Trentatré anni dopo il disastro del Challenger, e a pochi giorni dal 37° anniversario della missione, il nome STS-28 racconta una pagina particolare della storia dello Space Shuttle: quella dei voli militari statunitensi avvolti dal segreto. Era l’8 agosto 1989 quando lo Space Shuttle Columbia decollò dal Kennedy Space Center, in Florida, alle 08:37 del mattino, ora della costa orientale degli Stati Uniti. A bordo c’erano 5 astronauti: il comandante Brewster H. Shaw Jr., il pilota Richard N. Richards e gli specialisti di missione David C. Leestma, James C. Adamson e Mark N. Brown. La missione era ufficialmente dedicata al Department of Defense, il Dipartimento della Difesa americano.
Un lancio diverso dagli altri
STS-28 non era una normale missione scientifica della NASA. Il suo carico e diversi elementi della missione erano classificati, in linea con la natura militare del volo. Ancora oggi la documentazione ufficiale della NASA identifica semplicemente la missione come dedicata al Dipartimento della Difesa e indica come classificato il peso di lancio. All’epoca, inoltre, le informazioni rese pubbliche erano particolarmente limitate: il programma di lancio prevedeva una finestra temporale riservata e il conto alla rovescia divenne pubblico soltanto pochi minuti prima del decollo. Anche le comunicazioni relative alla missione erano condizionate dalle esigenze di sicurezza nazionale. Per questo STS-28 è spesso ricordata come una missione “segreta”. È però più preciso parlare di missione militare con elementi classificati: l’esistenza del volo, della navetta e dell’equipaggio era pubblica, mentre alcuni dettagli fondamentali sul carico e sulle attività svolte in orbita non lo erano.
Il ritorno in volo del Columbia
Per il Columbia, quella missione aveva anche un significato particolare. La navetta non volava nello Spazio dal gennaio 1986, quando aveva partecipato alla missione STS-61-C. Pochi giorni dopo, il 28 gennaio 1986, il Challenger era esploso poco dopo il decollo, causando la morte dei 7 astronauti a bordo. La tragedia aveva provocato una lunga sospensione dei voli Shuttle e una profonda revisione del programma. Il Columbia rimase a terra per circa 3 anni e mezzo e venne sottoposto a numerosi interventi e modifiche prima di essere dichiarato nuovamente pronto al volo. Il decollo dell’8 agosto 1989 rappresentò quindi anche il ritorno in orbita della più anziana delle navette allora operative.
Cinque giorni lontano dalla Terra
Dopo il lancio, il Columbia entrò in orbita e iniziò una missione destinata a durare poco più di 5 giorni. L’equipaggio compì complessivamente 81 orbite attorno alla Terra. La natura militare del volo rese difficile, allora come oggi, ricostruire nei dettagli ogni attività svolta nello Spazio. Alcune informazioni sono state rese disponibili nel corso degli anni, ma una parte significativa degli aspetti operativi rimane legata alla classificazione dei programmi della Difesa statunitense. È proprio questo elemento a rendere STS-28 una missione particolare nella storia dello Shuttle: la navetta, diventata agli occhi del pubblico simbolo dell’esplorazione spaziale e della ricerca scientifica, veniva utilizzata anche come piattaforma per attività legate alla sicurezza nazionale.
Il ritorno sulla Terra
Il Columbia rientrò sulla Terra il 13 agosto 1989, atterrando sulla pista dell’Edwards Air Force Base, in California. La missione era durata 5 giorni, 1 ora e 8 secondi. L’atterraggio avvenne dopo l’81ª orbita. Per la NASA fu un successo importante: dopo il dramma del Challenger, il ritorno del Columbia dimostrava che il programma Shuttle era nuovamente operativo. STS-28 mostrava anche un altro volto della politica spaziale americana: quello in cui lo Spazio non era soltanto un luogo di ricerca e di esplorazione, ma anche un ambiente strategico nel pieno della Guerra fredda.
Una missione figlia della Guerra fredda
Nel 1989 il mondo si trovava ancora dentro l’ordine internazionale nato dalla contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Mancavano pochi mesi alla caduta del Muro di Berlino, che avrebbe segnato l’inizio della fine della Guerra fredda. In questo contesto, le missioni spaziali militari avevano un’importanza particolare. Satelliti e strumenti orbitanti potevano essere utilizzati per osservazione, comunicazioni, raccolta di informazioni e altre attività strategiche. Per questo alcuni programmi venivano mantenuti sotto stretto riserbo.
Le cronache dell’epoca descrivevano STS-28 come un volo militare segreto e collegavano il lancio alla messa in orbita di un satellite militare classificato. Tuttavia, quando si racconta oggi quella missione è importante distinguere tra ciò che è documentato pubblicamente e ciò che è rimasto classificato. La stessa NASA continua a indicare ufficialmente STS-28 come una missione del Dipartimento della Difesa senza divulgare tutti i dettagli del suo carico.
Trentasei anni dopo, il fascino del segreto
L’8 agosto 2026, a 37 anni dal decollo, STS-28 rimane una delle missioni più enigmatiche dell’era Shuttle. Non per il lancio, che fu seguito pubblicamente, né per l’atterraggio, del quale conosciamo data, luogo e durata, ma per ciò che accadde durante quei cinque giorni nello spazio. Il Columbia avrebbe poi volato ancora molte volte, fino alla tragica missione STS-107 del 2003, quando sarebbe andato perduto durante il rientro nell’atmosfera.
