Un esposto-denuncia è stato presentato questa mattina da Appennino Ecosistema alla Procura della Repubblica di Sulmona e al Gruppo Carabinieri Forestale dell’Aquila, con la richiesta di individuare e perseguire penalmente i responsabili di quello che l’associazione definisce uno “scempio” in corso sul versante settentrionale del Sirente. L’area interessata dagli interventi si trova all’interno del Parco Naturale Regionale Sirente Velino ed è sottoposta a diversi livelli di protezione ambientale. Il territorio ricade infatti sia in una Zona Speciale di Conservazione, sia in una Zona di Protezione Speciale dell’Unione Europea, due strumenti previsti dalla Rete Natura 2000 per garantire la tutela degli habitat naturali e delle specie considerate di particolare interesse comunitario. Al centro dell’esposto ci sono i lavori di esbosco avviati da alcune settimane su una superficie comunale di 47 ettari, nelle località Sacco del Sirente e Fossa del Pratiglio, considerate tra le zone più integre e di maggiore valore ecologico dell’intero Parco.
Lavori su 47 ettari affidati dal Comune di Secinaro
Secondo quanto riferito da Appennino Ecosistema, il cantiere forestale è stato appaltato dal Comune di Secinaro per un importo superiore a 100.000 euro e avrebbe finalità commerciali. Durante lo svolgimento delle attività sarebbe stata realizzata una pista non corrispondente alle opere autorizzate, con conseguenze rilevanti sull’ambiente circostante. La vicenda era già stata segnalata dal CAI di Rocca di Mezzo e da diversi botanici, che avevano denunciato la presenza di interventi ritenuti dannosi per habitat e specie protette. Le contestazioni riguardano in particolare la realizzazione di una pista utilizzata per trasportare fuori dal bosco il materiale legnoso ricavato dalle operazioni di taglio. Il progetto autorizzato dalla Regione nel 2024, al termine della procedura di Valutazione di Incidenza Ambientale, prevedeva la presenza di tre distinte piste forestali. Secondo la denuncia, la ditta incaricata dei lavori avrebbe invece realizzato un’unica pista di esbosco, definita abusiva dall’associazione, attraverso un’area precedentemente priva di tracciati.
Una pista di mille metri lungo un ripido impluvio
La pista contestata avrebbe una lunghezza di circa 1.000 metri, una larghezza di circa tre metri e una pendenza variabile tra il 20% e il 40%. Il tracciato sarebbe stato ricavato percorrendo un ripido impluvio sul quale, prima dell’intervento, non risultavano presenti piste, mulattiere o sentieri. La realizzazione dell’opera avrebbe comportato evidenti movimenti di terra, lo spostamento e l’eliminazione di massi anche di grandi dimensioni e lo scavo, in alcuni punti, di scarpate alte fino a 50 centimetri. Appennino Ecosistema sostiene che la scelta di utilizzare un unico percorso, al posto delle tre piste autorizzate dalla Regione, potrebbe aver consentito alla ditta boschiva di rendere più rapide ed economicamente vantaggiose le operazioni di esbosco. L’intervento avrebbe però determinato effetti pesanti sull’integrità di un territorio caratterizzato dalla presenza di habitat prioritari e di specie vegetali estremamente rare.
Danni all’habitat prioritario delle faggete appenniniche
Tra gli ambienti che sarebbero stati interessati dai lavori figura l’habitat prioritario 9210, corrispondente alle Faggete degli Appennini a Taxus e Ilex. Si tratta di un ecosistema riconosciuto e tutelato a livello europeo, caratterizzato dalla presenza di faggete associate a specie come il tasso e l’agrifoglio. La realizzazione della pista e il suo ripetuto utilizzo per il trasporto di tutto il materiale proveniente dal cantiere avrebbero provocato, secondo l’associazione, un deterioramento delle condizioni di questo habitat. L’esposto evidenzia inoltre come le attività svolte nella zona abbiano messo in pericolo lo stato di conservazione degli habitat e delle specie di interesse dell’Unione Europea presenti nella località. Il passaggio continuo dei mezzi lungo il tracciato avrebbe infatti inciso direttamente sul suolo, sulla vegetazione e sulle condizioni necessarie alla sopravvivenza delle specie protette.
Distrutto il 90% della popolazione di Epipogium aphyllum
La conseguenza più grave denunciata riguarda la rarissima orchidea Epipogium aphyllum. Nelle settimane scorse, all’interno dell’area interessata dai lavori, sarebbe stata accertata la presenza di appena otto piante, contro le 88 rilevate nel 2025. La popolazione dell’orchidea presente sul Sirente avrebbe quindi subito una riduzione pari a circa il 90%. Un dato particolarmente significativo considerando l’estrema rarità della specie e la limitata distribuzione sul territorio regionale. Nel Parco Naturale Regionale Sirente Velino, l’Epipogium aphyllum risulta presente nella stazione interessata dai lavori e soltanto in un’altra località nei pressi di Rocca di Mezzo. Nell’intero Abruzzo, la specie è stata inoltre individuata solo in pochissime altre aree del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e del Parco Nazionale della Majella. La distruzione di gran parte della popolazione presente nella zona rappresenterebbe quindi, secondo Appennino Ecosistema, un danno rilevante non soltanto per il territorio del Sirente, ma per la conservazione complessiva della specie a livello regionale.
Le ipotesi di reato indicate nell’esposto
Nella denuncia presentata alla Procura di Sulmona e ai Carabinieri Forestali dell’Aquila, Appennino Ecosistema chiede che vengano accertate eventuali responsabilità penali legate alla realizzazione della pista e alle conseguenze provocate sull’ecosistema. L’associazione chiede che i responsabili siano perseguiti “per i reati previsti dall’art. 11, c. 3 della L. n. 394/1991, per aver realizzato attività e opere che hanno compromesso la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati, con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat, dagli artt. 452-bis (inquinamento ambientale), per aver abusivamente cagionato una compromissione e un deterioramento significativo e misurabile di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna, e 452-quinquies (delitti colposi contro l’ambiente) del codice penale, per aver posto in essere condotte colpose dalle quali è derivato il pericolo di deterioramento o compromissione degli habitat e delle specie di interesse dell’Unione Europea presenti nella località dove si sono svolti i fatti”. Tra le norme richiamate figura dunque l’articolo 452-bis del Codice penale, relativo all’inquinamento ambientale, che punisce la compromissione o il deterioramento significativo e misurabile di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna. Viene inoltre richiamato l’articolo 452-quinquies, riguardante i delitti colposi contro l’ambiente, in relazione alle condotte dalle quali sarebbe derivato il pericolo di deterioramento o compromissione degli habitat e delle specie protette presenti nella zona.
Contestati anche interventi in area sottoposta a vincolo
Appennino Ecosistema chiede inoltre di verificare la sussistenza del reato previsto dall’articolo 181, comma 1, del decreto legislativo 42 del 2004, contenuto nel Codice dei beni culturali e del paesaggio. La norma riguarda gli interventi eseguiti in assenza di autorizzazione all’interno di aree sottoposte a vincolo paesaggistico. Nell’esposto vengono richiamate anche le sanzioni previste dall’articolo 20 della legge 47 del 1985. Secondo l’associazione, le attività sarebbero state eseguite in maniera difforme rispetto a quanto autorizzato dalla Regione al termine del procedimento di Valutazione di Incidenza Ambientale. L’autorizzazione regionale riguardava infatti tre piste forestali, mentre il tracciato effettivamente realizzato sarebbe unico e collocato in una zona precedentemente priva di qualsiasi percorso. Spetterà ora agli organi competenti verificare la corrispondenza tra i lavori eseguiti e quelli autorizzati, accertando l’eventuale presenza di violazioni ambientali, paesaggistiche o penali.
Appennino Ecosistema: “gli interessi economici non prevalgano”
Sulla vicenda è intervenuto il giuri-ecologo Bruno Petriccione, presidente di Appennino Ecosistema, richiamando il ruolo delle autorità responsabili della gestione e della vigilanza nelle aree sottoposte a protezione ambientale. “La tutela degli habitat e delle specie, soprattutto nelle aree protette della Rete Natura 2000 dell’’Unione Europea, deve essere una priorità per le Autorità di gestione del territorio – ha dichiarato il giuri-ecologo Bruno Petriccione, Presidente di Appennino Ecosistema – che dovrebbero vigilare costantemente perché gli interessi economici non prevalgano su quelli degli ecosistemi, come riconosciuto ormai anche dalla nostra Costituzione”. L’esposto punta quindi a fare piena luce sulle modalità con cui sono stati eseguiti i lavori nel Parco Sirente Velino, sull’effettiva estensione dei danni provocati e sull’eventuale responsabilità di chi ha autorizzato, eseguito o controllato gli interventi all’interno di una delle aree naturalistiche più delicate e tutelate dell’Appennino abruzzese.
