Steatosi epatica: 6 mesi di nutraceutica e dieta mediterranea riducono il grasso nel fegato

Uno studio italiano presentato al congresso SINut evidenzia l’efficacia di un integratore a base di alghe brune nel migliorare peso, massa grassa e profilo lipidico in pazienti con fegato grasso

La steatosi epatica può essere contrastata anche attraverso un approccio integrato che combina alimentazione controllata e nutraceutica. È quanto emerge da uno studio clinico italiano presentato nelle scorse settimane al congresso nazionale della Società Italiana di Nutraceutica (SINut), svoltosi a Bologna, che ha valutato gli effetti di un integratore a base di alghe brune, denominato Gdue, associato a una dieta mediterranea ipocalorica. La ricerca ha dimostrato che un trattamento della durata di 6 mesi è in grado di favorire una riduzione del peso corporeo e della massa grassa, aumentare i livelli di colesterolo “buono” HDL e, soprattutto, diminuire significativamente l’accumulo di grasso nel fegato.

Lo studio, un trial clinico randomizzato in doppio cieco, ha coinvolto 112 persone sottoposte a un percorso nutrizionale con dieta ipocalorica e assegnate alla supplementazione con Gdue oppure al placebo. Al termine delle 24 settimane di osservazione, circa un paziente su due trattato con il nutraceutico non presentava più una steatosi di grado moderato-severo. Un risultato significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo, che ha assunto il placebo, e che conferma le evidenze già emerse in precedenti studi preclinici condotti su modelli animali.

Oltre all’efficacia sul metabolismo e sulla riduzione del grasso epatico, il trattamento si è dimostrato ben tollerato: nel corso dello studio non sono emersi particolari problemi di sicurezza né effetti indesiderati rilevanti. La ricerca è stata coordinata dal team della professoressa Livia Pisciotta, ordinaria di Scienze dell’Alimentazione all’Università di Genova e direttrice della Scuola di Specializzazione, in collaborazione con la Clinica Gastroenterologica dell’Università di Genova, diretta dal professor Edoardo Giannini (DiMI, IRCCS-AOM Policlinico San Martino).

Il fegato grasso legato ai disturbi metabolici è oggi una delle malattie croniche epatiche più diffuse – sottolinea la prof.ssa PisciottaColpisce il 25% della popolazione italiana e rappresenta ormai un importante problema di salute pubblica e interessa sempre più persone. Ciò è dovuto soprattutto alla costante crescita tra la popolazione del grave eccesso di peso, della sindrome metabolica e dell’iperglicemia. Si calcola, per esempio, che la prevalenza della steatosi epatica sale fino al 70-80% tra i pazienti obesi o fra quelli colpiti da diabete mellito di tipo 2. Oggi sappiamo che non riguarda solo il fegato ma si tratta di una manifestazione di un’alterazione metabolica che coinvolge tutto l’organismo, oggi definita MASLD (malattia epatica steatosi associata a disfunzione metabolica). Insulino-resistenza, sovrappeso e accumulo di grasso favoriscono il deposito di lipidi anche a livello epatico. La modifica dello stile di vita resta il cardine terapeutico; tuttavia, l’aderenza a lungo termine è spesso difficile. Esiste un bisogno medico in larga parte insoddisfatto e intervenire solo su alimentazione o sedentarietà può non bastare. Troppi pazienti non raggiungono o non mantengono un calo di peso clinicamente significativo per impattare positivamente sulla patologia epatica. Di recente sono stati approvati farmaci che agiscono riducendo la steatosi, spegnendo l’infiammazione e migliorando il danno epatico. Sono però indicati solo per quei pazienti con forme più avanzate della malattia, come la fibrosi epatica da moderata a severa. Quindi può essere molto utile, per le forme meno gravi di fegato grasso, ricorrere ad un trattamento efficace e ben tollerato come Gdue”.

La steatosi epatica non alcolica è una condizione clinica che può diventare molto pericolosa – conclude la prof.ssa PisciottaÈ asintomatica nelle fasi iniziali e quasi sempre viene diagnosticata per caso o quando è troppo tardi. Inoltre, è una delle principali cause nei Paesi Occidentali di tumore del fegato. Il trattamento di prima linea resta la dieta ipocalorica, come quella mediterranea, associata ad una costante attività fisica. Un calo ponderale del 5% circa si associa già a una riduzione del grasso epatico, mentre una diminuzione del 7-10% o superiore può portare benefici metabolici e istologici più ampi. Nutraceutici, come Gdue, presentano grandi potenzialità e sono un valido strumento di supporto nel contrasto alla malattia epatica. I risultati del trial clinico con Gdue, presentati al meeting di Bologna sono assai incoraggianti. Ora sono necessari ulteriori studi, su popolazioni più ampie e con un follow-up più lungo, per confermare questi benefici e meglio definirne il ruolo nella pratica clinica”.