Con ogni probabilità, i Neanderthal avevano i piedi piatti. Ma non era affatto un difetto, anzi: si trattava della conseguenza di una precisa strategia funzionale per ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti e massimizzare la stabilità su terreni montuosi o accidentati. È solo una delle novità emerse da uno studio – pubblicato sul Journal of Human Evolution – che ha analizzato per la prima volta la forma esterna tridimensionale dell’intero calcagno degli uomini di Neanderthal, mettendola a confronto con quella della nostra specie, l’Homo sapiens.
“Il piede umano è una delle strutture anatomiche che meglio testimoniano la nostra complessa storia evolutiva, e tra le ossa che lo compongono, il calcagno gioca un ruolo cruciale: è la prima struttura a toccare il suolo durante il cammino, ammortizzando l’impatto e trasmettendo le forze per spingerci in avanti“, spiega Maria Giovanna Belcastro, professoressa al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, che ha coordinato lo studio. “L’analisi in 3D dei calcagni fossili dei nostri antichi cugini, i Neanderthal, ci ha permesso quindi di mettere in luce sia un adattamento biomeccanico straordinario per sopportare carichi elevati e terreni impervi, che l’impatto della vita moderna e delle calzature sui nostri piedi”.
Lo studio
Gli studiosi hanno analizzato e confrontato i calcagni di 7 individui della specie Homo neanderthalensis con quelli di 64 individui di Homo sapiens, spaziando dai cacciatori-raccoglitori del Pleistocene agli agricoltori dell’Età del Ferro, fino a una popolazione urbana postindustriale conservata nella Collezione Osteologica Documentata della Certosa di Bologna. Per farlo, hanno applicato tecniche avanzate di morfometria geometrica 3D a modelli digitali ottenuti con scansioni laser e tomografia computerizzata.
Le differenze
I risultati mostrano differenze nette e affascinanti. Per prima cosa, rispetto ai calcagni degli esseri umani moderni, quelli dei Neanderthal erano più corti, più larghi e più alti. Ma uno degli aspetti più sorprendenti riguarda la postura e la stabilità del piede neandertaliano. Le analisi geometriche indicano infatti che i Neanderthal avevano una postura del piede abitualmente pronata. Inoltre, lo studio evidenzia un arco longitudinale laterale più basso nei Neanderthal, che offriva una maggiore flessibilità e mobilità nella parte centrale del piede. In poche parole, i Neanderthal avevano il piede piatto e utilizzavano questa postura per massimizzare la stabilità e ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti.
“La robustezza del calcagno riflette la struttura corporea complessiva dei Neanderthal, caratterizzata da una massa muscolare e scheletrica notevole e da un livello di attività fisica estremamente intenso”, conferma Belcastro. “Queste caratteristiche fisiche indicano un adattamento volto a favorire una maggiore capacità di carico sul retropiede e un’elevata mobilità su terreni sconnessi”.
Guardando invece alla nostra specie, i ricercatori hanno osservato che i cacciatori-raccoglitori preistorici di Homo sapiens – che percorrevano lunghe distanze con piedi scalzi o con calzature morbide – mostravano calcagni con caratteristiche di robustezza più simili a quelle dei Neanderthal rispetto alle popolazioni postindustriali moderne.
Gli individui vissuti negli ultimi secoli, infatti, hanno calcagni decisamente più gracili, a causa di uno stile di vita sedentario e dell’uso abituale di calzature rigide e chiuse. Questo perché l’uso di scarpe con suole rigide tende a limitare i movimenti di inversione ed eversione del piede, irrigidendo la caviglia: un chiaro segno di gracilizzazione scheletrica dovuta a una drastica riduzione degli stimoli biomeccanici naturali.
“La morfologia del nostro scheletro non è solo il prodotto di un rigido programma genetico, ma anche il riflesso delle sollecitazioni fisiche e delle nostre abitudini di vita quotidiane”, spiega Belcastro. “I risultati di questo studio offrono quindi un contributo fondamentale per comprendere meglio come i nostri antenati si muovessero nel loro ambiente naturale e aprono affascinanti prospettive di dialogo tra l’antropologia evoluzionistica e l’ortopedia clinica”.
