La direzione assunta dal dicco nel settore settentrionale dell’Etna sembrava infatti riprodurre lo scenario della drammatica eruzione del marzo 1981. In quell’occasione, una fessura eruttiva si propagò rapidamente per circa sette chilometri in direzione di Randazzo. La lava raggiunse quote relativamente basse e provocò danni rilevanti al territorio, interrompendo e seppellendo tratti della ferrovia Circumetnea e della principale strada statale presente nella zona. La somiglianza iniziale tra i due fenomeni rese quindi particolarmente importante seguire l’evoluzione dell’intrusione del 2008. Un eventuale proseguimento del dicco verso quote inferiori avrebbe potuto determinare l’apertura di nuove bocche eruttive e la fuoriuscita di lava in aree più vicine alle infrastrutture e ai centri abitati.

Fratture nella neve e terremoti: il vulcano osservato dentro e fuori

L’elemento più significativo dell’intrusione del 2008 non fu soltanto la sua intensità, ma la possibilità di osservarne contemporaneamente gli effetti sulla superficie e l’evoluzione in profondità. Mentre le fratture si aprivano tra i depositi piroclastici, le colate laviche più antiche e le chiazze di neve ancora presenti a fine primavera a nord del Cratere di Nord-Est, le reti strumentali dell’INGV registravano una chiara migrazione della sismicità. I terremoti si spostavano lungo una traiettoria coerente con la direzione seguita dal dicco magmatico. Gli ipocentri degli eventi sismici segnavano, uno dopo l’altro, l’avanzamento dell’intrusione verso Nord, offrendo agli esperti una rappresentazione indiretta del percorso compiuto dal magma all’interno dell’Etna. Secondo la ricostruzione di Bonaccorso, Giampiccolo, Musumeci e Neri per INGV Vulcani, è raro che un vulcano permetta di osservare una sincronia così evidente tra quello che accade nel sottosuolo e gli effetti prodotti in superficie. Proprio questa corrispondenza ha trasformato il 13 maggio 2008 in un caso di studio fondamentale per la vulcanologia.

La geometria delle fratture rivelò la profondità del magma

Le fratture superficiali si svilupparono prevalentemente lungo direzioni Nord-Sud e Nord-Nord-Ovest/Sud-Sud-Est, distribuendosi all’interno di una fascia larga diverse centinaia di metri. La loro apertura, la loro disposizione e la loro geometria indicarono che il magma era riuscito a risalire e a incunearsi negli strati più superficiali dell’edificio vulcanico. Il dicco si trovava a una profondità stimata tra 200 e 600 metri, senza tuttavia riuscire ad aprirsi una strada definitiva fino all’esterno. La profondità non venne determinata in modo approssimativo. Gli studiosi utilizzarono una relazione conosciuta tra la profondità di un dicco e la distanza esistente tra le zone in cui si concentra la massima fratturazione superficiale. La superficie dell’Etna si comportò quindi come una sorta di registratore naturale dell’intrusione. Le fratture visibili sul terreno riproducevano la posizione del corpo magmatico sottostante, offrendo indicazioni coerenti con quelle ottenute attraverso la localizzazione dei terremoti e la modellazione geodetica delle deformazioni.

La migrazione degli ipocentri seguì l’avanzata del dicco

La sismicità consentì di ricostruire l’evoluzione spazio-temporale dell’intrusione passo dopo passo. I terremoti erano generati dalla rottura delle rocce sottoposte alla pressione del magma e gli ipocentri si spostavano progressivamente verso Nord. L’aspetto più importante, tuttavia, non riguardò soltanto il movimento degli ipocentri. Un’indicazione decisiva arrivò dal cambiamento dei meccanismi focali, cioè dai processi di rottura delle rocce associati ai singoli terremoti. Durante la prima fase dell’intrusione dominarono meccanismi normali e trascorrenti, tipici di un regime estensionale. Il terreno si stava aprendo, la frattura magmatica avanzava e il magma penetrava progressivamente al suo interno. Tutti gli elementi risultavano coerenti con la dinamica di un dicco in propagazione. Il magma esercitava una pressione sufficiente a separare le rocce e a creare nuovo spazio lungo il proprio percorso.

Dai meccanismi estensionali alla compressione: il segnale dell’arresto

A un certo punto, il comportamento dei terremoti cambiò. I meccanismi focali cominciarono a mostrare componenti inverse, compatibili con l’ingresso del sistema in una fase compressiva. Il cambiamento rappresentò un segnale fondamentale. La comparsa di meccanismi inversi indicava infatti che la pressione magmatica non era più sufficiente a superare le tensioni locali e la resistenza delle rocce. Il dicco iniziò quindi a rallentare, fino a bloccarsi. Una volta interrotta la propagazione, il magma cominciò progressivamente a raffreddarsi e a solidificarsi all’interno della frattura. L’analisi congiunta dei terremoti permise dunque di distinguere due momenti diversi: una prima fase dominata dall’apertura delle rocce e dall’avanzamento del magma e una seconda fase caratterizzata dall’aumento della resistenza e dall’arresto definitivo dell’intrusione.

Figura 2 – Diagramma schematico 3D dell’intrusione magmatica del 13 maggio 2008 sul fianco settentrionale dell’Etna. Il dicco, risalito fino a 200–600 m di profondità sotto la superficie, ha generato fratture superficiali “secche” a nord del Cratere di Nord‑Est, mentre la propagazione verso sud ha alimentato l’eruzione laterale in Valle del Bove. I meccanismi focali mostrano il passaggio da un regime estensionale a uno compressivo, indicatore dell’arresto dell’intrusione

Il bilancio energetico confermò l’esaurimento della spinta magmatica

La ricostruzione venne ulteriormente confermata dal cosiddetto bilancio energetico tra l’energia disponibile per la propagazione del dicco e quella rilasciata dalla sismicità durante la fratturazione delle rocce. Ogni dicco possiede un determinato quantitativo di energia, un vero e proprio budget disponibile per muoversi attraverso la crosta terrestre. Questa energia può essere stimata fin dalle fasi iniziali analizzando le deformazioni prodotte dall’intrusione e registrate dalle reti di monitoraggio. Le deformazioni del suolo consentono infatti di ricostruire le dimensioni del dicco e di valutare la quantità di energia elastica associata al corpo magmatico. Quando questa riserva si esaurisce, il magma non dispone più della forza necessaria per far avanzare la frattura. Nel caso del 13 maggio 2008, l’energia rilasciata dai terremoti durante la propagazione, espressa attraverso il momento sismico cumulato, risultò quasi perfettamente coincidente con l’energia elastica prevista dal modello del dicco. Gli studiosi descrivono il processo con un’immagine particolarmente efficace: “è come se il sistema avesse speso tutto ciò che aveva a disposizione: nessuna energia residua, nessuna possibilità di avanzare oltre”. Il dicco si fermò dunque perché aveva esaurito l’energia necessaria per continuare la propria propagazione. Il magma rimasto all’interno della frattura cominciò quindi a solidificarsi.

Figura 3 – Evoluzione dell’energia sismica, espressa in termini di momento sismico cumulato (log₁₀ Mo), durante l’evento intrusivo del 13 maggio 2008, con distinzione tra la fase di propagazione del dicco magmatico (in campo rosso) e la fase di arresto (in campo blu). La linea tratteggiata rossa è il momento sismico totale atteso per il dicco con dimensioni stimate tramite il modello delle deformazioni registrate. I meccanismi focali mostrano estensione (sfere in alto con spicchi neri) durante la propagazione e compressione (sfere con spicchi rossi) durante l’arresto

Fratture, sismicità ed energia raccontarono la stessa evoluzione

La convergenza tra fratture superficiali, meccanismi focali e bilancio energetico costituisce l’elemento che rende l’intrusione del 2008 uno dei casi più importanti nello studio dell’Etna. La superficie raccontò una storia attraverso la geometria e la distribuzione delle fratture. La sismicità confermò quella stessa evoluzione, seguendo l’avanzata del dicco e registrando il successivo passaggio da un regime estensionale a uno compressivo. Il bilancio energetico completò definitivamente la ricostruzione, mostrando che l’energia disponibile per la propagazione era stata interamente dissipata. Tutti i dati condussero alla stessa conclusione: il dicco si arrestò naturalmente perché il sistema non disponeva più della capacità energetica necessaria per proseguire verso Nord.

Perché le eruzioni laterali dell’Etna sono particolarmente pericolose

Per chi si occupa di rischio vulcanico, il caso del 2008 non rappresenta soltanto un episodio di interesse scientifico. Costituisce un esempio concreto di come sia possibile interpretare in tempo reale la dinamica di un’intrusione magmatica laterale. Le fasi iniziali di questi fenomeni sono particolarmente delicate. Un dicco può infatti propagarsi rapidamente dal settore sommitale verso quote più basse e trasformarsi in un’eruzione effusiva capace di minacciare aree abitate, strade, ferrovie, terreni agricoli e infrastrutture. La storia dell’Etna offre diversi esempi della pericolosità di questi eventi. L’eruzione del 1669 raggiunse Catania, mentre quelle del 1981 e del 1992 produssero gravi minacce per il territorio e per i centri abitati situati alle pendici del vulcano. Comprendere se un dicco stia continuando ad avanzare o stia invece rallentando e arrestandosi è quindi fondamentale per la valutazione degli scenari di pericolosità.

Il monitoraggio in tempo reale può distinguere avanzamento e arresto

L’esperienza del 13 maggio 2008 dimostrò che questa distinzione può essere effettuata attraverso un approccio multidisciplinare basato sull’integrazione di osservazioni di campo, dati sismici, deformazioni del suolo e analisi energetiche. Le fratture superficiali forniscono indicazioni sulla geometria e sulla profondità dell’intrusione. La migrazione degli ipocentri permette di seguirne lo sviluppo nello spazio e nel tempo. I meccanismi focali segnalano il tipo di deformazione in atto, mentre il bilancio energetico consente di valutare se il sistema disponga ancora della forza necessaria per proseguire. L’analisi simultanea di questi elementi permette di riconoscere con maggiore affidabilità le fasi di propagazione e quelle di arresto, riducendo l’incertezza nella valutazione dell’evoluzione del fenomeno.

Il caso del 2008 resta un modello per lo studio dell’Etna

L’intrusione del 13 maggio 2008 ha mostrato con particolare chiarezza come l’integrazione tra osservazioni condotte sulla superficie dell’apparato vulcanico e dati geofisici acquisiti in tempo reale possa consentire una ricostruzione completa della dinamica magmatica. La corrispondenza tra la geometria del campo di fratture, la migrazione degli ipocentri, l’evoluzione dei meccanismi focali e il bilancio energetico ha fornito un quadro interpretativo univoco. Il lavoro illustrato da Alessandro Bonaccorso, Elisabetta Giampiccolo, Carla Musumeci e Marco Neri dell’INGV, attraverso INGV Vulcani, conferma che questo approccio rappresenta uno strumento essenziale sia per approfondire la conoscenza dei processi eruttivi sia per valutare con maggiore precisione gli scenari potenzialmente associati alle intrusioni laterali dell’Etna. Il valore dell’evento del 2008 risiede proprio nella possibilità di aver seguito il magma mentre cercava di aprirsi una strada nel fianco settentrionale del vulcano, osservandone l’avanzamento, il progressivo rallentamento e il definitivo arresto. Un processo generalmente invisibile, che in quella giornata lasciò sulla superficie dell’Etna una traccia chiara e leggibile di ciò che era accaduto nel sottosuolo.