L’amministrazione statunitense sta preparando una nuova, incisiva stretta commerciale nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Secondo quanto riportato da Reuters, il governo guidato da Donald Trump si appresta ad imporre un dazio del 7,5% sulle merci cinesi, una decisione che si inserisce nel più ampio quadro delle tensioni economiche tra le due superpotenze. Questa manovra si basa su un’indagine relativa all’eccesso di capacità produttiva, condotta nell’ambito della Sezione 301 del Trade Act. Tale intervento tariffario segna un momento cruciale nella politica commerciale del secondo mandato di Trump, mirato a proteggere l’industria manifatturiera interna dalle dinamiche del mercato globale alterate da forti sussidi statali stranieri.
La strategia dietro la nuova imposta doganale
L’approccio scelto da Washington appare calcolato con estrema precisione chirurgica. L’implementazione di questo nuovo dazio del 7,5% andrebbe a spingere l’aliquota complessiva applicata sulle importazioni cinesi sostitutive fino a sfiorare il tetto del 20%. È fondamentale notare come, solo poche settimane fa, il Ministero del Commercio cinese avesse confermato l’impegno di Washington a mantenere le tariffe sostitutive entro il limite massimo del 20%. Attualmente, il tasso si attesta al 12,5%; l’aggiunta di questo esatto 7,5% permetterebbe agli Stati Uniti di riempire esattamente il margine rimanente. In questo modo, l’amministrazione Trump massimizza la pressione economica rimanendo, da un punto di vista strettamente tecnico, all’interno dei confini tollerati dalla tregua precedentemente negoziata.
Le dinamiche interne all’esecutivo americano rivelano una flessibilità tattica. Sebbene le tariffe sulla Cina stiano per essere inasprite, le aliquote esatte non sono ancora state scolpite nella pietra. I funzionari stanno valutando diverse opzioni per implementare questa misura. Tra le ipotesi sul tavolo vi è quella di annunciare pubblicamente un tasso nominale nettamente superiore, per poi sospenderne temporaneamente una frazione, arrivando così all’aliquota effettiva desiderata. Questa tattica negoziale fornirebbe agli Stati Uniti una potente leva da utilizzare nei futuri tavoli di confronto bilaterale, mantenendo la minaccia di un inasprimento immediato sempre pendente sulla controparte asiatica.
Il ripiegamento sulla Sezione 301
La genesi di questa specifica azione tariffaria è intimamente legata ai recenti sviluppi legali che hanno interessato le politiche della Casa Bianca. Dopo che la Corte Suprema ha invalidato le precedenti tariffe imposte dall’amministrazione Trump sfruttando l’autorità dell’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act), il governo è stato costretto a ricalibrare i propri strumenti di politica commerciale. Questo ha portato a un massiccio rimborso, stimato tra gli ottanta e i cento miliardi di dollari, per i dazi raccolti sotto l’autorità dichiarata nulla. Di conseguenza, Washington ha fatto perno sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, facendola diventare il veicolo principale e legalmente blindato per le sue iniziative protezionistiche.
Sotto l’egida di questa legislazione, lo USTR (Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti) ha avviato a marzo del 2026 una vasta indagine sull’eccesso di capacità manifatturiera, coinvolgendo oltre una dozzina di partner commerciali di primaria importanza. Questa inchiesta procede parallelamente a un’altra investigazione sulle pratiche di lavoro forzato, conclusasi a giugno con l’imposizione di barriere tariffarie tra il 10% e il 12,5% su sessanta economie mondiali. Il focus sull’overcapacity cinese rappresenta dunque il culmine di una strategia organica volta a contrastare pratiche commerciali ritenute sleali e distorsive per i mercati occidentali, colpendo direttamente i settori dove la sovrapproduzione asiatica minaccia di inondare il mercato americano con beni a basso costo.
Il tempismo politico in vista del summit di settembre
L’aspetto forse più critico di questa mossa è il suo tempismo, che non ha nulla di casuale. I funzionari dell’amministrazione hanno l’obiettivo esplicito di pubblicare i risultati dell’indagine sull’eccesso di produzione, e conseguentemente annunciare le nuove misure, prima dell’attesissimo incontro tra Xi Jinping e Donald Trump. Questo cruciale vertice diplomatico è fissato a Washington per il 24 settembre 2026. Arrivare a questo appuntamento con le nuove sanzioni commerciali già deliberate fornirebbe al Presidente degli Stati Uniti una posizione di forza indiscussa durante i colloqui bilaterali.
Le implicazioni di queste imminenti decisioni si riflettono profondamente sul tessuto aziendale globale. Le società che mantengono una radicata esposizione alla catena di approvvigionamento cinese sono chiamate a valutare con urgenza i rischi associati a questo rincaro doganale. L’imposizione dei dazi del 7,5% rischia di erodere rapidamente i margini di profitto e di costringere a un’accelerazione nei processi di “reshoring” o di diversificazione produttiva verso altri paesi asiatici o latinoamericani. Mentre la data del vertice del 24 settembre si avvicina, i mercati finanziari e gli operatori dell’economia reale restano in trepidante attesa di comprendere come questa aggressiva mossa preliminare influenzerà l’esito dei negoziati tra le due più grandi economie del pianeta.
