La rinuncia di Jannik Sinner agli Us Open riporta in primo piano il problema fisico che ha complicato le ultime settimane del tennista italiano. Il dolore al ginocchio, abbastanza significativo da spingere Sinner a non partecipare allo Slam americano, apre inevitabilmente interrogativi sulle possibili cause del problema e, soprattutto, sui tempi e sulle modalità necessarie per un recupero completo. In assenza di un trauma acuto, uno degli scenari da prendere in considerazione è quello dell’overuse, cioè una patologia provocata dal sovraccarico funzionale. A spiegare quali meccanismi possano interessare il ginocchio di un tennista professionista è Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’UniSalento e segretario generale della Simfer, Società italiana di medicina fisica e riabilitativa, intervenuto sul caso per Adnkronos Salute.
Infortunio di Sinner al ginocchio, l’ipotesi dell’overuse
Il tennis ai massimi livelli sottopone gli arti inferiori a sollecitazioni estremamente intense e ripetitive. Frenate, accelerazioni e cambi di direzione rappresentano una componente continua del gioco e possono determinare, nel tempo, un sovraccarico dei tessuti anche in assenza di un singolo episodio traumatico chiaramente identificabile. “Quando un tennista accusa una sintomatologia dolorosa in assenza di traumi acuti, come distorsioni o cadute, la diagnosi più probabile è una patologia da sovraccarico funzionale, nota come ‘overuse’. Il tennis moderno, caratterizzato da scambi ad altissima intensità, continue frenate e violenti cambi di direzione, genera forze di taglio e compressione ripetute che possono superare la capacità di auto-riparazione biologica dei tessuti. Contrariamente a quanto si possa pensare, la maggior parte degli infortuni in questo sport colpisce gli arti inferiori, che rappresentano tra il 30% e il 65% della totalità dei traumi nel circuito d’élite, superando nettamente le problematiche a carico di spalla e gomito. Tra questi, gli infortuni al ginocchio interessano circa il 10-15% della casistica globale e nel 60-70% dei casi sono legati a microtraumi ripetuti e a un’usura progressiva, piuttosto che a incidenti traumatici isolati”. Il quadro delineato dal professore mette dunque al centro la particolare natura del tennis moderno, nel quale le articolazioni degli arti inferiori devono assorbire continuamente forze elevate. È proprio la ripetizione di queste sollecitazioni a poter diventare problematica quando supera la capacità dei tessuti di recuperare e ripararsi.
Ginocchio e tennis, perché i microtraumi ripetuti possono diventare un problema
I numeri citati da Bernetti evidenziano quanto gli arti inferiori siano esposti nel tennis professionistico. Tra il 30% e il 65% dei traumi nel circuito d’élite riguarda questa parte del corpo, mentre gli infortuni al ginocchio rappresentano circa il 10-15% della casistica complessiva. Un dato particolarmente significativo riguarda l’origine di questi problemi: nel 60-70% dei casi, secondo quanto spiegato dallo specialista, sono collegati a microtraumi ripetuti e a un processo di usura progressiva, piuttosto che a un unico incidente. È il meccanismo che rende particolarmente importante la gestione del carico di lavoro, perché il dolore può emergere progressivamente dopo una lunga successione di sollecitazioni. Nel caso di Sinner, l’analisi non equivale a una diagnosi specifica, ma aiuta a comprendere quali siano le problematiche che possono manifestarsi in un atleta sottoposto alle intensità del tennis professionistico.
Tendinopatia rotulea e quadricipitale tra le patologie da overuse
Tra le conseguenze più frequenti del sovraccarico funzionale ci sono le tendinopatie, che possono interessare diverse strutture del ginocchio. Bernetti indica in particolare quella rotulea, conosciuta anche come ginocchio del saltatore, e quella quadricipitale. “Spiccano le tendinopatie, come quella rotulea (il cosiddetto ginocchio del saltatore) e quadricipitale, in cui il dolore è solo la punta dell’iceberg di un processo degenerativo complesso che richiede settimane per regredire senza innescare recidive. Altre problematiche – prosegue – possono coinvolgere la cartilagine articolare o i menischi; le lesioni degenerative di questi tessuti, provocate dalle continue sollecitazioni e torsioni, nei casi più gravi possono associarsi a un edema dell’osso subcondrale, dilatando ulteriormente i tempi di recupero”. Il dolore, quindi, può rappresentare soltanto la manifestazione più evidente di un processo più complesso. La necessità di concedere ai tessuti il tempo necessario per recuperare diventa fondamentale soprattutto per evitare recidive che potrebbero trasformare un problema temporaneo in una condizione più difficile da gestire.
Cartilagine, menischi ed edema osseo: cosa può accadere al ginocchio
Il sovraccarico non riguarda esclusivamente i tendini. Le continue torsioni e sollecitazioni caratteristiche del tennis possono coinvolgere anche la cartilagine articolare e i menischi, determinando lesioni di natura degenerativa. Nei quadri più importanti può inoltre comparire un edema dell’osso subcondrale, condizione che, secondo Bernetti, può allungare ulteriormente i tempi necessari per il recupero. Si tratta di scenari che spiegano perché, davanti a un problema persistente al ginocchio, continuare a sottoporre l’articolazione alle enormi sollecitazioni di un torneo del livello degli Us Open possa rappresentare un rischio.
Sinner rinuncia agli Us Open, perché fermarsi può essere decisivo
La scelta di rinunciare agli Us Open assume così particolare importanza nella gestione del problema fisico. Un torneo dello Slam comporta infatti un impegno potenzialmente prolungato, con incontri ad altissima intensità e una successione ravvicinata di carichi agonistici. Alla domanda sulla decisione di rinunciare allo Slam americano, Bernetti spiega che la scelta “sottolinea l’urgenza di completare un protocollo riabilitativo multimodale e personalizzato, evitando lo stress di una competizione estrema. In questa fase – chiosa Bernetti – risulta molto importante impostare un progetto riabilitativo individuale estremamente personalizzato e adatto alle caratteristiche di ogni singolo atleta”. L’obiettivo diventa quindi non soltanto quello di eliminare il dolore, ma di consentire al ginocchio di recuperare attraverso un percorso costruito sulle caratteristiche specifiche dell’atleta.
Riabilitazione del ginocchio, dall’idrochinesiterapia alle terapie fisiche
Il percorso terapeutico può comprendere differenti strumenti, da integrare all’interno di un programma individualizzato. Uno degli elementi indicati da Bernetti è l’idrochinesiterapia, che permette all’atleta di lavorare sulla muscolatura e sulla mobilità limitando contemporaneamente il carico sull’articolazione. “L’ importanza dell’idrochinesiterapia, poiché l’esercizio in acqua consente di mantenere il tono muscolare e la mobilità riducendo drasticamente l’impatto gravitazionale sull’articolazione. Può inoltre essere sfruttata la sinergia con terapie fisiche strumentali come onde d’urto focali, laserterapia ad alta potenza e campi elettromagnetici pulsati, questi ultimi particolarmente efficaci nel riassorbimento dell’edema osseo. Parallelamente, trovano ampio impiego le terapie infiltrative di ultima generazione sotto guida ecografica, che spaziano dai nuovi formulati a base di acido ialuronico per tendini, menischi e cartilagini, all’ozonoterapia, in grado di garantire una potente azione antinfiammatoria, antiedemigena e analgesica senza gli effetti collaterali dei corticosteroidi”. Accanto al lavoro in acqua vengono quindi indicate diverse terapie fisiche strumentali, dalle onde d’urto focali alla laserterapia ad alta potenza, passando per i campi elettromagnetici pulsati.
Acido ialuronico, ozonoterapia, collagene e Prp: le altre possibilità
Il ventaglio di possibilità descritto dallo specialista comprende anche le terapie infiltrative sotto guida ecografica. Bernetti cita i nuovi formulati a base di acido ialuronico destinati a tendini, menischi e cartilagini, oltre all’ozonoterapia. Esistono poi ulteriori opzioni finalizzate a favorire i processi di riparazione delle strutture interessate dal sovraccarico. “A scopo strutturale possono essere infiltrati dispositivi a base di collagene per favorire la riparazione meccanica della matrice extracellulare di fibre tendinee e legamentose, mentre il Plasma ricco di piastrine (Prp) viene impiegato per stimolare attivamente i processi biologici di riparazione cellulare. La gestione medica di un atleta – risponde il medico-fisiatra – di vertice impone la capacità di anteporre la longevità della carriera al calendario agonistico; affidarsi a trattamenti riabilitativi mirati e a protocolli di esercizio basati su valutazioni biomeccaniche concede alle strutture il tempo biologico per sfiammarsi e rigenerarsi, abbattendo il rischio di cronicizzazione e garantendo il ritorno alla performance nella massima sicurezza”.
Il recupero di Sinner e la priorità della longevità della carriera
È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare il punto centrale nella gestione di un atleta ai massimi livelli. Nel caso di un problema da overuse, la priorità non può essere esclusivamente quella di rientrare nel minor tempo possibile, ma deve riguardare anche la capacità di evitare una cronicizzazione dell’infortunio. La rinuncia agli Us Open, alla luce dell’analisi di Bernetti, consente di evitare lo stress di una competizione particolarmente impegnativa e di concentrare l’attenzione su un protocollo riabilitativo personalizzato. Valutazioni biomeccaniche, esercizio mirato e rispetto dei tempi biologici dei tessuti diventano così elementi fondamentali per accompagnare il ritorno alla piena attività. Per un atleta di vertice come Jannik Sinner, la gestione del ginocchio assume inevitabilmente una prospettiva più ampia del singolo torneo: l’obiettivo è permettere alle strutture coinvolte di recuperare e rigenerarsi, riducendo il rischio che un problema da sovraccarico possa trasformarsi in una condizione persistente e salvaguardando, prima del calendario agonistico, la longevità della carriera.
