Sono passati 91 anni, ma il 13 agosto 1935 resta una delle date più drammatiche nella storia del dissesto idrogeologico italiano. Quel giorno, nell’area dell’Appennino ligure al confine tra Piemonte e Liguria, una precipitazione di eccezionale intensità trasformò il torrente Orba in una massa d’acqua devastante. A rendere ancora più tragica la situazione fu il cedimento dello sbarramento secondario del lago artificiale di Ortiglieto, presso Molare, in provincia di Alessandria. Il bilancio fu terribile: 111 persone morirono nell’area colpita. Tra i centri maggiormente interessati vi furono Molare, Ovada e numerose frazioni della valle dell’Orba.
La pioggia dopo la siccità
L’estate del 1935 era stata caratterizzata fino a quel momento da condizioni particolarmente siccitose. Il 13 agosto, però, lo scenario cambiò bruscamente. Sul bacino dell’Orba si abbatterono precipitazioni violentissime, concentrate in poche ore. L’evento fu favorito dall’incontro tra correnti umide e calde provenienti da Sud/Est e correnti più fredde provenienti da Nord/Ovest.
La quantità d’acqua mise a dura prova il sistema di scarico del bacino di Ortiglieto. Gli organi di scarico non riuscirono a smaltire la piena in arrivo e l’acqua raggiunse livelli tali da sormontare gli sbarramenti. La diga principale di Bric Zerbino resistette, mentre lo sbarramento secondario della Sella Zerbino cedette.
L’onda che si riversò nella valle
Il cedimento liberò improvvisamente una enorme quantità d’acqua che si riversò nel torrente Orba, già gonfio dalla piena. L’onda percorse la valle con una forza devastante, trascinando fango e detriti e distruggendo abitazioni, ponti e infrastrutture. Molare, situata su un’area sopraelevata, fu in parte risparmiata dalla furia diretta dell’acqua. Più a valle, invece, l’ondata raggiunse con particolare violenza il territorio di Ovada, insieme alle numerose frazioni disseminate lungo il corso dell’Orba. La documentazione del progetto AVI del CNR riporta 97 vittime nella sola Ovada e 111 morti complessivi nell’area interessata dal nubifragio. Non fu dunque soltanto il crollo di una diga a determinare la tragedia. Il disastro nacque dall’interazione tra un fenomeno meteorologico eccezionale, una piena improvvisa e la vulnerabilità delle opere di sbarramento presenti nel bacino.
Una tragedia che anticipò le grandi lezioni sul rischio idrogeologico
Il disastro di Molare è oggi ricordato anche per ciò che insegna sul rapporto tra territorio, infrastrutture e fenomeni meteorologici estremi. Le ricostruzioni tecniche hanno evidenziato come la piena del 13 agosto 1935 superasse la capacità degli scarichi e come il cedimento dello sbarramento secondario amplificasse enormemente gli effetti dell’evento naturale. La vicenda rimane così un caso emblematico della storia italiana delle catastrofi idrogeologiche: una calamità innescata da precipitazioni eccezionali, ma resa ancora più distruttiva dal collasso di un’opera artificiale.
