Negli ultimi giorni molte persone hanno ascoltato nei Tg nazionali che il Po è in secca, con invasi ai minimi soprattutto tra Lombardia e Veneto e che in alcune aree ci sarebbe acqua per irrigare i foraggi soltanto per i prossimi dieci giorni salvo novità. È proprio da queste notizie che nasce il quesito di un nostro lettore che ci scrive cosa significa in concreto affermare che l’acqua per l’irrigazione è garantita solo per una decina di giorni.
In queste settimane la situazione del Po e del bacino padano è oggettivamente critica. Il fiume non è asciutto, ma i livelli e le portate sono molto lontani dai valori normali di inizio estate: in alcuni tratti, come a Pontelagoscuro, la portata è scesa sotto la soglia critica di 450 metri cubi al secondo e i livelli idrometrici segnano oltre sei metri sotto lo zero di riferimento. Dal punto di vista agricolo questo equivale a una crisi idrica severa, perché c’è meno acqua da distribuire ai campi e meno capacità del corso d’acqua di contrastare problemi come la risalita del cuneo salino nel delta, che oggi ha già raggiunto circa 20 chilometri all’interno dell’alveo.
Quando nei servizi dei media si cita la formula ‘acqua per i foraggi solo per 10 giorni‘, si fa riferimento alle stime degli organismi tecnici che riuniscono Autorità di bacino, regioni e consorzi irrigui. Nel Polesine, ad esempio, è stato dichiarato uno stato di pre-allarme: l’acqua disponibile, con i rilasci attuali, basterebbe a garantire l’irrigazione solo per i prossimi dieci giorni, dopodiché sarebbero necessarie piogge significative o ulteriori manovre sulla gestione delle derivazioni. In Lombardia, i ‘tavoli’ regionali parlano di un deficit delle riserve idriche di oltre il 30% rispetto alla media e di neve completamente esaurita, con la prospettiva di riuscire a sostenere l’irrigazione più o meno fino alla seconda settimana di luglio per salvare almeno il primo raccolto. È importante sottolineare che questa espressione non significa che dopo quella data il fiume si svuota o che ‘non ci sarà più acqua’: significa invece che, se non arriveranno piogge significative o ulteriori manovre sui rilasci dai laghi alpini, l’acqua destinata all’irrigazione potrà essere ridotta, razionata o concentrata su alcune colture prioritarie, con inevitabili ripercussioni sui raccolti.
La crisi del Po è il risultato di una catena di fattori. L’inverno ha portato un manto nevoso scarso sulle Alpi, quindi la fusione primaverile ha alimentato meno i fiumi. La primavera è stata avara di piogge e ha lasciato i terreni già in sofferenza idrica: sui bacini del Nord Italia si registra un deficit pluviometrico annuale di circa il 25-30%, con portate dei grandi fiumi praticamente dimezzate. Le prime ondate di caldo estivo hanno aumentato evaporazione e consumi proprio nel momento in cui l’agricoltura ha più bisogno di acqua, con l’Osservatorio Anbi che parla di ‘Italia spaccata a metà’, con allarme rosso al Nord e situazione più gestibile al Sud. I grandi laghi alpini, da cui dipendono molti rilasci a sostegno dei fiumi, risultano sotto la media di riempimento: il Lago Maggiore, in particolare, è sceso addirittura sotto i livelli registrati durante la grande siccità del 2022, mentre il lago di Como e il lago di Garda mostrano anch’essi valori inferiori alla norma. Nel delta, la portata molto bassa permette al cuneo salino di risalire dall’Adriatico rendendo inutilizzabile l’acqua per l’irrigazione e per alcuni usi potabili, costringendo a prelievi più a monte o all’utilizzo di barriere e opere di contrasto.
Gli osservatori del distretto del Po parlano oggi di una severità idrica da media ad alta, con rischio di peggioramento in caso di ulteriore mancanza di piogge e nuove ondate di caldo. L’obiettivo dichiarato dei gestori della risorsa idrica è riuscire ad accompagnare il ‘sistema agricolo‘ almeno fino alla seconda metà di luglio, salvando il più possibile foraggi e primi raccolti. Oltre questa soglia, senza un cambiamento del quadro meteorologico, aumentano la probabilità di restrizioni più marcate all’irrigazione e di perdite produttive, con migliaia di ettari già oggi considerati a rischio nel delta veneto e nella bassa pianura padana.
Negli ultimi anni, chi vive e lavora lungo il grande fiume ha già sperimentato cosa significa una ‘secca storica‘. Nel 2022 il Po ha vissuto il peggior periodo di magra idrologica mai registrato dal 1807, con portate ridotte fino all’80% rispetto ai valori normali e una riduzione delle piogge compresa tra il 40 e il 60% sul bacino. Studi successivi hanno confermato che la siccità del 2022 è stata la più intensa degli ultimi due secoli, con danni massicci a colture come mais, pomodori e grano e con la risalita dell’acqua salata nel delta che ha reso inutilizzabili vaste porzioni di rete irrigua. In quel caso si arrivò a parlare della ‘crisi peggiore degli ultimi 70 anni‘, con bacini idroelettrici al minimo, razionamenti d’acqua e immagini simboliche di relitti e di tratti di alveo percorribili a piedi.
È proprio la memoria di quella mega-siccità a rendere oggi così sensibile ogni nuovo allarme sul Po. La crisi attuale non è identica a quella del 2022, ma si inserisce nella stessa tendenza di lungo periodo, in cui nevicate ridotte, piogge irregolari e ondate di calore sempre più precoci e intense spingono il fiume verso magre frequenti e prolungate. A tale proposito, il messaggio è che la finestra dei ‘prossimi 10 giorni‘ non è solo una cifra tecnica, ma un segnale della fragilità del sistema idrico del bacino padano di fronte al cambiamento climatico: ogni perturbazione che porta pioggia e ogni scelta di gestione della risorsa diventa decisiva per trasformare un allarme in una fase gestibile oppure in una nuova pagina di siccità destinata a entrare nella memoria collettiva, affiancandosi a quella del 2022.
