Il 12 luglio 1993 un potente terremoto magnitudo 7,8 colpì il Mar del Giappone, al largo della costa occidentale di Hokkaidō. In pochi minuti, il violento movimento della crosta terrestre generò uno tsunami che si abbatté con forza sull’isola di Okushiri. Le onde raggiunsero la costa in tempi rapidissimi, lasciando agli abitanti pochissimi minuti per mettersi in salvo. In alcune aree dell’isola superarono i 20 metri di altezza, travolgendo case, strade, imbarcazioni e infrastrutture. L’impatto fu devastante: 202 persone persero la vita, mentre centinaia di edifici vennero distrutti o gravemente danneggiati. Interi quartieri furono cancellati dalla forza del mare.
Il terremoto fu causato dal movimento delle placche tettoniche lungo una faglia sottomarina, un fenomeno frequente in Giappone, uno dei Paesi più sismicamente attivi del pianeta. Tuttavia, ciò che rese eccezionale questo evento fu la rapidità con cui si sviluppò lo tsunami. In alcune località di Okushiri le onde arrivarono meno di 5 minuti dopo la scossa principale, un intervallo troppo breve perché i sistemi di allerta dell’epoca potessero risultare realmente efficaci.
La tragedia rappresentò un punto di svolta per la gestione delle emergenze nel Paese. Negli anni successivi il Giappone investì ingenti risorse nel potenziamento delle reti di monitoraggio sismico, nello sviluppo di sistemi di allerta sempre più rapidi e nell’educazione della popolazione sui comportamenti da adottare in caso di terremoto e tsunami. Furono inoltre rivisti i criteri di progettazione delle opere costiere e delle vie di evacuazione.
