Ventinove anni fa, il 26 settembre 1997, l’Italia centrale fu colpita da una delle più importanti sequenze sismiche della sua storia recente. A essere interessata fu soprattutto l’area appenninica tra Umbria e Marche, con epicentro nell’area di Colfiorito, nel territorio di Foligno. La giornata era iniziata già durante la notte. Alle 02:33 una prima forte scossa, di magnitudo 5,7 secondo le ricostruzioni dell’INGV, aveva colpito l’area. Alle 11:40:26 arrivò una seconda scossa, ancora più intensa: l’INGV la stima oggi in magnitudo momento 6, con una profondità dell’ipocentro di circa 9,8 chilometri. Fu questa seconda scossa ad aggravare drammaticamente una situazione già compromessa. La sequenza non si sarebbe esaurita quel giorno: nei mesi successivi migliaia di terremoti avrebbero continuato a interessare l’Appennino umbro-marchigiano, provocando ulteriori danni.
Un terremoto che colpì un territorio vastissimo
Il sisma interessò un’area molto ampia. Complessivamente furono 48 i Comuni coinvolti nell’emergenza, tra cui Assisi, Foligno, Gubbio, Norcia, Gualdo Tadino, Nocera Umbra e Sellano in Umbria, e Serravalle del Chienti, Camerino, Fiordimonte e Castelsantangelo sul Nera nelle Marche. Il bilancio umano complessivo fu di 11 vittime. La Protezione Civile ricorda inoltre che furono migliaia le persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e che i danni agli edifici furono ingenti. Una documentazione della stessa Protezione Civile parla di circa 28.000 edifici distrutti e oltre 26.000 persone senza casa nella fase iniziale dell’emergenza. Il terremoto però non colpì soltanto abitazioni e infrastrutture. A essere minacciato fu anche uno dei patrimoni artistici più importanti d’Italia.
Il dramma della Basilica di San Francesco
Il luogo diventato il simbolo della tragedia fu Assisi. Nella Basilica superiore di San Francesco, la scossa delle 11:40 provocò il crollo di una parte della volta affrescata. Quattro persone morirono sotto le macerie mentre erano impegnate nelle operazioni di verifica e messa in sicurezza dell’edificio. Il crollo provocò anche la perdita di una parte degli affreschi, compresi importanti dipinti attribuiti alla tradizione artistica di Cimabue. Le immagini della volta danneggiata fecero rapidamente il giro del mondo, trasformando la Basilica di San Francesco nel simbolo internazionale del terremoto del 1997. Non fu però l’unico monumento danneggiato: la scossa provocò lesioni e crolli in numerosi edifici storici, tra cui la cattedrale di Foligno e la torre di Nocera Umbra, oltre a musei, teatri e altri edifici di interesse culturale.
La ricostruzione e la sfida del patrimonio culturale
Dopo l’emergenza iniziò una complessa opera di ricostruzione. Per i beni culturali non si trattava semplicemente di ricostruire muri e coperture: occorreva recuperare, quando possibile, opere d’arte e decorazioni danneggiate, rispettando materiali, tecniche e caratteristiche originali. Il restauro della Basilica di San Francesco rappresentò una sfida particolarmente delicata. Frammenti di affreschi caduti a terra furono recuperati, catalogati e ricomposti come un gigantesco puzzle, mentre specialisti e restauratori lavorarono alla ricostruzione delle parti perdute e alla messa in sicurezza dell’edificio. La riapertura della Basilica e il recupero delle sue opere sono diventati negli anni un importante esempio di intervento sul patrimonio culturale dopo un terremoto. Non tutte le perdite artistiche, tuttavia, poterono essere cancellate: alcune parti degli affreschi andarono irrimediabilmente perdute.
Un punto di svolta per la sismologia italiana
Il terremoto del 1997 ebbe anche un’importanza scientifica particolare. Secondo l’INGV, la sequenza umbro-marchigiana rappresentò uno spartiacque per la sismologia italiana: per la prima volta nel nostro Paese furono disponibili contemporaneamente dati di elevata qualità provenienti dalle reti di monitoraggio a terra e dalle osservazioni satellitari. Quelle informazioni permisero agli studiosi di comprendere con maggiore precisione le caratteristiche delle faglie responsabili dei terremoti appenninici e i meccanismi che li generano. Le conoscenze maturate nel 1997 sarebbero poi state utilizzate anche nello studio di successive sequenze sismiche italiane.
