Una forte scossa di terremoto ha colpito il Giappone alle 02:00 locali di domenica 23 agosto (le 19:00 italiane di sabato 22 agosto). I sismografi hanno registrato un sisma di magnitudo 5.7, avvenuto sulla terraferma vicino alla costa dell’Honshu orientale, con epicentro individuato 4km a nord-nordovest di Toride. Il terremoto è avvenuto ad una profondità di 78km. Al momento, non risultano danni a persone o cose. Ma la posizione del terremoto è scientificamente molto interessante, perché porta direttamente nel cuore di una delle aree tettonicamente più complesse non soltanto del Giappone, ma dell’intero Pianeta: il Kanto, la grande regione che comprende anche la sterminata area metropolitana di Tokyo.
Non è una zona nella quale i terremoti rappresentano un’anomalia. È vero quasi il contrario. La prefettura di Ibaraki presenta una sismicità molto elevata e la Japan Meteorological Agency evidenzia concentrazioni di terremoti sia al largo della costa sia nel settore meridionale e settentrionale della prefettura. Prima del gigantesco terremoto del Tohoku del 2011, mentre in gran parte delle stazioni giapponesi venivano registrati annualmente da pochi eventi a qualche decina con intensità almeno 1 della scala sismica giapponese, all’osservatorio di Mito se ne contavano mediamente circa 70 ogni anno.
Terremoto di Toride, cosa c’è sotto l’Honshu orientale
Per capire perché proprio questa parte del Giappone trema così frequentemente bisogna immaginare il sottosuolo non come un unico blocco roccioso, ma come una gigantesca struttura tridimensionale formata da placche tettoniche che scivolano una sotto l’altra. Il Giappone si trova lungo il margine occidentale della cosiddetta Cintura di Fuoco del Pacifico, il grande sistema di margini convergenti che circonda buona parte dell’oceano. Nell’area del Kanto la situazione diventa ancora più articolata perché nel sottosuolo intervengono la placca sulla quale poggia il Giappone centrale, la placca delle Filippine e, ancora più in profondità, la placca Pacifica.
È proprio questa sovrapposizione a rendere il sottosuolo dell’area di Tokyo e Ibaraki una sorta di enorme incastro geologico. I terremoti possono verificarsi a profondità molto diverse e attraverso meccanismi differenti: lungo il contatto fra due placche, all’interno di una placca in subduzione oppure nella crosta sovrastante.
La documentazione della Japan Meteorological Agency mostra molto bene questa complessità. Nel luglio 2002, per esempio, un terremoto di magnitudo 4.8 avvenuto a 65 chilometri di profondità nell’Ibaraki meridionale venne attribuito alla zona di contatto tra la placca Pacifica e quella delle Filippine. Nello stesso settore sono però documentati terremoti più superficiali collegati al contatto tra la placca delle Filippine e la placca sovrastante.
Per questo motivo, sulla sola base della profondità preliminare di 78 chilometri del terremoto odierno non sarebbe rigoroso attribuire automaticamente la scossa a uno specifico piano di subduzione: per stabilire con precisione il meccanismo sono necessari la localizzazione definitiva e soprattutto l’analisi del meccanismo focale.
Perché una profondità di 78 chilometri è importante
Il dato della profondità permette comunque di comprendere una caratteristica fondamentale del terremoto. Un ipocentro a 78 chilometri è molto diverso da quello di un sisma crostale superficiale avvenuto, per esempio, a 5 o 10 chilometri. Più un terremoto è superficiale, a parità di magnitudo e delle altre condizioni, maggiore può essere la violenza dello scuotimento nelle immediate vicinanze della sorgente. Quando invece la rottura avviene a molte decine di chilometri sotto terra, le onde sismiche devono percorrere una distanza maggiore prima di raggiungere la superficie.
Questo non significa che un terremoto profondo non possa essere avvertito distintamente. Al contrario, le onde generate in profondità possono propagarsi attraverso grandi volumi di roccia e produrre uno scuotimento percepibile su un’area geografica molto estesa. È uno degli aspetti caratteristici della sismicità del Kanto: sotto una delle regioni più densamente popolate del mondo esistono sorgenti sismiche distribuite su diversi livelli di profondità.
Ibaraki è una delle aree sismicamente più attive del Giappone
Le statistiche storiche aiutano a comprendere quanto sia particolare questa regione. La JMA segnala che nella prefettura di Ibaraki vengono osservati ogni anno numerosi terremoti percepibili dalla popolazione e individua importanti concentrazioni di epicentri nell’Ibaraki meridionale, nell’Ibaraki settentrionale, al largo della prefettura e nell’area di Kashima-nada.
L’anno più impressionante della storia strumentale recente rimane naturalmente il 2011. Alla stazione meteorologica di Mito furono registrati ben 1.260 terremoti con intensità pari o superiore a 1 sulla scala sismica giapponese, contro i 416 registrati nel 1923, anno del grande terremoto del Kanto. La stessa JMA osserva che, pur essendosi progressivamente ridotta dopo il 2011, l’attività è rimasta più elevata rispetto alla situazione precedente al terremoto del Tohoku.
Il dato non significa che tutti questi terremoti fossero forti. La stragrande maggioranza degli eventi sismici è di piccola magnitudo. Mostra però quanto il sottosuolo della regione sia continuamente sottoposto agli effetti della dinamica delle placche.
Il 2026 è già stato un anno movimentato nell’Ibaraki meridionale
Il terremoto del 23 agosto arriva inoltre in un anno nel quale l’Ibaraki meridionale aveva già prodotto scosse significative. L’1 aprile 2026 si era verificato un terremoto di magnitudo 5.0, con ipocentro a circa 50 chilometri di profondità e intensità massima 5 debole sulla scala giapponese. Secondo il Japan Earthquake Research Promotion Headquarters, il meccanismo era di tipo inverso e il terremoto era avvenuto al confine tra la placca delle Filippine e la placca sovrastante.
Ancora più significativo quanto accaduto il 16 giugno 2026, quando la stessa area fu interessata da un terremoto di magnitudo 5.5, ancora una volta a circa 50 chilometri di profondità e con intensità massima 5 debole. Anche in quel caso il meccanismo focale indicò una faglia inversa associata al confine tra la placca delle Filippine e quella superiore. Le osservazioni GNSS non mostrarono deformazioni crostali significative associate all’evento.
La scossa odierna, con la profondità preliminare indicata a 78 chilometri, si colloca dunque più in basso rispetto a questi due episodi del 2026. Proprio questa differenza rende particolarmente importante attendere l’analisi sismologica definitiva prima di stabilire se gli eventi appartengano allo stesso sistema tettonico.
I terremoti profondi dell’Ibaraki meridionale non sono una novità
La storia recente offre diversi esempi estremamente istruttivi. Il 15 agosto 2011, pochi mesi dopo il terremoto del Tohoku, un sisma di magnitudo 4.7 si verificò nell’Ibaraki meridionale a 64 chilometri di profondità. Un altro M4.7 avvenne il 22 agosto, ancora a 64 chilometri. Le analisi attribuirono questi terremoti alla zona di contatto, o alle immediate vicinanze del contatto, fra la placca Pacifica e quella delle Filippine. Il 20 agosto 2012 un terremoto ancora più forte, di magnitudo 5.2, si verificò a 57 chilometri di profondità. Anche in quel caso la sorgente venne individuata presso il confine tra le due placche in subduzione.
Esistono poi terremoti ancora più profondi. Il 7 novembre 2015, per esempio, un M4.9 avvenne a ben 101 chilometri di profondità nell’Ibaraki meridionale. L’analisi della JMA concluse che la rottura si era prodotta questa volta all’interno della placca Pacifica, mostrando in modo quasi didattico come sotto la stessa regione geografica possano esistere sorgenti sismiche completamente differenti sovrapposte verticalmente.
Il precedente del 1921: magnitudo 6.8 nell’Ibaraki meridionale
Andando indietro nella storia, la regione mostra di essere capace anche di terremoti decisamente più potenti. La JMA, analizzando la sismicità dell’Ibaraki meridionale, ricorda che nell’area si verificano occasionalmente terremoti attorno alla magnitudo 6. Tra gli eventi storici più importanti figura quello dell’8 dicembre 1921, stimato in magnitudo 6.8, il maggiore tra quelli riportati nella ricostruzione storica dell’area considerata dalla JMA.
Un altro episodio importante avvenne il 27 febbraio 1983, quando un terremoto di magnitudo 6.0 provocò 11 feriti. La documentazione della JMA evidenzia infatti che, osservando la serie storica dal 1923, terremoti intorno a magnitudo 6 si sono verificati occasionalmente nel settore circostante. Nel 1985 un altro M6.0 interessò la regione. Una successiva analisi della sismicità dell’Ibaraki meridionale ricordava che, dall’agosto 1923, erano già stati osservati quattro terremoti di magnitudo almeno 6 nell’area considerata.
Il terremoto di magnitudo 7.2 del 1895 vicino al Lago Kasumigaura
Ancora più indietro nel tempo compare uno dei terremoti storici più importanti per l’intera prefettura. Il 18 gennaio 1895 un terremoto stimato in magnitudo 7.2 colpì la zona del lago Kasumigaura, non lontano dall’area interessata dalla sismicità dell’Ibaraki meridionale. Secondo la ricostruzione ufficiale del Japan Earthquake Research Promotion Headquarters, il terremoto provocò danni nelle aree di Kashima, Mito, Naka, Niihari e Namegata, causando 6 morti, 34 feriti e il crollo completo di 37 abitazioni.
È un precedente particolarmente significativo perché dimostra che la sismicità della regione non deve essere letta esclusivamente attraverso gli eventi moderati molto frequenti osservati dalla moderna rete strumentale. Nel corso dei secoli il sistema tettonico del Kanto ha prodotto anche terremoti distruttivi.
Dal terremoto di Edo del 1855 al grande sisma del Kanto del 1923
La storia sismica regionale è inevitabilmente legata anche a Tokyo, situata relativamente vicino all’area di Toride. L’11 novembre 1855 il cosiddetto terremoto di Ansei-Edo, stimato tra magnitudo 7.0 e 7.1, devastò l’antica Edo, l’attuale Tokyo. Anche la prefettura di Ibaraki subì conseguenze, con abitazioni completamente distrutte.
Ancora più celebre è naturalmente il Grande terremoto del Kanto del 1° settembre 1923, di magnitudo 7.9. Quello fu però un evento tettonicamente differente rispetto ai tipici terremoti profondi dell’Ibaraki meridionale: la grande rottura avvenne lungo il sistema della fossa di Sagami, interessando il margine della placca delle Filippine. Le conseguenze furono catastrofiche soprattutto nell’area di Tokyo e Yokohama, dove allo scuotimento si aggiunsero incendi e altri fenomeni distruttivi. Anche Ibaraki fu colpita: le ricostruzioni ufficiali riportano nella prefettura 5 morti o dispersi e 517 abitazioni completamente distrutte.
Il confronto è importante anche per evitare un equivoco frequente: non tutti i terremoti del Kanto hanno la stessa origine. La regione può essere interessata da terremoti crostali, terremoti sulle interfacce di subduzione e terremoti interni alle placche che sprofondano nel mantello.
Il terremoto del Tohoku del 2011 cambiò la sismicità dell’intera regione
L’altro grande spartiacque è l’11 marzo 2011, quando al largo del Tohoku si verificò il gigantesco terremoto di magnitudo 9.0 che generò il devastante tsunami. Ibaraki si trovava nel settore meridionale dell’enorme area coinvolta dalla crisi sismica. Nella prefettura il terremoto provocò 24 morti, un disperso, centinaia di feriti e danni gravissimi agli edifici secondo i dati storici riportati dall’autorità sismologica giapponese.
Dopo quel terremoto la sismicità dell’Ibaraki meridionale aumentò sensibilmente. Nel solo aprile 2011, per esempio, si verificarono nell’area diversi terremoti attorno a magnitudo 5 associati al sistema di subduzione della placca delle Filippine. La JMA ha successivamente osservato che l’attività regionale è progressivamente diminuita rispetto all’impressionante sequenza del 2011, pur mantenendosi per anni su livelli superiori rispetto a quelli precedenti al grande terremoto.
