L’allarme di Oxford: “per l’Europa il vero problema dell’energia non è il caldo, ma il freddo del prossimo inverno. Situazione molto seria”

Un'analisi di Oxford Economics evidenzia come il mix tra anomalie climatiche, stoccaggi ridotti e tensioni geopolitiche rischi di travolgere il continente, riaprendo persino il dossier sulle sanzioni a Mosca

Mentre l’Europa continua a fare i conti con ondate di calore eccezionali e temperature ben al di sopra delle medie stagionali, l’attenzione pubblica rimane comprensibilmente focalizzata sui picchi di domanda elettrica estivi. L’uso massiccio dei sistemi di condizionamento sta mettendo sotto pressione le reti elettriche di tutto il continente. Tuttavia, dal punto di vista dell’analisi sistemica, la vera insidia per la tenuta del sistema non si nasconde nei mesi solfurei di luglio e agosto, bensì nell’imminente stagione fredda. Il nesso tra condizioni meteorologiche ed equilibrio energetico si sta rivelando quanto mai fragile, poiché l’estate sta consumando le risorse necessarie a garantire la sicurezza del prossimo inverno.

Le persistenti condizioni di siccità e alte temperature che caratterizzano molte regioni europee stanno riducendo significativamente la generazione da fonti rinnovabili. I bacini idroelettrici soffrono per la scarsità di precipitazioni sui rilievi alpini e pirenaici, mentre il surplus termico dei fiumi francesi e centro-europei costringe diverse centrali nucleari a tagliare la produzione per evitare il surriscaldamento dei corsi d’acqua usati per il raffreddamento. Per colmare questo vuoto generativo, i paesi membri sono stati costretti a far ricorso a un uso intensivo delle centrali a gas naturale, sottraendo preziosi volumi di materia prima proprio nella fase cruciale dell’anno in cui si dovrebbero riempire i depositi sotterranei.

Lo studio di Oxford Economics e lo spauracchio del prossimo inverno

La conferma di questo scenario critico arriva da un dettagliato studio condotto dal centro di ricerca Oxford Economics. Secondo gli analisti, l’opinione pubblica e la politica europea stanno commettendo l’errore di sottovalutare i rischi a lungo termine, poiché più che il caldo l’Europa deve temere l’inverno. Il report mette in luce come la prossima stagione invernale rischi di trasformarsi nella più complessa dal drammatico biennio 2021-2022 in termini di forniture di energia. La combinazione tra consumi estivi elevati e ritardi nel riempimento degli impianti ha portato ad avere scorte di gas storicamente basse a pochi mesi dall’inizio dei primi freddi.

Nonostante l’Unione Europea sia riuscita negli ultimi anni a strutturare una riduzione dei consumi di gas del 15-20% grazie alle politiche di efficienza e alla diversificazione, la dipendenza dalle variabili atmosferiche resta altissima. Il continente rimane fortemente legato all’andamento climatico dei mesi invernali e la presenza di anomalie negative, come un inverno più freddo del normale o prolungate incursioni di aria artica, farebbe immediatamente balzare i prezzi del gas naturale sui mercati finanziari, innescando una reazione a catena su tutte le borse elettriche europee.

Fragilità strutturali e colli di bottiglia nelle forniture

Rispetto alla crisi scoppiata nel 2021, la struttura del mercato energetico continentale presenta differenze sostanziali. La carenza fisica di gas rappresenta oggi un rischio più remoto, in virtù di un’offerta globale maggiore di gas naturale liquefatto (GNL) e della disponibilità di un numero superiore di terminal di rigassificazione attivi sulle coste europee. Questa rete infrastrutturale garantisce un polmone di sicurezza fondamentale, ma non al riparo da bruschi shock di prezzo o da interruzioni lungo la catena logistica globale.

I mercati energetici globali si muovono infatti su equilibri estremamente precari. Lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i traffici petroliferi e di gas liquefatto a livello mondiale, rimane un punto ad altissimo rischio di blocco a causa delle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Contemporaneamente, sul fronte interno europeo, si registra un incremento imprevisto delle interruzioni della produzione norvegese di gas, dovute a manutenzioni prolungate e guasti tecnici negli giacimenti del Mare del Nord. Questa coincidenza di fattori riduce al minimo il margine di flessibilità del sistema proprio mentre l’Europa dovrebbe accelerare l’accumulo delle proprie riserve energetiche.

Il fattore russo e la possibile sospensione dell’embargo

In questo quadro strategico, la posizione della Federazione Russa si riconferma come un fattore imprevedibile. Nonostante i piani di affrancamento e le sanzioni comunitarie, il gas russo rappresenta ancora circa il 15% delle importazioni europee complessive, transitando sia attraverso le residue condotte ancora operative sia sotto forma di gas naturale liquefatto via mare. Questa quota rende l’Europa ancora vulnerabile a possibili decisioni unilaterali di Mosca, capaci di destabilizzare il mercato da un momento all’altro.

Un ulteriore taglio unilaterale delle forniture da parte della Russia, analogo a quello verificatosi nel periodo 2021-2022, scatenerebbe una nuova spirale rialzista dei prezzi, alimentando forti timori per una carenza materiale di gas durante i picchi di gelo. Gli esperti di Oxford Economics evidenziano come, pur trattandosi di uno scenario estremo, dinanzi a un prolungato blocco delle forniture esterne e a temperature rigide, le istituzioni europee potrebbero trovarsi di fronte a un vicolo cieco. L’Unione Europea potrebbe essere infatti costretta a dover sospendere l’embargo sul gas russo per garantire la continuità produttiva delle industrie e il riscaldamento delle abitazioni, compiendo una clamorosa inversione di rotta sul piano geopolitico.

Le ripercussioni macroeconomiche: inflazione e stasi della BCE

Le implicazioni di questo scenario meteo-energetico vanno ben oltre i confini del settore delle utility, minacciando direttamente la ripresa economica dell’Eurozona. Un’eventuale impennata dei costi della materia prima energetica si rifletterebbe immediatamente sulle catene di produzione industriali e sulle bollette dei cittadini, innescando una rincorsa dei prezzi al consumo. Lo studio stima che questo shock energetico potrebbe portare l’inflazione sopra il 3,5% a fine anno, cancellando i progressi fatti nei mesi precedenti per rientrare nei parametri di stabilità.

Questa spinta inflazionistica non sarebbe temporanea: le proiezioni indicano il rischio concreto di mantenere il tasso d’ inflazione sopra il 3% nel 2027, creando un contesto di stagflazione prolungata. Un simile quadro macroeconomico finirebbe per condizionare pesantemente le mosse della Banca Centrale Europea, ridando voce e forza alla frazione dei falchi della BCE. L’istituto di Francoforte si vedrebbe costretto a bloccare il processo di taglio dei tassi di interesse o addirittura a valutare nuovi rialzi dei tassi, con un conseguente irrigidimento delle condizioni di credito che frenerebbe gli investimenti privati e l’occupazione in tutto il vecchio continente.