Peste suina africana, le associazioni chiedono un incontro urgente al commissario

Slow Food, FederBio, Legambiente e altre associazioni chiedono un incontro urgente al commissario Giovanni Filippini

La diffusione della peste suina africana sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza della Cinta Senese, una delle più importanti razze suine autoctone italiane. Negli allevamenti della Toscana interessati dal contagio sarebbe già stato macellato circa il 10% dei 3.200 capi complessivi, una quota che alimenta forti preoccupazioni per la conservazione di un patrimonio zootecnico, produttivo e culturale strettamente legato al territorio. Di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, Slow Food Italia, FederBio, Legambiente, AssoBio, AIAB, AIAB Emilia-Romagna, AIAB Toscana, AIAB Liguria, La Buona Terra, Veterinari Senza Frontiere Italia, ARI, RARE, ONAS e UCI, insieme al Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP, hanno scritto al commissario straordinario alla peste suina africana, Giovanni Filippini, chiedendo un incontro urgente per rivedere le misure adottate sul territorio nazionale.

Peste suina africana negli allevamenti toscani

Nelle ultime settimane il virus, dopo lo sconfinamento nel sud del Piemonte, è stato individuato anche all’interno di alcuni allevamenti toscani, colpendo direttamente esemplari di Cinta Senese. La situazione viene considerata particolarmente grave perché interessa una razza autoctona allevata prevalentemente in sistemi estensivi e semibradi, con una popolazione complessiva relativamente limitata. Secondo i dati riportati dalle associazioni, circa un decimo dei capi sarebbe già stato sottoposto a macellazione. Il rischio è che nuovi abbattimenti possano compromettere in tempi brevi la stessa sopravvivenza della razza, con conseguenze non soltanto per gli allevatori, ma anche per le produzioni norcine di qualità collegate alla denominazione Cinta Senese DOP.

L’appello delle associazioni al commissario Filippini

Le organizzazioni chiedono l’apertura di un confronto immediato con il commissario straordinario Giovanni Filippini, ritenendo necessario rivedere le misure previste per il contrasto alla peste suina africana. Secondo i firmatari, l’impatto delle disposizioni adottate negli ultimi anni avrebbe assunto proporzioni devastanti dal punto di vista economico soprattutto per gli allevamenti estensivi, familiari e di piccola dimensione. Una condizione che riguarderebbe una parte molto ampia del settore nazionale, considerando che, come ricordato nella lettera, l’83% degli allevatori di suini italiani appartiene proprio a queste categorie. La preoccupazione principale è che l’attuale gestione dell’emergenza possa compromettere il patrimonio italiano di biodiversità zootecnica suinicola, insieme alle attività agricole, alle tradizioni produttive e alla cultura dei territori rurali.

Piccoli allevamenti e grandi impianti sottoposti alle stesse regole

Tra le principali criticità denunciate dalle associazioni figura l’applicazione di norme sostanzialmente uniformi a sistemi produttivi profondamente differenti. Le disposizioni vigenti tenderebbero infatti a mettere sullo stesso piano i grandi allevamenti industriali e le aziende di piccola scala, sia per quanto riguarda le costose misure di biosicurezza, sia in relazione ai piani di abbattimento. Per le realtà familiari, estensive e semibrade, gli investimenti richiesti possono diventare difficilmente sostenibili. Queste aziende dispongono generalmente di una minore capacità finanziaria e operano spesso in territori marginali, nei quali l’allevamento rappresenta anche uno strumento di presidio ambientale e di manutenzione del paesaggio. Le associazioni ritengono quindi necessario adottare misure proporzionate alla reale struttura delle aziende e al rischio effettivo di introduzione e diffusione del virus.

Ordinanza 4/2026, il raggio delle restrizioni sale a tre chilometri

Le difficoltà sarebbero state ulteriormente aggravate dalla recente ordinanza commissariale 4/2026, che ha esteso da uno a tre chilometri il raggio di applicazione delle misure conseguenti al ritrovamento di un animale selvatico infetto. L’estensione riguarderebbe unicamente le aziende di piccola scala, familiari e semibrade, determinando un impatto particolarmente pesante proprio sulle realtà considerate più vulnerabili. In presenza di un cinghiale o di un altro animale selvatico positivo alla peste suina africana, le aziende collocate entro un raggio di tre chilometri potrebbero essere sottoposte a restrizioni e interventi in grado di compromettere la continuità dell’attività. Per le razze autoctone, caratterizzate da numeri limitati e da modalità di allevamento legate al pascolo e agli spazi aperti, il rischio è ancora più elevato. Secondo le associazioni, razze come la Cinta Senese, che rappresentano un patrimonio di biodiversità e di qualità nelle tecniche di allevamento e nelle produzioni norcine, potrebbero essere annullate in tempi brevi.

Problemi anche per transumanza, alpeggio e pascolo

L’ordinanza sta creando difficoltà anche agli allevatori che praticano la transumanza, l’alpeggio o il pascolo di ovicaprini nelle aree sottoposte a restrizione. Il problema potrebbe emergere in modo ancora più evidente al termine della stagione estiva. Gli allevatori che scenderanno dagli alpeggi nel mese di settembre, qualora attraversassero aree di restrizione, dovrebbero infatti procedere alla tosatura degli animali e alla disinfezione sia degli automezzi sia degli stessi capi. Si tratta di operazioni complesse, onerose e difficili da realizzare durante gli spostamenti stagionali delle greggi, con il rischio di creare ulteriori ostacoli ad attività tradizionali essenziali per la gestione delle zone montane e rurali.

Risarcimenti in ritardo e piccole aziende costrette a chiudere

Un’altra delle questioni sollevate riguarda il ritardo nell’erogazione dei risarcimenti destinati agli allevatori che sono stati costretti a macellare i propri animali nei mesi scorsi. Secondo le associazioni, le somme stentano ad arrivare, mentre numerose piccole realtà avrebbero già cessato l’attività a causa delle perdite economiche e dell’impossibilità di sostenere ulteriormente i costi. Contemporaneamente vengono stanziate nuove risorse per il depopolamento dei cinghiali e per la costruzione di barriere fisiche. Si tratta di misure che, secondo i firmatari della lettera, non avrebbero prodotto risultati efficaci nel contenimento del contagio. La diffusione del virus in nuove aree del Paese rappresenterebbe, per le organizzazioni, la dimostrazione dei limiti delle strategie adottate fino a questo momento.

Fondi PAC per la biosicurezza, ma senza garanzie per le aziende

Le associazioni evidenziano inoltre quello che considerano un paradosso nella gestione dei finanziamenti agricoli. Regioni e Province autonome continuano infatti a utilizzare risorse della Politica Agricola Comune, la PAC, per pubblicare bandi finalizzati al sostegno degli investimenti necessari all’adeguamento delle misure di biosicurezza. Gli interventi richiedono però una partecipazione economica delle stesse aziende. Gli allevatori sono quindi chiamati a investire risorse significative per migliorare strutture, recinzioni, sistemi di protezione e procedure operative, senza avere alcuna certezza di poter continuare l’attività nel caso in cui venga individuato un animale infetto nelle vicinanze. Le aziende finiscono così per esporsi finanziariamente, sostenendo costi anche rilevanti, pur rimanendo soggette al rischio di abbattimenti, blocchi della movimentazione e chiusure.

L’abbandono delle aree interne e la gestione degli ecosistemi

Nella lettera viene proposta anche una lettura più ampia delle cause che hanno favorito la diffusione della peste suina africana. Secondo le organizzazioni, la presenza pervasiva del virus sarebbe legata all’abbandono delle aree interne, alla riduzione della presenza umana nei territori fragili, alla mancata gestione del patrimonio forestale e alla progressiva perdita di cura degli ecosistemi e della biodiversità. La diffusione della malattia viene quindi considerata un segnale della necessità di ricostruire un rapporto equilibrato e rispettoso con la natura e con gli ambienti rurali. Le misure attuali, tuttavia, finirebbero per penalizzare proprio gli allevatori estensivi, definiti custodi della biodiversità e del territorio. Si tratta di aziende che, attraverso il pascolo e la presenza costante nelle aree interne, contribuiscono alla manutenzione dei terreni, alla prevenzione dell’abbandono e alla conservazione delle razze autoctone. Per le associazioni, questi allevatori devono essere tutelati e messi nelle condizioni di continuare a esercitare il proprio lavoro con strumenti di difesa adeguati.

Il rischio non dipende soltanto dalle dimensioni dell’allevamento

Le organizzazioni richiamano anche le evidenze scientifiche secondo cui il rischio di introduzione e diffusione della peste suina africana non dipenderebbe esclusivamente dalla dimensione dell’allevamento. I fattori da considerare sarebbero molteplici: il livello di biosicurezza applicato, la densità di suini presenti sul territorio, le movimentazioni di animali, persone e mezzi, i contatti con la fauna selvatica e l’efficacia dei sistemi di sorveglianza. Per questa ragione, le misure di prevenzione e controllo dovrebbero essere calibrate sulla reale valutazione del rischio di ogni singola azienda, evitando l’applicazione automatica di disposizioni identiche a realtà produttive profondamente differenti. Un allevamento di grandi dimensioni, caratterizzato da una frequente movimentazione di animali e mezzi, presenta infatti condizioni operative diverse rispetto a una piccola azienda estensiva con pochi capi di razza autoctona.

La richiesta di un confronto urgente e costruttivo

Le associazioni che rappresentano il settore biologico, i Presìdi Slow Food e i piccoli allevatori suinicoli italiani custodi delle razze autoctone chiedono quindi al commissario un confronto costruttivo e tempestivo. L’obiettivo è arrivare all’individuazione di soluzioni proporzionate, efficaci e rispettose delle diverse realtà produttive presenti sul territorio nazionale. Il confronto, secondo i firmatari, dovrebbe coinvolgere tutte le autorità nazionali e regionali chiamate a definire le politiche e le misure di gestione dell’emergenza. La priorità è evitare che il contrasto alla peste suina africana finisca per provocare la scomparsa delle piccole aziende, degli allevamenti estensivi e di razze autoctone come la Cinta Senese, compromettendo un patrimonio di biodiversità, qualità agroalimentare, cultura rurale e presidio ambientale costruito nel corso dei secoli.