Esattamente 10 anni fa, alle 03:36 del 24 agosto 2016, un sisma magnitudo 6.0 sconvolse Amatrice, Accumoli e il Centro Italia. Da quel momento ebbe inizio la sequenza sismica più violenta registrata nel nostro Paese dopo il tragico evento dell’Irpinia del 23 novembre 1980. Come sottolineato in un approfondimento pubblicato sul blog INGVterremoti (a cura di D. Pantosti e A. Amato, con contributi di L. Malagnini, C. Meletti e C. Nostro, INGV), in Irpinia si verificò “la rottura di 3 segmenti di faglia attivati in meno di 1 minuto“. Nel 2016, al contrario, il processo “si sviluppò invece nell’arco di alcuni mesi“. Questa profonda differenza rappresenta la prima delle numerose lezioni scientifiche apprese, un punto di partenza cruciale per comprendere come la ricerca abbia fatto enormi passi in avanti in questo ultimo decennio.
Una sequenza complessa e il monitoraggio in tempo reale
Dal 24 agosto al 30 ottobre 2016, la rottura ha coinvolto progressivamente più faglie, culminando nell’evento di magnitudo 6.5 verso Norcia. Se la struttura si fosse rotta in un solo momento, la magnitudo complessiva avrebbe superato il valore di 6.6. Gli esperti dell’INGV spiegano che la sfida più grande era “comprendere, mentre la sequenza evolveva, un sistema complesso che cambiava continuamente“. Per far fronte all’emergenza, fu messa in campo una rete di monitoraggio fortemente integrata, istituendo un’Unità di Crisi interna capace di seguire l’evoluzione dalla superficie alle profondità ipocentrali. I dati geodetici indicano che la deformazione attraversa l’Appennino centrale in una fascia larga circa 50 km, caratterizzata da sistemi paralleli orientati verso Nord/Sud e Nord/Ovest.
Il ruolo della geologia e i segnali dal passato
La ricostruzione tridimensionale ha evidenziato come la struttura geologica dell’Appennino abbia pesantemente condizionato gli eventi. Antiche faglie e sovrascorrimenti possono ostacolare o favorire la propagazione delle rotture attuali, spiegando per quale motivo alcuni settori si siano attivati insieme e altri a mesi di distanza. Le tracce dei terremoti sono visibili persino nel paesaggio, con fagliazioni superficiali che si ripetono mediamente ogni 1-2mila anni sulle stesse strutture. Durante l’emergenza, alcune stazioni hanno registrato picchi di accelerazione del terreno eccezionali, tanto che, secondo i dati riportati sul blog INGVterremoti, “solo la stazione di Amatrice supera i valori previsti” rispetto ai tradizionali modelli probabilistici con periodo di ritorno di 2475 anni.
Tecnologie moderne e il comportamento delle faglie
Una delle innovazioni più dirompenti introdotte dopo il 2016 riguarda l’applicazione sistematica dell’intelligenza artificiale. L’utilizzo di algoritmi di Machine Learning e Deep Learning ha permesso agli scienziati di localizzare oltre 900mila terremoti, restituendo un’immagine estremamente definita delle faglie coinvolte in profondità. Un altro filone di ricerca affascinante si concentra sull’influenza dell’acqua e dell’anidride carbonica all’interno della crosta terrestre. I risultati degli studi suggeriscono che la drammatica crisi sismica del 2016 possa essere letta “come parte di un processo di redistribuzione e diffusione di fluidi sovrapressurizzati, CO2 e/o H2O, articolato in più impulsi“. Queste scoperte aprono nuove prospettive per una valutazione più dinamica della pericolosità.
La sfida per il futuro e l’importanza della prevenzione
Attualmente risulta ancora impossibile prevedere con esattezza quando e dove colpirà il prossimo grande terremoto. I modelli statistici sono notevolmente migliorati per stimare la probabilità delle repliche, tuttavia rimangono sotto stretta osservazione zone specifiche come la faglia di Sulmona e l’area di Campotosto, in cui l’energia liberata appare ancora insufficiente rispetto alla deformazione accumulata. Come ricordano i ricercatori dell’INGV, la lezione più concreta riguarda il nostro patrimonio edilizio: “La pericolosità non possiamo eliminarla, la vulnerabilità possiamo ridurla“. A 10 anni di distanza, la vera priorità rimane la messa in sicurezza degli edifici tramite strategie di lungo periodo, affinché i sismi tornino a essere affrontati come fenomeni naturali e non come inevitabili catastrofi.
