A lunghezze d’onda visibili il pianeta Venere appare agli occhi degli astronomi come un mondo sereno e di un tenue colore giallo, eppure la realtà nascosta sotto le sue dense nubi, dove le temperature differiscono profondamente dai 470°C infernali della superficie, è ben diversa. Fin dagli anni ’20 del secolo scorso, gli scienziati hanno notato delle misteriose caratteristiche ad alto contrasto quando si osserva il pianeta nell’ultravioletto. Queste strane formazioni scure seguono in modo costante la super rotazione di 4 giorni del ponte nuvoloso superiore, spinte da venti a oltre 300 km/h che sferzano ininterrottamente l’atmosfera procedendo da Est verso Ovest, e variano notevolmente sia nello spazio che nel tempo. L’identità di questo potente “assorbitore” rimane a tutt’oggi un profondo mistero, poiché nessun elemento candidato finora corrisponde in maniera inequivocabile ai complessi dati raccolti dalle osservazioni condotte nello Spazio su questo mondo di oltre 12mila km di diametro.
Una simulazione da laboratorio portata nello Spazio
In una recente indagine pubblicata sulla rivista Astrobiology, Jan Spacek della Foundation for Applied Molecular Evolution e i suoi colleghi hanno stimato quanto fortemente il liquido all’interno delle goccioline delle nubi venusiane dovrebbe assorbire la luce per riprodurre la riflettanza ultravioletta e blu osservata sul pianeta. Il primo autore della ricerca ha spiegato che il loro modello si chiede essenzialmente cosa accadrebbe se potessimo raccogliere quel materiale nuvoloso in una cuvetta e metterlo in uno spettrometro da laboratorio. Si tratta di un passaggio essenziale, poiché l’assorbimento della luce in un liquido sfuso può essere strettamente correlato alla concentrazione del materiale in grado di incamerare la luce all’interno della soluzione stessa. I ricercatori hanno combinato le osservazioni di Venere con un modello di trasferimento radiativo che tiene conto della dispersione multipla della luce del Sole da parte delle goccioline delle nubi e delle molecole atmosferiche. Hanno così tradotto le complesse osservazioni astronomiche in una quantità misurata abitualmente nei laboratori, ovvero il coefficiente di assorbimento del liquido sfuso.
Molecole organiche e nuovi misteri nel Sistema Solare
Yeon Joo Lee dell’Institute for Basic Science in Corea del Sud ha precisato che le particelle nuvolose di Venere disperdono la luce in modo molto efficiente, motivo per il quale la luminosità osservata dall’orbita non può essere paragonata direttamente ai classici test terrestri. All’interno dell’intervallo modellato tra 365 e 455 nanometri, il coefficiente di assorbimento decadico richiesto raggiunge la ragguardevole quota di 1278 a 375 nanometri. Il risultato implica che l’assorbitore sconosciuto deve avere una capacità di assorbimento estremamente elevata, oppure deve presentarsi in concentrazioni enormi. Molecole organiche coniugate potrebbero soddisfare tale requisito, considerando che il termine organico si riferisce a composti a base di carbonio e non implica necessariamente un’origine biologica. Molecole con forze di assorbimento tipiche di efficienti pigmenti porfirinici richiederebbero concentrazioni di 10 grammi per litro. Gli studiosi sottolineano in ogni caso di non voler proporre clorofilla o specifici pigmenti biologici, i quali fungono unicamente da esempi familiari per la prima analisi dei dati.
La composizione molecolare sotto la lente
La forma dello spettro fornisce un ulteriore vincolo. Materia organica semplice esposta ad acido solforico concentrato può formare miscele scure e chimicamente complesse, del tutto simili al catrame. Tuttavia, queste miscele tendono ad assorbire ampiamente in tutto lo spettro visibile, apparendo marroni o nere, un comportamento che si scontra palesemente con la rapida diminuzione dell’assorbimento dedotta per Venere. Se l’assorbimento osservato fosse dovuto a materia organica coniugata, il profilo acuto sarebbe coerente con un assorbitore chimicamente definito capace di resistere alla conversione in catrame. Janusz Petkowski della Wroclaw University of Science and Technology ha commentato che questi ulteriori paletti matematici rendono il mistero tremendamente intrigante, mentre Paul Rimmer dell’Università di Cambridge ha aggiunto che gran parte dei candidati inorganici proposti richiederebbe concentrazioni insostenibili per eguagliare i dati. Si attende ora con impazienza la seconda fase esplorativa sul campo: le future sonde di NASA ed ESA avranno infatti il compito cruciale di indagare definitivamente la natura di questo velo oscuro che avvolge da sempre il nostro gemello “infernale”.
