Il 26 agosto 1883, nell’arcipelago indonesiano, il vulcano Krakatau – più noto in Occidente come Krakatoa – entrò nella fase decisiva di una delle più violente eruzioni della storia moderna. Dopo mesi di crescente attività, iniziata già a maggio, l’isola vulcanica situata nello stretto della Sonda, tra Giava e Sumatra, si trasformò in poche ore nel teatro di una catastrofe di proporzioni eccezionali. Quel 26 agosto fu infatti l’inizio della fase culminante dell’eruzione, che raggiunse il suo apice nelle ore successive, il 27 agosto. In circa 23 ore furono espulsi nell’atmosfera enormi quantitativi di materiale vulcanico: secondo lo US Geological Survey, oltre 4miglia cubiche di detriti, equivalenti a più di 16 km cubi.
Un’isola che scompare
Prima della catastrofe, Krakatau era un’isola di circa 30 km quadrati, caratterizzata da diversi coni vulcanici. Nei mesi precedenti all’esplosione finale, terremoti, colonne di vapore e cenere avevano segnalato un’attività sempre più intensa. Il 20 maggio 1883 era iniziata una fase eruttiva che sarebbe proseguita per tutta l’estate. La situazione precipitò proprio il 26 agosto: le esplosioni divennero sempre più violente, fino alle detonazioni catastrofiche del giorno successivo. Una parte enorme dell’isola venne distrutta e collassò, lasciando una grande depressione vulcanica occupata dal mare. Circa 25 km cubi di materiale furono proiettati fino alla stratosfera, mentre la colonna eruttiva superò i 30 km di altezza.
Il boato che attraversò l’oceano
Uno degli aspetti più impressionanti dell’eruzione fu la distanza alla quale vennero percepite le esplosioni. A Rodriguez Island, nell’Oceano Indiano, a quasi 5mila km di distanza, gli abitanti udirono quelli che sembravano colpi di cannone. In realtà erano le esplosioni del Krakatoa: il loro suono è considerato uno dei più intensi e lontani mai registrati nella storia. Il rumore era però soltanto una parte della tragedia: l’esplosione e il collasso dell’edificio vulcanico generarono gigantesche onde di tsunami, che si abbatterono sulle coste vicine di Giava e Sumatra. Furono soprattutto queste onde, insieme agli altri fenomeni associati all’eruzione, a provocare la maggior parte delle vittime. Le stime storiche indicano oltre 36mila morti.
Un’eruzione dalle conseguenze globali
Il Krakatoa non sconvolse soltanto le popolazioni che vivevano nelle sue vicinanze. Le particelle vulcaniche e i gas immessi nella stratosfera si diffusero su scala planetaria. Per mesi e persino per anni furono osservati tramonti dai colori insolitamente intensi in diverse parti del mondo. Le particelle presenti nell’atmosfera influenzarono inoltre il clima globale, contribuendo a un abbassamento delle temperature. L’eruzione dimostrò così, in maniera spettacolare, come un fenomeno locale possa avere conseguenze che superano migliaia di km e interessano l’intero sistema atmosferico terrestre.
Una lezione ancora attuale
A 143 anni di distanza, l’eruzione del 1883 rimane uno degli eventi fondamentali nella storia della vulcanologia. Il Krakatoa è diventato un caso di studio per comprendere i rischi legati alle grandi eruzioni esplosive, ai collassi vulcanici e agli tsunami. E la storia del vulcano non si è conclusa nel 1883: nell’area emersa successivamente dal mare si è formato Anak Krakatau, il “iglio del Krakatoa”, che testimonia ancora oggi la continua attività vulcanica della regione.
