Api domestiche e api selvatiche: il ritiro dei ghiacciai può cambiare la diffusione delle malattie

La trasformazione degli ambienti alpini modifica i rapporti tra impollinatori, piante e agenti patogeni

Le api sono tra gli impollinatori più importanti per gli ecosistemi naturali e per l’agricoltura. Api domestiche e api selvatiche contribuiscono infatti alla riproduzione di numerose specie vegetali, ma il loro futuro è minacciato da diversi fattori, tra cui perdita di habitat, pesticidi, cambiamenti climatici e malattie. Proprio il rapporto tra api allevate e api selvatiche è al centro di un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con la Libera Università di Bolzano, il CREA-AA di Bologna e la University of Lausanne. La ricerca, pubblicata sulla rivista Oikos, ha analizzato un aspetto ancora poco conosciuto: il modo in cui i cambiamenti del paesaggio possono influenzare le possibilità di trasmissione degli agenti patogeni tra diverse specie di api.

Il ghiacciaio come laboratorio naturale

Lo studio è stato realizzato nell’area proglaciale del Mont Miné, nella Val d’Hérens, nel Canton Vallese, in Svizzera. Il progressivo ritiro del ghiacciaio ha creato un vero e proprio laboratorio naturale. Le aree lasciate libere dal ghiaccio non sono tutte uguali: alcune sono state scoperte solo recentemente e presentano una vegetazione ancora rada e pioniera, mentre altre sono rimaste senza ghiaccio per periodi più lunghi e hanno sviluppato comunità vegetali più mature, fino ad arrivare a zone caratterizzate da fitte foreste. Questa successione permette di osservare come cambiano nel tempo le relazioni tra piante e impollinatori e, indirettamente, le opportunità di trasmissione delle malattie.

Cinque agenti patogeni sotto osservazione

I ricercatori hanno analizzato la presenza di 5 agenti patogeni nelle api da miele, Apis mellifera, e nelle api selvatiche: tre virus, un microsporidio e un protozoo. I risultati hanno mostrato una differenza significativa tra i due gruppi. Tutti e cinque gli agenti patogeni erano presenti nelle api da miele, mentre soltanto due sono stati individuati nelle api selvatiche. Per uno dei virus, inoltre, sono stati trovati ceppi differenti nelle api domestiche e in quelle selvatiche. Questi dati suggeriscono che la presenza di un agente patogeno nelle api domestiche non implica necessariamente un suo passaggio frequente alle popolazioni selvatiche.

Fiori e risorse alimentari possono fare la differenza

Una possibile spiegazione riguarda il modo in cui le api utilizzano le risorse floreali. Le api domestiche possono concentrarsi su un numero relativamente ristretto di specie vegetali, alcune delle quali sono frequentate meno dalle api selvatiche. Quando due gruppi di impollinatori condividono meno gli stessi fiori, diminuiscono anche le occasioni di contatto indiretto. Il fiore, infatti, può rappresentare un punto di incontro tra specie diverse: un’ape può depositare microrganismi mentre si alimenta e un’altra può entrare successivamente in contatto con gli stessi agenti. Una maggiore sovrapposizione nell’uso delle risorse potrebbe quindi aumentare le opportunità di trasmissione, mentre una separazione delle preferenze alimentari può limitarle.

Un paesaggio che cambia, una rete di relazioni che cambia

Lo studio ha però evidenziato anche un altro elemento interessante. L’abbondanza di uno dei virus analizzati tende ad aumentare in tutte le api nelle aree più mature dell’ambiente proglaciale, dove la vegetazione ha avuto più tempo per svilupparsi dopo il ritiro del ghiacciaio. Il risultato mostra quanto sia complesso il rapporto tra cambiamenti ambientali e malattie. Il ritiro di un ghiacciaio non modifica soltanto il paesaggio visibile: cambia progressivamente la composizione della vegetazione, la disponibilità delle risorse alimentari e le interazioni tra le diverse specie di impollinatori. Questi cambiamenti possono, a loro volta, influenzare anche la circolazione degli agenti patogeni.

Perché studiare insieme api domestiche e api selvatiche

La ricerca sottolinea quindi l’importanza di considerare le comunità di impollinatori come reti di organismi strettamente connessi all’ambiente in cui vivono. Le api domestiche sono fondamentali per l’agricoltura, ma la loro elevata abbondanza in alcune aree può modificare la disponibilità di risorse per le specie selvatiche e creare nuove possibilità di interazione. Allo stesso tempo, però, la condivisione delle risorse non è sempre elevata e può variare in funzione delle caratteristiche del paesaggio. Comprendere questi meccanismi è importante per sviluppare strategie di conservazione che tengano conto non solo della presenza delle api, ma anche delle loro relazioni con le piante, con le altre specie di impollinatori e con gli agenti patogeni. Il caso del Mont Miné mostra così che anche un processo apparentemente distante dal mondo delle api, come il ritiro di un ghiacciaio, può avere conseguenze sulla complessa rete di relazioni che sostiene la vita degli impollinatori.

“Questo risultato suggerisce che le trasformazioni del paesaggio indotte dal ritiro glaciale possano modificare in futuro le reti ecologiche, aumentando le occasioni di contatto tra api da miele e api selvatiche e favorendo la diffusione delle malattie. Il ritiro glaciale è infatti un fattore ancora poco studiato, ma sempre più rilevante: rappresenta uno degli indicatori più evidenti del cambiamento climatico e, secondo le proiezioni attuali, quasi la metà dei ghiacciai del mondo potrebbe scomparire entro il 2100. Inoltre, le api domestiche vengono sempre più spesso portate in ambienti proglaciali, rendendo ancora più importante capire come questi paesaggi in trasformazione possano influenzare le interazioni tra le specie”, spiega Carlo Polidori.

Comprendere questi processi è fondamentale per sviluppare strategie efficaci di conservazione degli impollinatori e dei servizi ecosistemici che essi garantiscono. Studi condotti in diversi contesti di ritiro glaciale e con differenti densità di api potranno chiarire ulteriormente il legame tra la struttura delle reti pianta–impollinatore e la trasmissione dei patogeni tra diverse specie di api”, conclude Gianalberto Losapio.