Etna, studio INGV ricostruisce la dinamica del magma prima dell’eruzione del 2008

Un team di ricercatori dell’INGV ha integrato dati geologici e sismologici per ricostruire uno dei più significativi episodi di propagazione del magma all’interno di un vulcano

Un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha ricostruito nei dettagli quanto accadde sull’Etna il 13 maggio 2008, una giornata considerata particolarmente significativa per lo studio dei fenomeni vulcanici. In quell’occasione, infatti, fu possibile osservare in contemporanea i processi che si sviluppavano sia in superficie sia nelle profondità del vulcano durante un’intrusione magmatica: la risalita del magma all’interno della struttura vulcanica attraverso fratture nella roccia, senza che necessariamente questo raggiunga la superficie provocando un’eruzione.

La ricerca, dal titolo “The 2008 Mt. Etna dike arrest: integration of structural investigation, seismic and energy-balance analysis”, è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Earth Sciences e offre una nuova interpretazione della complessa dinamica che precedette l’attività eruttiva del 2008. Secondo lo studio, il 13 maggio un dicco laterale – un’iniezione di magma che si espande lungo una frattura della roccia – iniziò a propagarsi dal sistema di alimentazione centrale dell’Etna verso il settore settentrionale del vulcano. La risalita del magma provocò un vasto sistema di fratture in superficie e fu accompagnata da una intensa sequenza sismica, che permise ai ricercatori di seguire con grande precisione l’evoluzione e lo spostamento dell’intrusione.

La propagazione del magma, tuttavia, non completò il suo percorso verso il versante nord: il dicco arrestò la propria avanzata e modificò la direzione di sviluppo, spostandosi verso sud e contribuendo all’apertura dell’eruzione nella Valle del Bove. Sul fianco settentrionale dell’Etna rimase invece un esteso sistema di fratture prive di emissioni laviche, definito dagli studiosi un campo di fratture “secco”, ovvero non accompagnato da fuoriuscita di magma in superficie. Si tratta di uno dei casi più rilevanti mai analizzati di interazione tra un’intrusione magmatica e la deformazione fragile della crosta vulcanica, perché ha permesso di osservare come il magma possa modificare la struttura del vulcano anche quando non arriva direttamente all’esterno.

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Mappa e osservazioni di terreno relative all’intrusione del dicco del 13 maggio 2008 lungo il Rift Nord Est dell’Etna (a). La carta topografica evidenzia la direzione di propagazione del dicco verso Randazzo, l’area di arresto, la fessura eruttiva e le colate laviche del 2008 e post 1971. Le linee di frattura superficiali, continue o tratteggiate dove incerte, mostrano la deformazione indotta dall’intrusione. Le fotografie (b, c) documentano fratture aperte sul terreno con ampiezza metrica, mentre il diagramma a rosa (d) sintetizza l’orientazione strutturale delle fratture misurate in campo (Modificato da Bonaccorso et al., 2026)

La dinamica iniziale destò particolare apprensione perché la direzione del dicco ricordava lo scenario del marzo 1981, quando una fessura eruttiva si propagò rapidamente verso Randazzo causando gravi danni – dichiara Alessandro Bonaccorso, Dirigente di Ricerca dell’INGV e coordinatore dello studio – Nel 2008, invece, la propagazione si è arrestata spontaneamente, offrendo un’opportunità scientifica unica per osservare in dettaglio il comportamento di un’intrusione laterale”.

L’analisi delle fratture superficiali e dei dati sismici ha permesso di ricostruire l’evoluzione dell’intrusione. “Abbiamo stimato che il magma si sia propagato fino a una profondità compresa tra circa 200 e 600 metri – spiega Marco Neri, Dirigente di Ricerca dell’INGV e co-autore dell’articolo – Lo studio mostra inoltre che, con l’avanzare del dicco, la pressione del magma non era più sufficiente a superare la resistenza della roccia in cui si stava intrudendo. La sua propagazione ha così rallentato fino ad arrestarsi, mentre il magma ha iniziato progressivamente a solidificare”.

“Il momento sismico cumulato rilasciato durante l’evento – dichiarano Elisabetta Giampiccolo e Carla Musumeci, sismologhe del team dell’INGV che ha condotto lo studio – coincide con l’energia elastica attesa dal dicco modellato. Questo dato, associato con il cambio da estensionale a compressivo dei meccanismi di rottura che generano i terremoti durante la propagazione del dicco, indica che il sistema aveva esaurito il proprio ‘budget energetico’ di propagazione: nessuna energia residua, nessuna possibilità di avanzare oltre”. La convergenza tra fratture superficiali, migrazione ipocentrale, evoluzione dei meccanismi focali e bilancio energetico ha reso il caso del 13 maggio 2008 un esempio unico per la comprensione delle intrusioni laterali dell’Etna.

Lo studio dimostra che l’integrazione tra osservazioni geologiche di superficie e dati geofisici acquisiti in tempo reale può consentire una ricostruzione più affidabile delle fasi di propagazione e di arresto delle intrusioni magmatiche, migliorando la valutazione degli scenari eruttivi associati alle intrusioni laterali dell’Etna, tra i fenomeni più pericolosi per le comunità che vivono sulle pendici del vulcano.