Gli ecosistemi d’alta quota del massiccio del Monte Velino, in Abruzzo, stanno attraversando una profonda trasformazione. A documentarla è una nuova ricerca scientifica realizzata dai Carabinieri del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari sulla base di 33 anni di osservazioni condotte in un sito della Rete internazionale di Ricerca Ecologica a Lungo Termine (LTER), gestito direttamente dall’Arma. Lo studio, pubblicato sul numero 93 della rivista internazionale Ecologies e liberamente consultabile, analizza l’evoluzione delle comunità vegetali degli Appennini centrali nell’arco di oltre tre decenni. L’articolo, dal titolo Alpine plant communities of the Central Apennines (Italy) show contrasting changes over more than three decades, è stato curato dal giuri-ecologo Bruno Petriccione, Ph.D., Colonnello dei Carabinieri nella riserva nonché Presidente di Appennino Ecosistema.
I risultati evidenziano un progressivo cambiamento nella composizione della flora d’alta quota. Nel corso degli anni sono aumentate le specie in grado di sopportare condizioni di maggiore stress ecologico, temperature più elevate e periodi di aridità, mentre sono diminuite quelle maggiormente adattate al prolungato innevamento, alle basse temperature e a una maggiore disponibilità d’acqua. In alcuni habitat, le specie più sensibili sono addirittura scomparse. In altri casi, sono state progressivamente sostituite da piante più termofile e opportuniste. È il caso, ad esempio, del Trifolium thalii, ormai quasi completamente soppiantato dal più comune Trifolium pratense.
Non si tratta, secondo i ricercatori, di semplici variazioni nella composizione della vegetazione. Se il fenomeno dovesse proseguire, nel medio e lungo periodo potrebbe determinare una vera e propria disgregazione delle comunità vegetali appenniniche, fino ad arrivare all’estinzione locale delle specie maggiormente legate alle basse temperature e alla presenza prolungata della neve.
I cambiamenti osservati vengono ricondotti alla trasformazione del clima registrata nell’ultimo secolo e, in particolare, negli ultimi sessant’anni. Tra i fenomeni più significativi figurano la drastica riduzione della durata del manto nevoso, l’aumento delle temperature medie e minime annuali, la maggiore frequenza di ondate di calore eccezionali e una crescente variabilità delle precipitazioni, sia piovose sia nevose. Secondo lo studio, un punto di svolta nel processo di trasformazione degli ecosistemi può essere individuato nel biennio 2014-2015, in correlazione con l’incremento degli episodi di temperature estreme registrato negli anni 2011 e 2016.
I dati raccolti sull’Appennino abruzzese si inseriscono inoltre nel quadro più ampio del riscaldamento climatico globale. Le osservazioni della stazione di ricerca LTER del Gran Sasso indicano infatti un aumento della temperatura media annua di 1,7°C negli ultimi 70 anni. Si tratta di una crescita media di circa 0,26°C per decade, più del doppio rispetto all’incremento medio globale indicato nello studio, pari a 0,7°C negli ultimi 60 anni e a 0,1°C per decade.
Un quadro che, secondo i ricercatori, rende ancora più urgente monitorare gli ambienti montani e comprenderne le trasformazioni. La conoscenza scientifica dei processi in corso rappresenta infatti uno strumento essenziale per orientare le strategie di conservazione degli habitat e delle specie maggiormente minacciati dai cambiamenti climatici. Gli ecosistemi d’alta quota dell’Appennino sono oggi tutelati attraverso Parchi e Riserve a livello nazionale e, sul piano europeo, dalla Direttiva Habitat. I 33 anni di osservazioni condotte sul Monte Velino offrono così una base scientifica di particolare valore per valutare l’efficacia delle politiche di conservazione e affrontare le conseguenze del cambiamento climatico sulla biodiversità montana.

