Il buio estremo degli abissi marini nasconde dinamiche biologiche del tutto inaspettate e cruciali per la salute del nostro pianeta. Nelle fredde e remote profondità del Mare di Ross, situato nell’emisfero Sud, un ambiente apparentemente ostile e inerte si è rivelato in realtà un fervente laboratorio naturale. Un team di scienziati italiani ha scoperto per la prima volta che alcuni microrganismi sono in grado di assorbire enormi quantità di carbonio inorganico disciolto anche in assenza totale della luce del Sole. Questo processo, finora sfuggito a tutte le stime ufficiali, potrebbe avere un impatto gigantesco sulla nostra comprensione del ciclo globale del carbonio.
La scoperta italiana tra le acque profonde
Lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Communications Earth & Environment è il frutto di una collaborazione di altissimo livello. L’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, in sinergia con l’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Consiglio nazionale delle ricerche, ha analizzato campioni prelevati a profondità estreme. Durante ben 2 campagne oceanografiche a bordo della nave da ricerca R/V Italica, all’interno del progetto PNRA DEEPROSSS, i ricercatori hanno prelevato acqua tra 200 e 2mila metri sotto il livello del mare. Il coordinatore dello studio Mauro Celussi, dell’OGS, ha spiegato chiaramente il contesto di questa indagine in un ambiente così estremo: “Il Mare di Ross è una delle regioni oceaniche più produttive del pianeta e un importante sito di formazione di acque profonde, che influenzano la circolazione termoalina globale. Eppure, la vita microbica nelle sue profondità è ancora poco conosciuta”.
Il ruolo dei microrganismi nel ciclo del carbonio
L’analisi approfondita del DNA microbico ha permesso di smascherare i protagonisti invisibili di questo fenomeno sommerso. Si tratta principalmente di archaea nitrificanti e batteri chemoautotrofi che lavorano incessantemente nelle gelide acque antartiche di fondo e della piattaforma continentale. Le misurazioni indicano che il tasso di fissazione del carbonio inorganico disciolto in queste aree remote è comparabile a quello delle principali regioni oceaniche del mondo. Estendendo i dati all’intero volume del Mare di Ross, gli scienziati stimano che il carbonio sequestrato nel buio abissale rappresenti il 5% del totale annuo assorbito da questo bacino. Un contributo eccezionale che obbligherà a rivedere le attuali teorie sui bilanci di anidride carbonica. Grazia Quero del Cnr-Irbim ha sottolineato la portata della scoperta affermando: “Questo studio suggerisce che i microrganismi che abitano uno degli oceani più importanti del pianeta partecipano attivamente al ciclo del carbonio: non tenerne conto potrebbe significare sottostimare la capacità di assorbimento di CO2 di questo mare”.

Nuove prospettive per il futuro del clima
Le implicazioni di questa indagine vanno ben oltre la semplice catalogazione biologica, aprendo finestre cruciali sulla risposta degli ecosistemi alle sfide ambientali del nostro secolo. Comprendere i meccanismi con cui questi minuscoli organismi lavorano all’estremo Sud del mondo fornisce strumenti vitali per i modelli predittivi climatici. Marco Basili del Cnr-Irbim ha riassunto l’importanza di questi dati con parole inequivocabili: “Capire quali organismi fissano la CO2 e in quali condizioni lo fanno è anche un modo per anticipare come questo serbatoio biologico potrebbe rispondere al cambiamento climatico e all’acidificazione degli oceani”. L’invisibile mondo abissale si dimostra quindi uno scudo formidabile, un alleato silenzioso che continua a lavorare senza sosta per mantenere in equilibrio il clima terrestre.
