Perché non si parla più del buco dell’ozono? Ecco cosa sta accadendo davvero sopra Antartide e Artico | DATI

Dopo decenni di allarme, lo strato di ozono mostra segnali concreti di recupero grazie al bando dei CFC e agli effetti del Protocollo di Montreal

Negli anni ’80 e ’90 il deterioramento dello strato di ozono era al centro dell’attenzione mediatica: titoloni allarmistici, grafici più che drammatici e mobilitazione globale. Poi, all’improvviso, i riflettori si sono spenti. Oggi è naturale domandarsi: che fine ha fatto? Si sta risanando o la situazione è peggiorata? E cosa sta succedendo esattamente alle calotte polari, sia a Nord che a Sud? Il primo punto chiave è capire che il ‘buco’ non è un vuoto, ma un diradamento evidente dello strato di ozono nella stratosfera, il grande filtro naturale che blocca la parte più aggressiva dei raggi ultravioletti del Sole. Per decenni, questo filtro è stato indebolito dai clorofluorocarburi (CFC) e da altre sostanze alogene, usate in frigoriferi, condizionatori, bombolette spray: molecole molto stabili, capaci di arrivare fino alla stratosfera, dove liberano atomi che distruggono l’ozono. È proprio per fermare questo processo che, alla fine degli anni ’80, è nato il Protocollo di Montreal, uno degli accordi ambientali più efficaci della storia.

La nota positiva di oggi è che l’impegno globale sta portando benefici concreti. La vasta lacerazione sopra l’Antartide, che si forma ogni anno tra settembre e ottobre nell’emisfero australe, non è ancora scomparsa, ma mostra segnali evidenti di progressivo restringimento. Anche se l’estensione massima annuale risente del ‘meteo stratosferico’ e oscilla tuttora intorno ai 20 milioni di chilometri quadrati, il trend a lungo termine è positivo. I dati globali dimostrano che lo strato di ozono si sta riprendendo, con un buco meno profondo e che scompare prima rispetto ai picchi critici di vent’anni fa.

Numerosi studi condotti dalle Nazioni Unite e da prestigiosi istituti di ricerca, concordano su un dato positivo: il pieno rispetto del bando sui CFC e sugli altri gas nocivi permetterà allo strato di ozono di ristabilirsi entro la metà del secolo, tornando ai livelli originari. I modelli ipotizzano che il buco stagionale sopra l’Antartide potrebbe non presentarsi già a partire dalla metà degli anni 2030, mentre il recupero definitivo nell’area antartica è stimato tra il 2050 e il 2060. Si tratta di un processo lento a causa della persistenza delle sostanze inquinanti nell’atmosfera, ma il risanamento è ormai un fatto concreto.

Ozono artico

Al Polo Nord, invece, la situazione è differente e più articolata. Molti pensano che anche sull’Artico si stia formando uno squarcio stabile come quello dell’Antartide, a causa di alcune notizie diffuse in passato. Nella realtà, invece, i meccanismi della stratosfera ‘settentrionale’ non permettono la genesi di un buco classico e regolare. Il vortice polare artico è infatti meno freddo e più instabile di quello antartico e questo riduce i tempi e la forza delle reazioni chimiche che eliminano l’ozono. Ogni tanto, però, durante gli inverni più rigidi e con un vortice polare piuttosto vivace, si registrano forti cali dell’ozono artico, che in alcune zone e quote precise scende anche dell’80-90%. Questi fenomeni colpiscono i media per la loro eccezionalità, ma durano solo poche settimane e, per adesso, non si tratta affatto di una costante come il buco stagionale antartico.

Come mai, dunque, non se ne parla più? La replica è meno cinica di quanto si creda: l’intensità dell’allarme è scesa proprio perché la situazione sta evolvendo in senso favorevole. Il bando universale dei CFC, la riconversione industriale e la progressiva sostituzione dei vecchi propellenti hanno dato i loro frutti. Dodici mesi su dodici, i satelliti di NASA, NOAA, ESA e le reti di rilevamento a terra continuano a misurare con estrema accuratezza lo stato dell’ozonosfera. E di anno in anno affiora il medesimo riscontro: lo strato di ozono si sta gradualmente ripristinando e la voragine che incuteva timore tre o quattro decenni fa rappresenta oggi la prova tangibile di una sfida che l’umanità ha scelto di affrontare con determinazione.

Ciò naturalmente non implica che l’argomento sia chiuso. Finché persisterà il buco nell’ozono antartico e finchè si registreranno picchi di forte riduzione in determinati periodi, l’effetto sui raggi UV rimarrà tangibile. Le conseguenze si ripercuoteranno sugli ecosistemi più delicati, sul fitoplancton, sulle catene alimentari marine e sul benessere umano, soprattutto alle alte e, parzialmente, alle medie latitudini. Proprio per questo motivo la sorveglianza rimane continua e la comunità scientifica prosegue le sue ricerche sulle correlazioni tra ozono, correnti stratosferiche e mutamenti climatici.

La storia del buco dell’ozono è la prova che possiamo davvero salvare il Pianeta. Mentre molte notizie sul clima sono negative, lo strato di ozono ci ricorda che se il mondo si accorda su regole precise, i benefici arrivano. Non sono una soluzione istantanea, ma la dimostrazione che un cambiamento reale è veramente alla nostra portata.