Il 27 agosto 1883, nel cuore dello Stretto della Sonda, tra Giava e Sumatra, la natura mise in scena una delle più potenti catastrofi vulcaniche dell’epoca moderna. Il vulcano Krakatoa, allora parte delle Indie orientali olandesi, raggiunse il culmine di un’eruzione iniziata mesi prima con una sequenza di esplosioni di violenza eccezionale. Quella mattina si verificarono 4 grandi esplosioni. La 3ª fu la più devastante. La pressione generata dall’esplosione fu registrata a migliaia di km di distanza e il boato fu percepito in luoghi lontanissimi dall’Indonesia. Fu però il mare a trasformare l’eruzione in una tragedia umana di proporzioni enormi.
L’isola che scomparve
Krakatoa non era un vulcano improvvisamente comparso dal nulla. L’attività eruttiva era iniziata già nel maggio 1883 e, nelle settimane successive, navi e abitanti delle isole vicine avevano assistito a colonne di cenere, esplosioni e materiali incandescenti. Nessuno, però, poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto alla fine di agosto. Durante la fase culminante, una parte enorme dell’isola collassò sotto il livello del mare. Più di 4 miglia cubiche di materiale vulcanico furono espulse nell’atmosfera e l’antica struttura di Krakatoa venne in gran parte distrutta. L’improvviso sconvolgimento del vulcano e il collasso della sua struttura provocarono una serie di tsunami giganteschi. Le onde investirono le coste di Giava e Sumatra, spazzando via centinaia di villaggi e insediamenti. In alcune zone l’acqua raggiunse altezze di decine di metri.
36mila vittime
Il bilancio della catastrofe fu terribile: circa 36mila persone morirono, e la grande maggioranza delle vittime fu provocata non direttamente dall’esplosione, ma dagli tsunami. Secondo i dati raccolti dal National Centers for Environmental Information statunitense, oltre 34mila delle circa 36 mila vittime furono causate dalle onde di maremoto. Intere comunità costiere furono cancellate in pochi minuti: navi vennero trascinate nell’entroterra, mentre il materiale vulcanico ricopriva vaste aree. La distruzione fu tale da modificare in modo permanente la geografia dell’area.
Un boato avvertito a migliaia di km
L’eruzione del Krakatoa entrò anche nella storia della meteorologia e della geofisica. La gigantesca esplosione generò un’onda di pressione atmosferica che fece più volte il giro del pianeta. Il boato fu udito a migliaia di km di distanza: è considerato uno degli eventi sonori più potenti mai documentati nella storia moderna. La cenere, invece, raggiunse gli strati più alti dell’atmosfera e si diffuse su una superficie immensa. Per giorni, nelle aree vicine, il cielo rimase oscurato, le particelle sospese nell’atmosfera furono trasportate anche a grandi distanze, contribuendo a modificare temporaneamente il clima e producendo spettacolari effetti ottici nei cieli di diverse parti del mondo.
Una lezione sulla potenza della natura
A distanza di 143 anni, l’eruzione del 27 agosto 1883 rimane un simbolo della forza con cui i fenomeni geologici possono trasformare un territorio e colpire società intere. Krakatoa dimostrò inoltre che, in una grande eruzione, il pericolo non è rappresentato soltanto dalla lava o dalla cenere: il collasso di un vulcano può generare tsunami capaci di provocare la maggior parte delle vittime.
Il vulcano non è però scomparso definitivamente: al centro della caldera formatasi nel 1883 è sorto nel Novecento un nuovo cono, chiamato Anak Krakatau, cioè “figlio di Krakatoa”, che ha continuato a essere attivo.
