Mercurio potrebbe essere molto più “rimpicciolito” di quanto gli scienziati avessero immaginato. Il pianeta più vicino al Sole, già sorprendentemente piccolo rispetto alla Terra, potrebbe infatti aver perso quasi 19 km di diametro nel corso della sua evoluzione. A suggerirlo è un nuovo studio pubblicato il 10 settembre sulla rivista Geophysical Research Letters. Secondo i ricercatori, la contrazione di Mercurio potrebbe essere stata dal 10% al 30% maggiore rispetto a quanto indicato dai modelli precedenti. Può sembrare una differenza minima, considerando che oggi Mercurio ha un diametro di circa 4.880 km. In realtà, quei km possono contenere informazioni preziose sulla storia del pianeta.
Il mistero è nascosto nelle rughe di Mercurio
Per capire perché Mercurio si sia ristretto bisogna guardare sotto la sua superficie. Quando il pianeta si è formato, miliardi di anni fa, gli enormi processi di aggregazione di rocce e gas e le violente collisioni che caratterizzavano il giovane Sistema Solare hanno generato una quantità enorme di calore. Da allora, Mercurio ha continuato lentamente a raffreddarsi. Quando l’interno di un pianeta perde calore, può contrarsi. Nel caso di Mercurio, questa contrazione ha lasciato tracce sulla superficie sotto forma di rilievi, scarpate e altre strutture geologiche.
Il problema è che la superficie del pianeta è tutt’altro che immobile. Nel corso di miliardi di anni, meteoriti e asteroidi hanno bombardato Mercurio creando una quantità impressionante di crateri. Ogni impatto ha modificato il terreno, producendo detriti e nuove irregolarità che hanno progressivamente coperto o reso più difficile da individuare le tracce più antiche della contrazione. È un po’ come cercare le vecchie rughe di una superficie che viene continuamente graffiata e riscritta.
Una nuova lettura dei dati della missione MESSENGER
Per arrivare alla nuova stima, il team di ricerca ha analizzato dati provenienti dalla missione MESSENGER della NASA, che ha orbitato attorno a Mercurio tra il 2011 e il 2015. I ricercatori hanno confrontato 2 diversi tipi di mappe dell’intera superficie del pianeta: una relativa alle strutture geologiche associate alla contrazione e una dedicata alla rugosità del terreno. Il confronto ha rivelato un elemento particolarmente interessante: nelle zone più accidentate di Mercurio si osservano meno tracce della contrazione. Ciò potrebbe non significare che quelle regioni si siano deformate meno. Al contrario, suggerisce che gli impatti più recenti abbiano prodotto così tanti detriti da nascondere parte delle strutture più antiche. Ed è proprio qui che potrebbe trovarsi la spiegazione della precedente sottostima.
Perché sapere quanto si è ristretto Mercurio è così importante?
La dimensione della contrazione non è soltanto una curiosità geologica. È una sorta di termometro della storia interna di Mercurio. Più un pianeta si contrae, infatti, maggiori possono essere le informazioni ricavabili sulla quantità di calore che ha perso e sulle condizioni che caratterizzavano il suo interno durante la sua evoluzione. La nuova stima potrebbe quindi aiutare gli scienziati a mettere alla prova diversi scenari sulla formazione di Mercurio.
Potrebbe persino fornire indizi sulla composizione del suo nucleo metallico. Mercurio possiede un nucleo enorme rispetto alle sue dimensioni complessive. Se il pianeta ha effettivamente subito una contrazione maggiore del previsto, i nuovi dati potrebbero essere compatibili con un nucleo caratterizzato da una quantità maggiore di metallo e da una presenza inferiore di elementi più leggeri, come il silicio. In altre parole, le dimensioni attuali del pianeta potrebbero conservare una sorta di impronta della sua nascita.
La prossima risposta potrebbe arrivare da BepiColombo
Per capire se la nuova stima è corretta bisognerà però osservare Mercurio con una precisione ancora maggiore. È qui che entra in gioco BepiColombo, la missione dell’Agenzia spaziale europea e dell’agenzia spaziale giapponese JAXA diretta verso il pianeta. Dopo quasi 8 anni di viaggio nello Spazio, la sonda è entrata nella fase di arrivo a Mercurio e si prepara a raccogliere dati molto più dettagliati sulla superficie. Le sue osservazioni potrebbero individuare crateri di dimensioni inferiori rispetto a quelli rilevati dalla missione MESSENGER, oltre a scarpate e creste più piccole.
Inoltre, c’è un altro strumento particolarmente importante: il laser altimetro, che permetterà di misurare con grande precisione la topografia del pianeta. Questi dati potrebbero consentire agli scienziati di distinguere meglio le strutture create dalla contrazione da quelle prodotte dagli impatti e di affinare così la stima di quanto Mercurio si sia realmente ristretto.
Un piccolo pianeta con una storia gigantesca
Mercurio è appena un terzo delle dimensioni della Terra, ma continua a sorprendere gli scienziati. La sua superficie apparentemente desolata potrebbe infatti custodire informazioni sulle condizioni che esistevano quando il Sistema Solare era ancora giovane: temperature iniziali, composizione del nucleo e processi che hanno modellato il pianeta più interno del nostro sistema planetario. Se la nuova stima sarà confermata, quei quasi 19 km di diametro perduti nel tempo non saranno soltanto una misura della contrazione di Mercurio, saranno una nuova finestra sulla sua origine e, forse, anche sulla storia violenta con cui è nato l’intero Sistema Solare.
