Il 29 settembre 1988, dopo quasi 3 anni di sospensione dei voli, la NASA tornava a lanciare uno Space Shuttle. A bordo del Discovery, 5 astronauti erano pronti a riportare gli Stati Uniti nello Spazio con equipaggio, dopo la tragedia del Challenger, avvenuta il 28 gennaio 1986. Oggi, 29 settembre 2026, sono trascorsi 38 anni da quel momento, passato alla storia come il Return to Flight, il ritorno al volo dello Shuttle.
La tragedia del Challenger
Il ritorno del 1988 può essere compreso soltanto ricordando ciò che era accaduto 2 anni e mezzo prima. Il 28 gennaio 1986 lo Shuttle Challenger decollò dal Kennedy Space Center. A bordo c’erano 7 astronauti, tra cui l’insegnante Christa McAuliffe, scelta per partecipare al programma “Teacher in Space”. Dopo soli 73 secondi dal decollo, la navetta andò distrutta. Tutti e 7 i membri dell’equipaggio persero la vita. Le indagini successive individuarono un problema nel giunto di uno dei Solid Rocket Booster, i grandi razzi a propellente solido utilizzati per il decollo, ma la commissione d’inchiesta evidenziò anche problemi nelle procedure decisionali e nella cultura organizzativa della NASA. Dopo l’incidente, la NASA sospese i voli dello Shuttle e avviò una profonda revisione del programma.
Due anni e mezzo di modifiche
Il ritorno nello Spazio non poteva limitarsi alla costruzione di una nuova navetta. La NASA intervenne su numerosi aspetti del sistema Shuttle. Furono apportate oltre 200 modifiche, tra cui la riprogettazione dei razzi a propellente solido, nuovi sistemi e procedure di sicurezza e l’introduzione delle tute pressurizzate per il decollo e il rientro. Anche la struttura organizzativa dell’agenzia venne modificata con l’obiettivo di rafforzare i controlli e dare maggiore importanza alle valutazioni sulla sicurezza. La NASA scelse la Discovery come navetta per la missione del ritorno al volo. Il veicolo venne sottoposto a un lungo processo di revisione e modifica prima di essere dichiarato pronto.
La missione STS-26
La missione prese il nome di STS-26. Al comando c’era Frederick “Rick” Hauck, affiancato dal pilota Richard Covey e dagli specialisti di missione John Lounge, David Hilmers e George Nelson. Il lancio era inizialmente previsto per un momento precedente, ma diversi problemi tecnici e operativi avevano fatto slittare la partenza. Finalmente, il 29 settembre 1988, dopo un ritardo di circa un’ora e mezza dovuto principalmente alle condizioni del vento, il conto alla rovescia arrivò a zero. Alle 11:37 EDT, Discovery decollò dalla rampa 39B del Kennedy Space Center. Per la NASA fu un momento carico di tensione. Circa 2 minuti dopo il decollo, quando i razzi laterali ridisegnati completarono correttamente il loro lavoro e vennero sganciati, arrivò uno dei primi grandi segnali che il ritorno al volo stava procedendo secondo i piani.
Un satellite da portare in orbita
STS-26 non era soltanto una missione simbolica. La Discovery trasportava anche un importante carico scientifico e tecnologico: il satellite TDRS-3, parte del sistema Tracking and Data Relay Satellite. Il satellite venne rilasciato durante la missione e successivamente spinto verso l’orbita geostazionaria. Il sistema TDRS permetteva di migliorare le comunicazioni tra i veicoli spaziali e il controllo a Terra, rendendo possibili collegamenti più continui durante le missioni. Gli astronauti svolsero inoltre diversi esperimenti scientifici e verificarono alcune delle nuove procedure introdotte dopo l’incidente del Challenger.
Il ritorno a Terra
La Discovery rimase nello spazio per 4 giorni, 1 ora e 11 secondi, completando 64 orbite intorno alla Terra. Il 3 ottobre 1988 la navetta rientrò e atterrò sulla pista dell’Edwards Air Force Base, in California. La missione era terminata senza incidenti. Per la NASA si trattò della conclusione di un percorso lungo e difficile. Il programma Shuttle poteva riprendere, anche se l’esperienza del Challenger aveva modificato profondamente il modo in cui l’agenzia affrontava il problema della sicurezza.
Un nuovo inizio, ma con la memoria del Challenger
Il significato di quel 29 settembre andava oltre il successo tecnico della missione. Il ritorno della Discovery rappresentava la ripresa di un programma che aveva subito la perdita di sette astronauti e una profonda crisi di fiducia. La NASA aveva dovuto dimostrare non soltanto che lo Shuttle poteva tornare nello spazio, ma che le lezioni dell’incidente erano state prese sul serio. Il giorno prima del rientro, i 5 astronauti del Discovery dedicarono un tributo ai membri dell’equipaggio del Challenger. Quella scelta racchiudeva il significato più profondo della missione: tornare a volare senza dimenticare chi non era tornato a casa.
