Le foreste tropicali umide, situate nelle regioni equatoriali del nostro pianeta, custodiscono circa il 70% di tutto il carbonio immagazzinato nella vegetazione mondiale. La loro salute è fondamentale, eppure la valutazione del loro stato di conservazione presenta gravi lacune. Un recente studio, supportato in parte dal progetto Climate Change Initiative Biomass dell’ESA, ha dimostrato che i modelli attuali falliscono nel tracciare accuratamente il degrado progressivo di questi ecosistemi. Danni parziali, come quelli causati da incendi o dal taglio selettivo degli alberi, innescano complessi processi di decomposizione che liberano rapidamente enormi quantità di gas serra nell’atmosfera terrestre. Calcolare questi rilasci in modo coerente è ormai del tutto imprescindibile per evitare errori critici nella redazione dei report climatici nazionali e globali.
I danni nascosti e i numeri del declino
Una ricerca pubblicata su Science Advances ha passato in rassegna i dati di 146 studi sottoposti a revisione paritaria e condotti dal 1988 fino a gennaio 2026. L’analisi rappresenta la valutazione più completa mai realizzata su come frammentazione, roghi e deforestazione guidino la perdita di carbonio nelle foreste tropicali. Storicamente, calcolare il carbonio disperso dalle aree parzialmente danneggiate è risultato molto complesso. L’indagine ha tuttavia stabilito che gli incendi boschivi emettono quasi il 50% di carbonio in più rispetto a una foresta intatta. Il disboscamento selettivo si traduce nel rilascio del 34% di emissioni aggiuntive, mentre la perdita di alberi ai margini delle aree boschive, causata dal vento e dall’aria più secca, provoca una dispersione superiore del 31%. Tali dinamiche di perdita e acquisizione di biomassa fuori terra sono state osservate intensamente, ad esempio, nell’Amazzonia brasiliana tra il 2005 e il 2024.

I ricercatori sottolineano l’urgenza di rivedere i parametri di calcolo. Viola Heinrich, autrice principale e ricercatrice presso l’Helmholtz Centre for Geosciences in Germania, ha affermato: “La nostra sintesi riunisce i dati sul campo, che si sono accumulati a partire dagli anni 90, e le stime di telerilevamento delle perdite e dei guadagni di carbonio che sono diventate disponibili solo di recente. Il nuovo studio evidenzia la necessità di un approccio più completo per contabilizzare i processi di degrado e ricrescita nei modelli e nei report sul carbonio“.
Anche Clément Albergel, a capo della sezione Actionable Climate Information dell’ESA, ha chiarito l’importanza di questi risultati per l’Accordo di Parigi: “È essenziale contabilizzare il degrado e il recupero separatamente utilizzando i corretti fattori di emissione e rimozione, se si vuole che gli inventari nazionali dei gas serra riflettano accuratamente la situazione nelle foreste tropicali. Questo tipo di sintesi è esattamente la base di prove di cui i paesi hanno bisogno per migliorare i loro report nell’ambito dell’Accordo di Parigi“.
La capacità di rigenerazione forestale
Lo studio fa luce su un altro aspetto cruciale, ovvero la differenza tra una foresta danneggiata e una totalmente abbattuta. Dopo 20 anni di ricrescita, le foreste parzialmente degradate riescono a trattenere in media il 75% del carbonio presente in un bosco intatto. Al contrario, le aree rinate letteralmente da zero in zone precedentemente rase al suolo trattengono a stento il 38%. Questa netta differenza è attribuibile al materiale organico che sopravvive ai danni parziali, tra cui semi, suolo e detriti vegetali. Inoltre, la vicinanza di una foresta degradata a una zona sana favorisce una dispersione più efficace dei semi, rendendo il recupero molto più probabile.
Il monitoraggio dallo Spazio
Tutto questo patrimonio informativo è reso possibile dal rapido sviluppo delle osservazioni satellitari. A partire dal 2015, le tecnologie di osservazione della Terra dallo Spazio hanno permesso di distinguere in modo netto le perdite di carbonio derivanti dal degrado rispetto a quelle legate alla deforestazione. Il progetto dell’ESA ha fornito mappe globali gratuite della biomassa fuori terra con una risoluzione di 100 metri, sfruttando le missioni Copernicus Sentinel-1, ALOS-2 PALSAR-2 della JAXA e i dati lidar GEDI della NASA. Questa sinergia tecnologica, potenziata dall’imminente contributo della missione Biomass Earth Explorer lanciata nel 2025, permette di limitare le incertezze nel ciclo del carbonio.
Dalla scienza alle decisioni politiche
I dati raccolti offrono uno strumento immediatamente applicabile dalle nazioni per compilare i propri bilanci di carbonio per le Nazioni Unite. Il quadro di riferimento arriva in un momento critico, trovandoci esattamente a metà del Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema. Secondo il Forest Declaration Assessment, i progressi necessari per fermare il degrado di queste aree nel 2023 hanno subito un preoccupante ritardo del 20%. La scienza ha fornito i mezzi tecnici per misurare il problema, e adesso la responsabilità passa ai governi per invertire questa rotta.
