Scoperta una faglia “invisibile” nel mar Jonio: l’ombra di un terremoto di magnitudo 6 sulla Sicilia orientale

Un'indagine sottomarina senza precedenti, coordinata da un team internazionale di ricercatori, ha permesso di mappare con precisione metrica una vasta e pericolosa frattura al largo della costa di Catania. I risultati della ricerca delineano il profilo di una struttura tettonica pienamente attiva, capace di accumulare immensa energia e di minacciare in modo concreto le coste del Mediterraneo centrale

A oltre 1.500 metri sotto la superficie dell’acqua, sprofondata nelle oscurità del Mar Jonio e posizionata proprio davanti alla costa catanese, si nasconde una cicatrice della crosta terrestre lunga circa 80 chilometri. Per decenni, questa immensa frattura è rimasta del tutto celata agli occhi dell’uomo, sfuggendo alle mappature convenzionali. Oggi, grazie a un massiccio dispiegamento di tecnologie all’avanguardia, gli scienziati sono riusciti a ricostruire il volto, l’estensione e, soprattutto, la storia evolutiva della Faglia Nord Alfeo. Non si tratta di un relitto geologico inerte, bensì di una struttura geologica ancora attiva, in grado di deformare il fondale, accumulare energia tettonica e potenzialmente generare terremoti superiori alla magnitudo 6. Questa faglia “invisibile” rappresenta oggi una delle chiavi di volta per comprendere le dinamiche sismiche del nostro Paese.

L’indagine su Tectonics: robot sottomarini per “leggere” il fondale marino

L’eccezionale scoperta è il fulcro di uno studio scientifico approfondito pubblicato sulla prestigiosa rivista di settore Tectonics. La ricerca, intitolata “Fine‐Scale Structure and Kinematics of an Active Submarine Strike‐Slip Fault From Micro‐Bathymetric Mapping and Analog Modeling: The North Alfeo Fault Offshore Catania (Eastern Sicily)” (consultabile e citata integralmente allo studio originale tramite il DOI ufficiale: https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025TC009047), è stata condotta da un team italo-francese. Il gruppo di lavoro, che vede la collaborazione di istituti come l’Università di Brest, il CNRS e l’Ifremer, si è avvalso dell’importante contributo dell’Università di Catania, e in particolare del professor Giovanni Barreca del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, supportato dall’INGV.

Per penetrare i segreti di questa struttura, gli studiosi hanno impiegato robot sottomarini e sofisticati sistemi acustici capaci di “leggere” il fondale con una precisione mai raggiunta prima d’ora in quest’area. L’utilizzo della micro-batimetria ha permesso di osservare il fondale marino con una risoluzione impressionante di appena un metro. Questo livello di dettaglio ha fornito ai geologi una vera e propria “radiografia” tridimensionale della faglia, mettendo in luce le sue deformazioni più recenti e le complesse architetture strutturali che la compongono.

Come la faglia di San Andreas: la dinamica della Faglia Nord Alfeo

Attraverso le immagini ad altissima risoluzione raccolte durante le campagne oceanografiche, è emerso chiaramente che la Faglia Nord Alfeo è una faglia trascorrente destra. Questo significa che è caratterizzata da uno scorrimento orizzontale e laterale dei giganteschi blocchi rocciosi che la delimitano. Si tratta di un comportamento cinematico che ricalca da vicino quello della tristemente nota Faglia di San Andreas in California. Le mappe ad alta risoluzione restituiscono l’immagine di un paesaggio sottomarino drammaticamente modellato dai terremoti.

Lungo il tratto specifico di faglia investigato dai ricercatori, che si estende per circa 15 chilometri, il fondale appare solcato da imponenti fratture e scarpate sottomarine. I rilievi batimetrici hanno evidenziato una morfologia tormentata da depressioni allungate e, soprattutto, da una sorprendente piattaforma triangolare che si innalza fino a cento metri rispetto alle piane abissali circostanti. Questa anomalia topografica si trova in corrispondenza di una brusca deviazione del tracciato della faglia principale e costituisce una delle prove più spettacolari della violenta deformazione crostale in corso. Ad arricchire il quadro di un sistema ancora geologicamente irrequieto, i ricercatori hanno individuato numerose faglie secondarie e le tracce inequivocabili di estese frane sottomarine.

Per validare le osservazioni fatte in mare, il team ha fatto ricorso a complessi modelli analogici in laboratorio. Utilizzando specifici strati di sabbia in grado di simulare fedelmente le proprietà meccaniche delle rocce e dei sedimenti marini, gli scienziati hanno riprodotto in scala le stesse strutture osservate sul fondale ionico. Questi modelli sperimentali non solo hanno confermato il senso di movimento della faglia, ma hanno permesso di decifrare i complessi meccanismi che ne governano l’evoluzione spaziale e temporale.

L’eruzione dell’Ellittico e l’“orologio geologico” naturale

Uno degli aspetti metodologici più affascinanti e innovativi dell’intera ricerca riguarda la capacità del team di quantificare quanto la faglia si sia mossa negli ultimi millenni, permettendo di ricostruire con precisione la storia recente della faglia. La chiave di questa datazione è giunta dalle profondità stesse del mare attraverso mirati carotaggi dei sedimenti marini. All’interno di questi campioni, i geologi hanno identificato uno spesso e inconfondibile livello di lapilli, un prodotto diretto della gigantesca eruzione dell’Ellittico del vulcano Etna, un evento cataclismatico avvenuto circa 16.700 anni fa.

Questo netto strato vulcanico si è depositato uniformemente sul fondo del mare ed è andato a costituire un perfetto e inviolabile riferimento cronologico, fungendo a tutti gli effetti da una sorta di “orologio geologico” naturale. Analizzando matematicamente come questo specifico orizzonte di lapilli sia stato piegato, deformato e dislocato dai movimenti tettonici nel corso dei millenni, gli scienziati hanno potuto misurare spostamenti verticali impressionanti, compresi tra i 3 e i 6 metri. Questa prova tangibile dimostra in modo inconfutabile che la monumentale struttura sottomarina ha continuato a lacerare la crosta anche in tempi geologicamente molto recenti.

Rischio sismico in Sicilia orientale e l’origine profonda dell’Etna

La traduzione di questi dati scientifici in termini di protezione civile è l’aspetto che desta maggiore attenzione. Sulla base delle poderose dimensioni della faglia mappata e dell’entità degli spostamenti osservati, gli autori dello studio stimano che diversi segmenti della Nord Alfeo possiedano l’energia necessaria per produrre terremoti dell’ordine di magnitudo 6/6.3.

Si tratta di un parametro di criticità elevatissima per una delle regioni già note per avere il più elevato rischio sismico del Mediterraneo. Non va infatti dimenticato che la Sicilia orientale e la Calabria meridionale sono state storicamente il palcoscenico di alcuni dei disastri naturali più devastanti della storia continentale. Il pensiero corre inevitabilmente al catastrofico terremoto del 1693 nel Val di Noto e al tremendo terremoto di Messina del 1908, eventi tellurici che, sommati, polverizzarono intere città e causarono decine di migliaia di vittime.

I risultati pubblicati su Tectonics offrono però anche una chiave di lettura molto più profonda. Secondo gli autori, la Faglia Nord Alfeo non è un elemento isolato, ma rappresenta l’espressione più superficiale e visibile di un processo geodinamico imponente e abissale: una lacerazione laterale della placca Ionica, la quale si sta inesorabilmente immergendo in subduzione al di sotto dell’arco calabro. Comprendere l’esatta geometria e i movimenti di questa titanica struttura significa non soltanto affinare drasticamente le valutazioni del rischio sismico per le popolazioni costiere, ma anche gettare una luce completamente nuova sui meccanismi primordiali che governano l’intera evoluzione geologica della Sicilia e che, secondo le ipotesi più recenti, sarebbero intimamente legati alla stessa origine dell’Etna.

faglie sicilia etna

Il meccanismo delle STEP fault e il drammatico precedente in Venezuela

Approfondendo l’inquadramento geologico globale, gli autori sottolineano come la Faglia Nord Alfeo appartenga di diritto a una categoria di strutture tettoniche tanto rare quanto cruciali: le cosiddette STEP fault (acronimo di Subduction-Transform Edge Propagator). Si tratta di imponenti faglie trascorrenti che si sviluppano e si propagano ai margini laterali delle zone di subduzione, agendo come enormi strappi crostali che accomodano le differenze di velocità tra le placche in collisione.

L’importanza di monitorare le STEP fault è tristemente balzata agli onori della cronaca internazionale a causa di contesti geodinamici del tutto affini. Un assetto tettonico molto simile a quello ionico si trova infatti nell’area caraibica, una regione recentemente e drammaticamente colpita dal rovinoso doppio terremoto del 24 giugno 2026 in Venezuela. In quell’occasione, due scosse di inaudita violenza, rispettivamente di magnitudo 7.2 e 7.5, hanno messo in ginocchio il Paese provocando migliaia di vittime.

A scatenare quella catena di eventi sismici in Sud America è stato un improvviso movimento trascorrente di circa 3.5 metri verificatosi lungo il sistema di faglie di San Sebastián. Proprio come la faglia siciliana, anche il sistema venezuelano si è sviluppato ai margini di un dominio di subduzione (in quel caso la placca sudamericana che sprofonda sotto quella caraibica) e condivide con il sistema di Faglie di Nord Alfeo dinamiche e caratteristiche di movimento del tutto sovrapponibili, seppur con magnitudo e scale differenti.

Alla luce di questi parallelismi, il lavoro condotto dal team internazionale assume una rilevanza capitale. Grazie all’impiego sinergico di robot sottomarini, immagini ad altissima definizione e sofisticati modelli sperimentali, gli scienziati hanno finalmente portato alla luce una struttura invisibile agli occhi, ma la cui conoscenza è oggi assolutamente fondamentale per comprendere, prevenire e mitigare il rischio sismico della Sicilia orientale.