Le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti sono scese al livello più basso registrato dal 1983, portandosi al di sotto della soglia dei 300 milioni di barili. Secondo quanto riportato dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, la U.S. Strategic Petroleum Reserve, la grande riserva federale di greggio destinata a fronteggiare emergenze energetiche e interruzioni delle forniture, contiene adesso 298,7 milioni di barili. Il dato rappresenta un forte ridimensionamento rispetto alla situazione precedente alla guerra in Iran e mette in evidenza quanto il conflitto abbia inciso sulla capacità degli Stati Uniti di mantenere elevate le proprie scorte strategiche. Prima dell’inizio della crisi, infatti, nella riserva americana erano presenti circa 415 milioni di barili, secondo quanto ricordato dalla Cnbc. Nel giro di pochi mesi, quindi, il livello della riserva si è ridotto di oltre cento milioni di barili, facendo emergere nuovi interrogativi sulla quantità di petrolio che il Governo americano può ancora utilizzare nel caso in cui le tensioni internazionali dovessero continuare a compromettere i normali flussi energetici.
Guerra in Iran e Stretto di Hormuz, il peso della crisi sulle scorte americane
Alla base del rapido calo delle riserve statunitensi c’è soprattutto l’impatto della guerra in Iran e delle conseguenze che il conflitto ha avuto sulle esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici per il mercato petrolifero mondiale. A marzo, il presidente Donald Trump ha ordinato il rilascio di 172 milioni di barili di petrolio dalla Strategic Petroleum Reserve dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. Il ricorso alla riserva strategica è servito dunque a compensare almeno in parte gli effetti della riduzione delle forniture e a mettere a disposizione del mercato una quantità significativa di petrolio in una fase caratterizzata da forti tensioni sull’approvvigionamento energetico. La dimensione del prelievo, pari a 172 milioni di barili, mostra tuttavia quanto pesante sia stato l’impatto della crisi sulle scorte federali americane. Il livello attuale di 298,7 milioni di barili si colloca infatti molto al di sotto dei circa 415 milioni presenti prima del conflitto.
Strategic Petroleum Reserve, crescono gli interrogativi sulle scorte rimaste
La diminuzione della riserva strategica americana pone adesso nuovi interrogativi sulla quantità di greggio effettivamente ancora a disposizione del Governo degli Stati Uniti. La quantità minima prevista è di circa 70 milioni di barili, un livello nettamente inferiore rispetto alle disponibilità attuali ma che evidenzia comunque l’ampiezza della riduzione già avvenuta dall’inizio della crisi iraniana. Il punto centrale non riguarda soltanto il numero complessivo di barili ancora presenti nei siti della Strategic Petroleum Reserve, ma anche la loro effettiva disponibilità per eventuali nuovi prelievi. Con la prosecuzione delle tensioni legate all’Iran e alle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, la consistenza delle riserve americane diventa infatti un elemento sempre più rilevante nella gestione della sicurezza energetica degli Stati Uniti.
I problemi strutturali delle riserve petrolifere Usa
Alla riduzione quantitativa delle scorte si aggiunge un secondo elemento che riguarda le condizioni strutturali della Strategic Petroleum Reserve. Un recente rapporto del Government Accountability Office, il Gao, ha infatti riportato che a dicembre 2025 oltre un quarto delle riserve non era disponibile per l’estrazione. Si tratta di un dato particolarmente significativo perché indica che la quantità nominalmente presente nelle riserve non coincide necessariamente con quella che potrebbe essere effettivamente utilizzata in caso di necessità. Secondo un’analisi di Rapidan Energy, questa situazione renderebbe circa 100 milioni di barili della riserva non utilizzabili. Il problema assume ancora maggiore rilevanza alla luce del forte calo delle scorte registrato negli ultimi mesi. Con la Strategic Petroleum Reserve scesa a 298,7 milioni di barili, l’eventuale indisponibilità di una quota consistente del petrolio immagazzinato ridurrebbe ulteriormente il quantitativo realmente accessibile al Governo americano.
Dagli oltre 400 milioni di barili ai minimi dal 1983
Il confronto con la situazione precedente al conflitto rende evidente l’entità del cambiamento. Prima della guerra in Iran, gli Stati Uniti disponevano di circa 415 milioni di barili nella propria riserva strategica. Dopo il blocco iraniano delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, l’amministrazione Trump ha autorizzato a marzo un rilascio di 172 milioni di barili, mentre gli ultimi dati del Dipartimento dell’Energia fotografano adesso una disponibilità complessiva pari a 298,7 milioni di barili. Il livello attuale rappresenta il minimo degli ultimi 43 anni, tornando sui valori che non si vedevano dal 1983 e segnando una fase particolarmente delicata per la gestione delle scorte energetiche americane. Alla riduzione del quantitativo totale si sommano inoltre le criticità evidenziate dal Gao sulla disponibilità materiale delle riserve, con oltre un quarto delle scorte che a dicembre 2025 risultava non disponibile per l’estrazione.
Petrolio, la guerra in Iran ridisegna la sicurezza energetica degli Stati Uniti
La nuova fotografia delle riserve petrolifere degli Stati Uniti mette quindi insieme due problemi distinti ma strettamente collegati: da un lato il forte ricorso alle scorte strategiche per rispondere agli effetti della guerra in Iran, dall’altro le difficoltà strutturali che potrebbero limitare la quantità di petrolio realmente utilizzabile. Il dato di 298,7 milioni di barili certifica una discesa sotto la soglia psicologica dei 300 milioni e porta la Strategic Petroleum Reserve al livello più basso dal 1983. Rispetto ai circa 415 milioni di barili disponibili prima del conflitto, il ridimensionamento è consistente e riflette direttamente le conseguenze della crisi innescata dal blocco iraniano delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Il maxi-prelievo da 172 milioni di barili ordinato a marzo dal presidente Trump ha permesso agli Stati Uniti di intervenire sulla disponibilità di greggio durante una fase critica del mercato, ma ha contemporaneamente ridotto in modo significativo il margine di sicurezza rappresentato dalla riserva federale. A pesare sulla situazione resta infine il dato riportato dal Government Accountability Office: a dicembre 2025 oltre un quarto delle riserve non era disponibile per l’estrazione. Secondo l’analisi di Rapidan Energy, circa 100 milioni di barili potrebbero quindi non essere utilizzabili, un elemento che rende ancora più importante distinguere tra la consistenza complessiva delle scorte e quella effettivamente disponibile in caso di una nuova emergenza energetica.
