Il 12 settembre 1992 l’incidente di Ambrogio Fogar

Durante un rally nel deserto del Turkmenistan, l’esploratore italiano rimase gravemente ferito. Da quel giorno iniziò una nuova, durissima sfida: imparare a vivere senza poter più muovere il corpo

Il 12 settembre 1992 avrebbe dovuto essere un’altra giornata di avventura per Ambrogio Fogar, uno degli italiani che più di ogni altro aveva fatto dell’esplorazione e della sfida ai propri limiti una ragione di vita. Quel giorno, invece, un incidente nel deserto del Turkmenistan cambiò radicalmente la sua esistenza. Fogar stava partecipando al rally Pechino-Mosca-Parigi, una competizione automobilistica attraverso alcuni dei territori più difficili dell’Asia. Era al volante, insieme al pilota Giacomo Vismara, durante l’ottava tappa della gara. Il fuoristrada si ribaltò dopo aver incontrato un ostacolo nascosto nella sabbia. Fogar venne sbalzato dal veicolo e riportò un gravissimo trauma alla colonna cervicale, con la frattura della seconda vertebra cervicale. Le sue condizioni apparvero subito disperate. Dopo l’incidente subì anche un arresto cardiaco e dovette affrontare un lungo e complesso trasferimento per raggiungere l’Italia: prima via terra fino a Nebit-Dag, poi in aereo verso Mosca e infine a Milano, dove venne ricoverato al San Raffaele.

Una vita costruita sull’avventura

Per capire quanto fosse drammatico quel momento bisogna ricordare chi era Ambrogio Fogar prima dell’incidente. Nato a Milano il 13 agosto 1941, Fogar aveva costruito la propria fama attraverso imprese che sembravano appartenere a un romanzo d’avventura. Nel 1974 aveva completato il giro del mondo in barca a vela in solitaria, navigando per oltre un anno. Nel 1978 aveva poi vissuto un’altra esperienza drammatica: il naufragio della sua imbarcazione Surprise durante un tentativo di circumnavigazione dell’Antartide. Fogar e il giornalista Mauro Mancini sopravvissero per 74 giorni su una zattera di salvataggio, ma Mancini morì poco dopo il salvataggio. Negli anni successivi Fogar aveva continuato a cercare nuove sfide, dedicandosi alle spedizioni nell’Artico, all’Himalaya e al deserto e partecipando anche alla Parigi-Dakar e al Rally dei Faraoni. Era diventato inoltre un volto popolare della televisione grazie soprattutto a programmi dedicati all’avventura, come Jonathan: dimensione avventura.

Dall’esplorazione alla lotta per la sopravvivenza

L’incidente del 12 settembre segnò però una cesura netta. La lesione cervicale lo lasciò quasi completamente paralizzato, trasformando un uomo abituato a muoversi in luoghi estremi in una persona costretta a dipendere dagli altri e dalle tecnologie anche per le azioni più semplici. La tragedia non si concluse con il ricovero. Per Fogar iniziò una lunga battaglia fisica e psicologica. Nel corso degli anni dovette convivere con una tetraplegia gravissima e con la necessità di un supporto per la respirazione. In un’intervista del 2004 raccontò quanto fosse difficile affrontare una condizione nella quale non era più lui a scegliere la direzione del proprio viaggio.

Eppure, proprio qui sta uno degli aspetti più sorprendenti della sua storia: Fogar non smise di considerarsi un uomo d’avventura. Nel 1997, a 5 anni dall’incidente, partecipò al Giro d’Italia in barca a vela su una speciale sedia a rotelle basculante. L’iniziativa, chiamata Operazione Speranza, servì anche a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione delle persone con disabilità.

Una nuova forma di coraggio

La storia di Ambrogio Fogar è spesso raccontata come quella di un uomo che non si arrese davanti alla paralisi. Il significato dell’incidente del 12 settembre 1992 va forse oltre la semplice celebrazione del coraggio. Per decenni Fogar aveva cercato il limite nel mare, nei ghiacci, nei deserti e nelle spedizioni. Dopo l’incidente, il limite divenne il suo stesso corpo. La sfida non consisteva più nel raggiungere un polo o attraversare un oceano, ma nel trovare ogni giorno una ragione per andare avanti.

Fogar morì a Milano il 24 agosto 2005, a 64 anni, dopo 13 anni vissuti con le conseguenze dell’incidente. Oggi, 12 settembre 2026, a 34 anni da quel drammatico episodio, il suo nome resta legato soprattutto alle grandi imprese dell’esplorazione italiana. Quella data però ricorda anche un’altra dimensione della sua vicenda: la capacità di trasformare, per quanto possibile, una tragedia irreversibile in una nuova forma di resistenza. Per l’uomo che aveva trascorso la vita inseguendo l’orizzonte, il viaggio più difficile cominciò proprio quando non poté più muoversi.