Il 5 settembre 1977, da Cape Canaveral, in Florida, prendeva il via una delle più straordinarie avventure della storia dell’esplorazione spaziale. Alle 12:56 UTC, la sonda Voyager 1 della NASA decollava a bordo di un razzo Titan IIIE-Centaur, dando inizio a un viaggio che, quasi mezzo secolo dopo, non può ancora dirsi concluso.Il lancio di Voyager 1 era stato programmato inizialmente per il 1° settembre, ma venne rinviato di quattro giorni. La decisione arrivò dopo alcuni problemi riscontrati sulla gemella Voyager 2, partita il 20 agosto: il rinvio consentì ai tecnici di controllare meglio alcuni sistemi e di verificare il funzionamento del braccio destinato agli strumenti scientifici.
Una partenza con un obiettivo ambizioso
Le 2 sonde Voyager erano state progettate per sfruttare una particolare configurazione dei pianeti esterni. La loro traiettoria avrebbe permesso di utilizzare la fionda gravitazionale: passando vicino a un pianeta, la sonda poteva modificare velocità e direzione e proseguire verso il successivo. L’obiettivo iniziale era relativamente circoscritto: studiare da vicino Giove e Saturno, i loro anelli, i campi magnetici e le numerose lune. Per scegliere le traiettorie migliori furono analizzati più di 10.000 possibili percorsi. Voyager 1, pur essendo partita dopo Voyager 2, seguiva una traiettoria più rapida. Il 15 dicembre 1977 la raggiunse e la superò, assumendo di fatto il ruolo di prima delle 2 sonde nel percorso verso Giove.
Giove e Saturno: le prime grandi scoperte
Il primo grande appuntamento arrivò il 5 marzo 1979, quando Voyager 1 effettuò il passaggio ravvicinato a Giove. La sonda raccolse circa 19mila immagini, contribuendo a rivelare nuovi dettagli del pianeta e delle sue lune e confermando l’esistenza di un sottile anello attorno a Giove. Nel novembre 1980 arrivò il turno di Saturno. La traiettoria era stata studiata in modo da consentire anche un passaggio ravvicinato a Titano, la più grande luna del pianeta e l’unico satellite del Sistema solare noto per possedere una densa atmosfera. Quel passaggio, però, ebbe una conseguenza decisiva: la traiettoria scelta per osservare Titano spinse Voyager 1 su una rotta che la portò fuori dal piano dell’orbita dei pianeti. La sonda non avrebbe quindi potuto proseguire verso Urano e Nettuno come fece invece Voyager 2.
Dalla missione planetaria allo Spazio interstellare
A quel punto, però, la storia di Voyager 1 era tutt’altro che terminata. La sonda continuò a viaggiare verso le regioni più remote del Sistema solare, trasformando una missione inizialmente concepita per durare pochi anni in una delle più longeve imprese scientifiche mai realizzate. Nel 1990, prima di spegnere definitivamente le proprie fotocamere per risparmiare energia, Voyager 1 realizzò una delle immagini più celebri della storia dell’astronomia: la Terra vista da una distanza enorme, il piccolo “Pale Blue Dot”, il pallido puntino blu che avrebbe ispirato anche celebri riflessioni sul posto dell’umanità nel cosmo. Il traguardo più simbolico arrivò però nell’agosto 2012, quando Voyager 1 attraversò l’eliopausa, entrando nello spazio interstellare. È tuttora l’oggetto costruito dall’uomo che si trova più lontano dalla Terra.
Una bottiglia nell’oceano cosmico
A bordo della Voyager viaggia anche il celebre Golden Record, un disco contenente immagini, suoni, saluti pronunciati in diverse lingue e musiche: una sorta di messaggio destinato a eventuali forme di vita extraterrestri che un giorno dovessero incontrare la sonda. A quasi cinquant’anni da quel mattino del 5 settembre 1977, Voyager 1 rappresenta così qualcosa di più di una missione scientifica. È la testimonianza concreta della capacità umana di progettare una macchina capace di continuare il proprio viaggio per decenni, sopravvivendo a distanze impensabili e trasformandosi, da esploratrice dei pianeti, in una messaggera dell’umanità nello Spazio interstellare.
