Sale a 547 il numero delle vittime delle devastanti alluvioni che hanno colpito il Nepal mercoledì, mentre continuano senza sosta le operazioni di ricerca e soccorso. Il nuovo bilancio è stato diffuso dalla polizia nepalese, che riporta anche 1.473 feriti. Restano ancora 977 le persone disperse, secondo le autorità nepalesi, tra cui centinaia di cittadini stranieri. La catastrofe ha colpito duramente anche il Tibet cinese, dove sono state confermate 5 vittime e centinaia di persone risultano ancora irreperibili.
Il nuovo pericolo: un lago nato dalla frana
A rendere ancora più drammatica la situazione è il rischio legato a un lago formatosi dopo una frana al confine tra Nepal e Cina. Il bacino, creatosi in seguito all’enorme quantità di roccia, ghiaccio, fango e detriti trascinata a valle dal crollo di un ghiacciaio, ha continuato a riempirsi fino a superare i 2,5 milioni di metri cubi d’acqua, contro una stima compresa tra 1,5 e 2 milioni appena 24 ore prima. Oggi il lago ha iniziato a tracimare riversando acqua nel fiume Bhotekoshi, provocando nuovi momenti di panico nelle zone già devastate dall’alluvione.
Soccorsi sospesi e poi ripresi
Il pericolo rappresentato dal lago ha costretto a una temporanea sospensione delle operazioni di soccorso. In Nepal le attività sono state interrotte per circa 90 minuti, prima di riprendere quando la situazione è stata ritenuta nuovamente gestibile. Anche le squadre cinesi impegnate nelle operazioni sul versante tibetano sono state ritirate temporaneamente in un’area considerata sicura. Le autorità hanno successivamente autorizzato la ripresa dei soccorsi, dopo aver valutato come gestibile il rischio proveniente dal lago a monte. Il disastro di mercoledì ha devastato villaggi e vallate lungo una delle principali vie di collegamento tra Kathmandu e Lhasa, una zona attraversata anche da numerosi pellegrini e trekker. Strade, ponti e centrali elettriche sono stati distrutti dalla massa d’acqua e detriti.
Quasi mille dispersi tra Nepal e Tibet
La portata della tragedia è ancora difficile da quantificare. In Nepal, secondo l’ultimo aggiornamento, sono 977 le persone disperse, mentre sul versante cinese, nella contea di Gyirong, le autorità avevano indicato 558 dispersi, tra cui 260 cittadini stranieri. Molti degli stranieri coinvolti sarebbero pellegrini indiani diretti verso il monte Kailash e il lago Manasarovar, luoghi sacri situati in Tibet.
Le immagini diffuse nelle ore successive alla catastrofe hanno mostrato la violenza della piena: enormi quantità di acqua fangosa e detriti hanno travolto strutture e persone nell’area del valico di frontiera, lasciando dietro di sé una vasta scia di distruzione. In Nepal gli elicotteri vengono utilizzati per raggiungere le comunità rimaste isolate e per distribuire generi di prima necessità. Le squadre di emergenza, anche con l’impiego di unità cinofile, continuano inoltre a recuperare corpi trasportati a valle dalla corrente.
“Ogni sforzo per cercare i dispersi”
La gravità della situazione ha spinto anche le massime autorità cinesi a rafforzare il coordinamento degli interventi. Il Politburo del Partito comunista cinese si è riunito per impartire direttive sulle operazioni di soccorso. Durante la riunione, presieduta dal presidente Xi Jinping, è stato chiesto di elaborare piani di ricerca e soccorso e di compiere “ogni sforzo” per trovare le persone disperse, sia cinesi sia straniere. Pechino ha inoltre sottolineato la necessità di rafforzare il monitoraggio dei laghi glaciali, dei rischi legati alle frane e dei bacini formatisi a seguito di sbarramenti naturali, oltre a chiedere una maggiore cooperazione internazionale nella gestione delle emergenze.
Il Nepal rifiuta, per ora, l’aiuto straniero
Nonostante le numerose offerte di assistenza internazionale, il governo nepalese ha fatto sapere di non avere al momento bisogno di squadre straniere di ricerca e soccorso. “Le offerte di aiuto sono naturali. Le nostre agenzie di sicurezza stanno conducendo le operazioni di ricerca e soccorso. Per ora non abbiamo bisogno di questo tipo di assistenza“, ha dichiarato Lok Bahadur Chhetri, portavoce del ;inistero degli Esteri nepalese. India, Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Sri Lanka e Bangladesh avrebbero offerto l’invio di squadre specializzate. Una squadra sudcoreana di risposta rapida si trova già a Kathmandu, ma non è stata ancora impiegata perché il governo nepalese non ha predisposto un piano per accogliere squadre straniere.
Oltre 90mila persone hanno bisogno di aiuto
Alla tragedia delle vittime si aggiunge quella umanitaria. La Croce Rossa stima che almeno 93mila persone siano state direttamente colpite dalla frana e dalle successive alluvioni e abbiano bisogno urgente di assistenza. Gli stessi soccorsi umanitari hanno incontrato difficoltà: alcuni camion carichi di aiuti sono rimasti bloccati dopo che il lago formatosi a seguito della frana ha rotto gli argini. Il responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri, Kamal Kishore, ha avvertito del possibile sviluppo di ulteriori “pericoli a cascata“.
L’allarme sanitario
Preoccupa infine la situazione del sistema sanitario nelle aree colpite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 6 strutture sanitarie sono state danneggiate e 8 operatori sanitari risultano dispersi. Le conseguenze potrebbero aggravarsi nei prossimi giorni. Evacuazioni, sovraffollamento e interruzioni dei servizi di acqua, igiene e assistenza sanitaria possono infatti aumentare il rischio di malattie infettive, tra cui diarrea e patologie respiratorie. Mentre le squadre continuano a scavare tra fango e detriti alla ricerca dei dispersi, il rischio di nuove inondazioni rende ancora più difficile l’intervento. In Nepal e nelle aree tibetane colpite, l’emergenza resta dunque tutt’altro che conclusa.
