Super El Niño 2026-2027: l’anomalia oceanica verso il picco, ma con il disastro del Nepal non c’entra. Gli ultimi aggiornamenti

I dati aggiornati della NOAA e dell'OMM attribuiscono una probabilità del 69% al superamento di tutti i record dal 1950 ad oggi, mentre la devastante alluvione al confine tra Cina e Nepal riaccende il dibattito sulle reali cause dei cataclismi ad alta quota

I bollettini oceanografici e le analisi modellistiche aggiornate ad oggi, 26 agosto 2026, confermano che il pianeta si trova alla vigilia della fase acuta di uno dei più potenti eventi di riscaldamento oceanico mai documentati nell’era moderna. Il Climate Prediction Center della NOAA ha elevato a oltre il 90% la probabilità che il Super El Niño mantenga una magnitudine classificata come “molto forte” per l’intera stagione autunnale e invernale, estendendo la sua influenza diretta fino alla primavera del 2027. L’aspetto più rilevante dal punto di vista climatologico riguarda l’indice relativo RONI (Relative Oceanic Niño Index), che mostra una probabilità del 69% di raggiungere o superare l’incredibile valore di +2,5 °C nella regione centrale Niño3.4. Se questa proiezione venisse confermata, l’evento in corso supererebbe ufficialmente l’intensità di tutti i precedenti storici misurati dal 1950 ad oggi, oscurando persino i primati stabiliti negli storici eventi del 1982-1983, del 1997-1998 e del 2015-2016.

La gravità della situazione trova un riscontro immediato nelle rilevazioni del servizio europeo Copernicus Climate Change Service e del Bureau of Meteorology australiano, i cui dati evidenziano come la temperatura media della superficie oceanica globale abbia toccato il picco assoluto di +21,1°C. Nella fascia costiera orientale del Pacifico, identificata come regione Niño 1+2, i termometri satellitari registrano anomalie termiche positive che hanno già sfondato la quota di +2,9°C sopra la norma. Questo colossale serbatoio di calore sta provocando pesanti ripercussioni sulle filiere agroalimentari e logistiche mondiali. Si registrano severi ritardi nei trapianti del riso nel Sud-est asiatico, un preoccupante deficit nelle piogge monsoniche in India e il persistente blocco dei trasporti nel Canale di Panama, dove il basso livello idrometrico del lago Gatún continua a imporre rigide limitazioni al pescaggio dei cargo transoceanici. Di fronte a questa configurazione, le Nazioni Unite e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale hanno ribadito che il sistema climatico terrestre sta entrando nella fase energeticamente più turbolenta del biennio.

La fisica dell’accoppiamento oceano-atmosfera e la rete delle teleconnessioni

Per comprendere la portata di questa anomalia è necessario esaminare la fisica dell’accoppiamento tra il Pacifico equatoriale e la sovrastante troposfera. In condizioni di neutralità climatica, la Circolazione di Walker vede i venti alisei soffiare costantemente da est verso ovest, accumulando acqua calda nell’Indo-Pacifico e favorendo lungo la costa sudamericana la risalita profonda della fredda Corrente di Humboldt. Durante l’innesco di El Niño, il crollo del gradiente barico equatoriale provoca il cedimento degli alisei e la formazione di continui westerly wind bursts, ovvero impulsi di vento occidentale che spingono l’immensa bolla di calore verso oriente. Questa massa d’acqua si propaga sottomarina sotto forma di imponenti onde di Kelvin equatoriali, le quali schiacciano verso il basso il termoclino lungo le coste del Perù e dell’Ecuador, inibendo il processo di upwelling e saturando d’energia la superficie del mare.

Il rilascio di vapore ed energia termica altera radicalmente i centri di convezione atmosferica e la radiazione a onde lunghe in uscita, innescando il complesso meccanismo delle teleconnessioni. L’imponente perturbazione termica tropicale altera il profilo verticale della temperatura nella troposfera, devia la traiettoria della corrente a getto e genera estesi treni di Onde planetarie di Rossby. Questa dinamica ridisegna la posizione dei centri di alta e bassa pressione su scala planetaria, provocando estesi fasi di sussidenza e siccità prolungata sull’Indonesia, l’Australia e l’Africa orientale, mentre stimola una forte attività temporalesca e piogge alluvionali sulle regioni desertiche delle Americhe. Contemporaneamente, il forte aumento del wind shear verticale nel bacino Atlantico inibisce la genesi degli uragani atlantici, mentre il Pacifico centro-orientale si trasforma in una fucina di super-tifoni ad alta intensità.

Il disastro idrologico in Tibet e Nepal: la cronaca del cataclisma al confine

La cronaca delle ultime ore ha riportato al centro dell’attenzione mediatica internazionale la regione himalayana, dove un’imponente e improvvisa alluvione lampo si è verificata oggi, 26 agosto 2026, lungo il corso del fiume Bhote Koshi, al confine tra la Regione Autonoma del Tibet in Cina e il distretto di Rasuwa in Nepal. L’impetuosa colata di acqua, fango e detriti si è riversata a valle travolgendo gli insediamenti montani di Timure e Syabrubesi, distruggendo posti di polizia, uffici doganali e provocando l’interruzione della viabilità strategica transfrontaliera. Il violento impulso idrologico ha causato ingenti danni e fermi operativi a sei impianti idroelettrici di primaria importanza lungo l’asta del fiume Trishuli, tra cui la centrale di Rasuwagadhi, il complesso di Chilime e l’impianto di Trishuli 3A, spingendo le autorità nepalesi a dichiarare lo stato di massima allerta per tutti i distretti situati a valle.

I rilievi effettuati dai tecnici del Dipartimento di Idrologia e Meteorologia, in stretto coordinamento con le autorità cinesi e gli analisti dei dati satellitari, hanno confermato che l’evento ha avuto origine ad altissima quota nel territorio tibetano. L’ondata d’urto idrica, che ha raggiunto altezze comprese tra gli otto e i dieci metri lungo le strette gole montane, si è sviluppata in maniera improvvisa nell’arco di pochi minuti, travolgendo centri abitati e cantieri. La rapidità dell’evento e la totale assenza di sistemi di preallarme meteorologico a valle testimoniano la natura puramente impulsiva del cedimento idrico avvenuto sui versanti glaciali d’alta quota, innescando una delle più severe emergenze idrogeologiche registrate quest’anno nella catena himalayana.

Perché El Niño non c’entra: le prime ipotesi sulle vere cause scientifiche dell’alluvione Himalayana

Nel dibattito pubblico e mediatico che frequentemente tende ad attribuire qualsiasi disastro idrogeologico contemporaneo all’azione del Pacifico, è scientificamente doveroso chiarire che l’alluvione del Bhote Koshi non è stata causata da El Niño. Gli idrologi e i glaciologi internazionali hanno individuato la causa dell’evento in un fenomeno impulsivo tipico dei contesti criosferici ad alta quota, noto come GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), ovvero lo svuotamento catastrofico di un lago glaciale o sovraglaciale. La causa scatenante è stata con ogni probabilità il cedimento improvviso di un seracco di ghiaccio o una frana di roccia che si è riversata all’interno di un bacino sospeso sulle vette tibetane, provocando una breccia nella diga naturale di morena o ghiaccio e liberando istantaneamente milioni di metri cubi d’acqua accumulati ad alta quota.

Dal punto di vista della climatologia dinamica, la presenza di un Super El Niño nel Pacifico tende statisticamente a deprimere la convezione monsonica su larga scala nell’Asia meridionale, favorendo fasi di deficit pluviometrico anziché surplus di piogge continue. Assegnare a El Niño la responsabilità diretta di un cedimento glaciale d’alta quota rappresenterebbe un errore concettuale. Il fattore determinante di fondo risiede invece nel trend pluriennale di riscaldamento globale, che sta determinando un rapido ritiro dei ghiacciai himalayani, la destabilizzazione del permafrost di alta quota e la proliferazione di laghi glaciali instabili. In questo contesto, l’evento del 2026 agisce al massimo come una generale baseline termica di fondo, ma la genesi del disastro odierno rimane ancorata a dinamiche di instabilità meccanica e idrogeologica proprie della criosfera montana.