Prosegue senza sosta in Nepal la corsa dei soccorritori per raggiungere centinaia di persone che si ritiene siano rimaste intrappolate all’interno dei tunnel di alcuni impianti idroelettrici, bloccati dopo la devastante alluvione che la scorsa settimana ha colpito la regione himalayana. Le squadre nepalesi, supportate da specialisti provenienti da Cina e India, hanno intensificato le operazioni di ricerca. L’esercito ha riferito che i soccorritori stanno utilizzando esplosioni controllate, escavatori e potenti fari per rimuovere acqua e fango e aprire un varco verso le persone intrappolate. Tre corpi sono stati recuperati dopo l’accesso a 2 tunnel, ma altre sezioni restano completamente sommerse dai detriti e sono ancora oggetto di ricerca.
Un bilancio drammatico
Secondo le autorità nepalesi, il numero delle vittime confermate è salito a 987 morti, mentre 3.916 persone risultano ancora disperse, comprese 933 persone coinvolte negli impianti idroelettrici. Sul versante cinese della catastrofe, nella contea di Gyirong, sono stati segnalati 16 morti e 546 dispersi. Il Ministero degli Esteri nepalese ha inoltre comunicato che circa 583 cittadini stranieri provenienti da 39 Paesi risultano ancora irreperibili. Più di 10mila persone sono state tratte in salvo dalle zone colpite, tra cui 323 cittadini stranieri. La Croce Rossa stima che oltre 90mila persone possano essere state coinvolte direttamente o indirettamente dal disastro. La massa di ghiaccio, rocce, fango e detriti ha devastato città e villaggi delle vallate nepalesi, estendendo i suoi effetti anche oltre il confine con la Cina.
Il boom dell’idroelettrico e la fragilità delle montagne
Negli ultimi decenni il Nepal ha investito fortemente nello sviluppo dell’energia idroelettrica. Il Paese, ricco di risorse idriche grazie ai fiumi himalayani, ha cercato di ridurre la cronica carenza di elettricità interna e di sviluppare le esportazioni energetiche verso la vicina India. La conformazione montuosa del territorio rende però indispensabile la costruzione di numerosi tunnel, utilizzati per convogliare l’acqua attraverso i ripidi versanti e sfruttare il forte dislivello tra i fiumi himalayani e le centrali elettriche. Proprio questi tunnel sono ora diventati uno dei punti più critici dell’emergenza.
Il pericolo di nuove inondazioni
L’emergenza potrebbe non essere finita. Le operazioni di soccorso sono state sospese più volte a causa del maltempo e dei timori legati a un lago formatosi lungo il confine tra Nepal e Cina in seguito al disastro. Il bacino ha iniziato a tracimare nei fiumi nepalesi, alimentando il timore di nuove ondate di piena. I ghiacciai attorno a un cratere formatosi nell’area del collasso glaciale restano instabili e potrebbero provocare ulteriori cedimenti. Immagini raccolte dai droni hanno inoltre evidenziato numerosi accumuli di frane lungo le rive dei fiumi, con il rischio di nuovi smottamenti e della formazione di altri laghi naturali temporanei.
La questione dello scambio di dati con la Cina
Il Nepal ha dichiarato di non avere bisogno di aiuti stranieri per la gestione generale dei soccorsi, ma ha scelto di affidarsi all’esperienza di India e Cina nelle complesse operazioni di salvataggio all’interno dei tunnel. Restano però interrogativi sulla cooperazione transfrontaliera. Due funzionari nepalesi hanno riferito che Pechino non avrebbe condiviso informazioni sufficienti sui rischi legati ai ghiacciai e sui livelli dell’acqua, nonostante un recente incontro dedicato al rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi. Secondo i funzionari, una limitata condivisione dei dati potrebbe compromettere la capacità di prevenire e affrontare future catastrofi. Il Ministero degli Esteri cinese ha respinto queste preoccupazioni, sostenendo che Pechino ha fornito continuamente al Nepal dati meteorologici e idrologici e che continuerà a sostenere con forza gli sforzi di soccorso e ricostruzione.
