Etna, cosa sta succedendo sul vulcano: l’INGV analizza la nuova fase dopo l’intensa attività eruttiva

L’INGV spiega il fenomeno osservato nei giorni scorsi sul vulcano siciliano: la nube ricca di particelle fini sarebbe legata alla rimobilizzazione di materiali già presenti nel condotto, ma il sistema resta in una fase di monitoraggio continuo

Un pennacchio gassoso bruno-rossiccio visibile sul cielo dell’Etna nelle ultime settimane ha attirato l’attenzione degli osservatori e degli appassionati di vulcanologia. Il fenomeno, proveniente dal Cratere di Nord-Est (CNE), ha raggiunto dimensioni particolarmente evidenti il 24 settembre 2026, riportando al centro dell’attenzione la dinamica interna del vulcano più alto d’Europa. Secondo l’analisi di Marco Neri dell’INGV Vulcani, il fenomeno non sarebbe legato alla risalita di nuovo magma in superficie, ma alla rimobilizzazione di materiale solido già presente all’interno del condotto vulcanico, favorito dalla fase successiva all’intensa attività eruttiva che ha interessato l’Etna tra luglio e agosto 2026. Il quadro descritto dall’esperto evidenzia una fase complessa di riorganizzazione interna del sistema sommitale, caratterizzata da degassamento residuo, erosione delle pareti dei condotti e piccole manifestazioni esplosive distribuite tra i diversi crateri attivi.

Il Cratere di Nord-Est e il pennacchio di cenere bruno-rossiccia

Da alcune settimane il Cratere di Nord-Est dell’Etna emette in modo discontinuo un pennacchio gassoso ad alta concentrazione di particolato fine, caratterizzato da una particolare colorazione bruno-rossiccia. La tonalità osservata è legata alla presenza di particelle solide ricche in ossidi di ferro e frammenti di vetro vulcanico alterato. Secondo quanto spiegato da Marco Neri (INGV Vulcani), si tratta con ogni probabilità di residui delle recenti fasi eruttive, accumulati nel condotto del Cratere di Nord-Est e successivamente rimessi in sospensione dal flusso di gas in risalita. Il fenomeno si inserisce nella fase post-eruttiva successiva all’intensa attività di luglio-agosto 2026, quando il Cratere Voragine (VOR) ha prodotto frequenti esplosioni e colate laviche alimentate anche da un sistema di fratture laterali che si è propagato verso la Valle del Bove, raggiungendo circa 1900 metri di quota.

La lava della Voragine nel condotto del Cratere di Nord-Est

Durante l’ultima fase eruttiva, una parte delle lave emesse dalla Voragine è defluita per diversi giorni all’interno del condotto del Cratere di Nord-Est, senza però riuscire a riempirlo completamente. Il passaggio della lava ha modificato profondamente le pareti interne del condotto, depositando scorie, vetri vulcanici e materiali ossidati. Questo accumulo di prodotti incoerenti è diventato successivamente facilmente rimobilizzabile dai gas che continuano a fuoriuscire dal sistema vulcanico. Il flusso lavico VOR → CNE è rimasto attivo fino al 19 agosto, quando si è progressivamente interrotto lasciando spazio a una fase di raffreddamento e trasformazione dei materiali presenti nel condotto. Proprio questi depositi, secondo l’analisi dell’INGV, sarebbero alla base del caratteristico colore della nube osservata nei giorni scorsi.

Eruzione Etna
Figura 2 – Cratere Voragine in attività esplosiva ed effusiva il 13 agosto 2026. Il ribassamento del settore settentrionale del cono piroclastico ha generato un graben nel quale si è impostata una fessura eruttiva. La lava fuoriusciva dalla fessura fluendo direttamente nel Cratere di Nord‑Est, scomparendo nel suo condotto senza mai riempirlo. Immagine estratta da un video di #Etnawalk

Il calo del tremore vulcanico e l’abbassamento della colonna magmatica

Un elemento fondamentale per interpretare il fenomeno è rappresentato dall’evoluzione del tremore vulcanico dell’Etna. A partire dal 24-25 agosto, il tremore ha mostrato un decremento significativo, mentre i centroidi delle sorgenti del segnale, localizzati tra Voragine e Cratere di Nord-Est, si sono abbassati portandosi a quote comprese tra 1800 e 3000 metri sul livello del mare. Secondo l’interpretazione vulcanologica, questo comportamento è compatibile con una riduzione della spinta magmatica nel sistema di alimentazione e con un progressivo abbassamento della colonna magmatica all’interno del condotto del CNE. In questa fase il degassamento può risultare meno energetico rispetto a una fase eruttiva pienamente attiva, ma allo stesso tempo più efficace nel mobilizzare il materiale accumulato sulle pareti interne del vulcano. Il flusso di gas in risalita continua infatti a esercitare un’azione erosiva sulle superfici del condotto, trascinando verso l’esterno particelle solide micrometriche precedentemente depositate.

Figura 3 – Schema dei condotti del Cratere Voragine e del Cratere di Nord‑Est: il magma traboccato dalla Voragine è defluito nel condotto del CNE; il successivo abbassamento della colonna magmatica ha favorito la rimobilizzazione di materiale fine e l’emissione di un pennacchio bruno‑rossiccio. Elaborazione grafica con supporto IA

Gas vulcanici e alterazione delle rocce: perché il pennacchio cambia colore

La colorazione bruno-rossiccia del pennacchio dell’Etna è quindi attribuita alla presenza di materiali vulcanici alterati chimicamente. Le particelle coinvolte derivano probabilmente dai residui delle colate e delle scorie accumulate durante le recenti eruzioni, successivamente sottoposti all’azione di gas vulcanici ricchi di sostanze corrosive come anidride solforosa (SO₂), acido cloridrico (HCl) e acido fluoridrico (HF). Questi componenti del pennacchio accelerano i processi di trasformazione delle rocce, favorendo la cosiddetta argillificazione, cioè la conversione dei materiali lavici in prodotti argillosi attraverso processi chimico-fisici che possono avvenire in tempi molto rapidi. Secondo la ricostruzione dell’INGV, il fenomeno è coerente con una fase di “svuotamento” del sistema di conduzione, caratterizzata dalla diminuzione della pressione interna e da un progressivo processo di erosione e pulizia delle pareti del condotto.

Una fase post-eruttiva già osservata dopo altre eruzioni dell’Etna

Il comportamento attuale del vulcano siciliano presenta analogie con altre fasi osservate in passato. Una dinamica simile era stata registrata anche dopo l’eruzione laterale del dicembre 2018, quando per diverse settimane il Cratere di Nord-Est e la Bocca Nuova (BN) avevano emesso cenere con caratteristiche molto simili a quelle osservate in questi giorni. Come sottolineato da Marco Neri dell’INGV Vulcani, questa attività non indica necessariamente una nuova eruzione imminente, ma rappresenta un comportamento compatibile con le fasi successive a un’intensa attività esplosiva ed effusiva. Tuttavia, la fase attuale non può essere interpretata come una conclusione definitiva della dinamica vulcanica. Il processo di “pulizia” del condotto può infatti rappresentare anche una possibile fase di transizione, nella quale il sistema potrebbe successivamente evolvere verso una nuova fase di attività qualora dovesse verificarsi una nuova pressurizzazione magmatica.

La Bocca Nuova torna attiva: piccole esplosioni e cenere sull’Etna

Parallelamente al comportamento del Cratere di Nord-Est, nelle prime settimane di settembre è tornato attivo anche il cratere a pozzo situato nella parte occidentale della Bocca Nuova. La struttura ha alternato modeste attività stromboliane, osservate in particolare tra il 15 e il 18 settembre, a discontinue emissioni di cenere. Si tratta di manifestazioni di bassa energia che si inseriscono nel quadro generale della fase attuale dell’Etna, caratterizzata dall’alternanza tra episodi di degassamento, emissioni di materiale incoerente e brevi fasi esplosive.

L’Etna attraversa una fase di riorganizzazione interna

Nel complesso, il quadro delineato dall’INGV Vulcani descrive un vulcano in una fase di instabilità moderata, nella quale diversi processi stanno modificando l’equilibrio del sistema sommitale. Il pennacchio bruno-rossiccio del Cratere di Nord-Est rappresenta quindi un segnale della rimobilizzazione di materiali già presenti nel condotto, favorita dall’abbassamento della colonna magmatica e dalla riduzione della pressione interna. La presenza contemporanea di emissioni di cenere, piccoli episodi stromboliani alla Bocca Nuova e fenomeni di degassamento conferma che l’Etna resta un sistema vulcanico dinamico, nel quale le trasformazioni interne possono proseguire anche dopo la conclusione di una fase eruttiva intensa. Il monitoraggio costante dei parametri geofisici e geochimici rimane quindi fondamentale per seguire l’evoluzione del vulcano e individuare eventuali cambiamenti nella sua attività.