È salito ad almeno 165 morti e 1.300 dispersi il bilancio delle devastanti alluvioni che hanno colpito l’area himalayana al confine tra Nepal e Cina. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, in Tibet almeno 3 persone sono morte e 558 risultano disperse dopo frane e colate di fango provocate dal collasso di un ghiacciaio. In Nepal, invece, le autorità hanno riportato almeno 162 morti dopo che improvvise e imponenti piene hanno travolto diverse comunità. In Tibet, secondo la televisione di Stato CCTV, tra i 558 dispersi figurano 260 stranieri.
La situazione è particolarmente grave anche in Nepal, dove in precedenza erano state segnalate 403 persone disperse, tra cui 341 stranieri. Tra loro figurano 133 cittadini indiani diretti in pellegrinaggio verso il monte Kailash, luogo sacro per gli induisti. Sono inoltre stati segnalati dispersi provenienti da Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Canada.
Nessun terremoto: il collasso del ghiacciaio
Inizialmente il Servizio Geologico degli Stati Uniti aveva rilevato un evento sismico magnitudo 4.4 a circa 66 km a Nord di Kathmandu, vicino alla frontiera. Successivamente, l’USGS ha corretto la propria analisi: non si sarebbe trattato di un terremoto, bensì di un collasso glaciale equivalente a un evento di magnitudo 5.2, capace di innescare una gigantesca massa di detriti lungo il corso d’acqua. Anche gli esperti dell’International Centre for Integrated Mountain Development, con sede a Kathmandu, ritengono probabile che l’origine dell’alluvione sia stata una valanga proveniente da un ghiacciaio.
L’onda di piena ha raggiunto dimensioni eccezionali. Secondo le osservazioni idrologiche, il livello del fiume Trishuli è aumentato di circa 9 metri in appena mezz’ora, mentre il sistema del fiume Lhende Khola, affluente del Bhotekoshi, è stato interessato da una piena di proporzioni estreme.
Un fenomeno sempre più preoccupante
La tragedia non rappresenta un episodio isolato. Il fiume Lhende Khola è esondato 2 volte in appena 14 mesi, un segnale che secondo gli esperti evidenzia la crescente instabilità dell’ambiente glaciale himalayano. Già nell’agosto dello scorso anno una piena improvvisa aveva colpito la stessa regione dopo che un lago glaciale in Tibet era straripato a causa delle temperature elevate. In quell’occasione erano morte 9 persone e diverse infrastrutture erano state danneggiate, compreso un ponte fondamentale per i collegamenti tra Nepal e Cina.
Le immagini che arrivano dalla zona colpita mostrano la devastazione provocata dalla nuova ondata: strade cancellate dall’acqua, edifici sepolti dal fango, automobili sommerse e detriti rimasti impigliati tra alberi e cavi elettrici. Nel distretto nepalese di Nuwakot, uno dei più colpiti, il fango ha ricoperto edifici fino al secondo piano.
L’allarme sul futuro dell’Himalaya
Gli esperti sottolineano che le ripide vallate himalayane, pur rappresentando importanti corridoi economici e di collegamento, sono estremamente vulnerabili a frane e alluvioni lampo. Il cambiamento climatico sta aggravando il rischio: il riscaldamento globale sta favorendo lo scioglimento dei ghiacciai e aumentando la frequenza di eventi meteorologici estremi, inclusi monsoni particolarmente intensi e improvvise inondazioni.
Uno studio condotto a Kathmandu ha evidenziato che i ghiacciai della regione dell’Hindu Kush-Himalaya stanno perdendo ghiaccio a un ritmo sempre più rapido, con tassi di perdita raddoppiati dal 2000. Per le comunità che vivono ai piedi delle montagne, il rischio non riguarda soltanto le abitazioni. A essere minacciati sono anche infrastrutture, vie di comunicazione e risorse idriche di una delle aree più densamente popolate del pianeta.
