A cinquant’anni dal terremoto del Friuli del 1976, una delle domande più importanti per un Paese ad elevata esposizione sismica come l’Italia rimane inevitabilmente la stessa: quanto siamo preparati a gestire il prossimo grande terremoto? È attorno a questo interrogativo che si è sviluppato il workshop organizzato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), svoltosi il 22 settembre 2026 nella Sala Conferenze della sede romana dell’INGV. L’incontro, dal titolo “A cinquant’anni dal terremoto del Friuli: quanto siamo preparati a gestire la prossima emergenza sismica?”, ha riunito comunità scientifica, Protezione Civile e Centri di Competenza per analizzare quanto è cambiato in mezzo secolo nella conoscenza dei terremoti e, soprattutto, per individuare le fragilità che continuano a condizionare la capacità di affrontare una nuova emergenza. Al centro del confronto sono stati posti temi fondamentali come la memoria dei terremoti, l’evoluzione del monitoraggio sismico, la valutazione della pericolosità sismica, la conoscenza del territorio, la prevenzione strutturale e gli strumenti oggi disponibili per stimare rapidamente gli effetti di un terremoto e orientare gli interventi nelle prime ore successive a una scossa distruttiva.
Il terremoto del Friuli del 1976, una svolta per la sismologia italiana
La sequenza sismica del Friuli del 1976 rappresenta uno degli eventi che hanno maggiormente segnato la storia recente della sismologia italiana. La sua importanza non è legata soltanto all’impatto drammatico sul territorio e sulle comunità colpite, ma anche alle profonde conseguenze che quell’esperienza ebbe sul modo di studiare, monitorare e affrontare i terremoti in Italia. A distanza di mezzo secolo, il Friuli continua infatti a costituire un riferimento per comprendere quanto sia cambiata la capacità scientifica e tecnologica del Paese. Il terremoto contribuì a imprimere una forte accelerazione alla costruzione di un sistema moderno di sorveglianza sismica, alla diffusione delle reti di rilevamento e allo sviluppo di strumenti sempre più sofisticati per localizzare rapidamente gli eventi, definirne la magnitudo e comprenderne le caratteristiche. Il workshop organizzato da INGV e OGS ha voluto partire proprio da quella esperienza per ricostruire il percorso compiuto negli ultimi cinquant’anni e interrogarsi sulle sfide che rimangono aperte. La questione non riguarda soltanto la capacità di registrare un terremoto. Il problema centrale è capire come trasformare la conoscenza scientifica in uno strumento concreto di riduzione del rischio sismico, attraverso edifici più sicuri, pianificazione territoriale, aggiornamento delle conoscenze geologiche e preparazione delle strutture operative chiamate a intervenire durante un’emergenza.
Dal monitoraggio analogico alle moderne reti sismiche
Uno dei cambiamenti più profondi avvenuti dagli anni Settanta riguarda il monitoraggio dei terremoti. Oggi il territorio italiano è controllato attraverso reti strumentali che consentono di rilevare continuamente l’attività sismica e di mettere a disposizione della comunità scientifica e del sistema di Protezione Civile informazioni che, cinquant’anni fa, non potevano essere ottenute con la stessa rapidità e precisione. L’evoluzione tecnologica ha modificato radicalmente il lavoro dei sismologi. La disponibilità di sistemi digitali, reti di stazioni sempre più dense e strumenti di elaborazione automatica permette oggi di determinare in tempi molto ridotti la posizione di un terremoto, la sua profondità e la sua magnitudo. Il salto di qualità, tuttavia, non riguarda esclusivamente la velocità di localizzazione degli eventi. Le moderne reti consentono di raccogliere enormi quantità di dati sul comportamento delle faglie e sulla propagazione delle onde sismiche, migliorando progressivamente la comprensione della sismicità italiana. Sono informazioni fondamentali anche per aggiornare i modelli di pericolosità e per comprendere quali territori risultano maggiormente esposti agli effetti di futuri terremoti.
Pericolosità sismica e conoscenza del territorio
Un altro dei temi centrali affrontati durante l’incontro riguarda la valutazione della pericolosità sismica. Conoscere dove i terremoti possono verificarsi e quali livelli di scuotimento potrebbero interessare una determinata area costituisce uno degli elementi essenziali della prevenzione. La pericolosità, tuttavia, rappresenta soltanto una delle componenti del rischio. Gli effetti di un terremoto dipendono infatti anche dalla vulnerabilità degli edifici, dalla densità della popolazione, dalla presenza di infrastrutture strategiche e dalle caratteristiche geologiche locali. La conoscenza del territorio assume quindi un ruolo decisivo. Le stesse onde sismiche possono produrre conseguenze molto differenti a seconda dei terreni attraversati e delle caratteristiche urbanistiche delle aree colpite. Per questo motivo il progresso scientifico degli ultimi decenni ha portato a un’analisi sempre più dettagliata delle condizioni locali, con studi dedicati agli effetti di amplificazione dello scuotimento e alla risposta sismica dei diversi contesti geologici.
Prevenzione strutturale, il nodo decisivo prima del terremoto
La capacità di monitorare con grande precisione un terremoto non elimina però il problema fondamentale rappresentato dalla vulnerabilità degli edifici. La prevenzione strutturale rimane uno dei principali strumenti attraverso cui è possibile ridurre concretamente le conseguenze di una futura emergenza. Il terremoto non può essere impedito, ma è possibile intervenire sulle costruzioni e sulle infrastrutture per renderle maggiormente resistenti allo scuotimento. È proprio in questa prospettiva che la memoria delle grandi sequenze sismiche italiane assume un valore particolarmente importante. Ricostruire gli effetti degli eventi del passato permette di comprendere quali siano state le principali criticità e quali interventi abbiano consentito di migliorare la sicurezza. Il cinquantesimo anniversario del terremoto friulano diventa quindi non soltanto un momento di commemorazione, ma soprattutto un’occasione per valutare quanto delle lezioni apprese sia stato realmente trasformato in prevenzione.
Terremoti, gli strumenti per valutare rapidamente i danni
Un’altra trasformazione significativa riguarda la capacità di ottenere rapidamente una prima valutazione degli effetti di un terremoto. Le moderne tecnologie consentono oggi di combinare informazioni provenienti dalle reti sismiche con dati territoriali, mappe di pericolosità, caratteristiche del patrimonio edilizio e distribuzione della popolazione. L’obiettivo è costruire nel minor tempo possibile un quadro preliminare delle aree potenzialmente più colpite. Queste informazioni possono diventare particolarmente importanti nelle prime fasi dell’emergenza, quando è necessario individuare le zone che potrebbero aver subito i danni maggiori e organizzare di conseguenza le attività di soccorso e ricognizione. Il progresso tecnologico permette quindi di trasformare i dati scientifici in uno strumento operativo destinato non soltanto ai ricercatori, ma anche alle strutture impegnate direttamente nella gestione dell’emergenza.
Una risposta più rapida, ma il rischio sismico resta una sfida complessa
Cinquant’anni di ricerca hanno profondamente modificato la capacità italiana di osservare e studiare i terremoti. Le reti sono diventate più capillari, i sistemi di elaborazione più veloci e i modelli scientifici più avanzati. Anche il coordinamento tra comunità scientifica e Protezione Civile è diventato sempre più articolato. Resta però centrale la necessità di distinguere tra capacità di monitorare un terremoto e capacità complessiva di ridurne le conseguenze. Un sistema scientificamente avanzato può determinare rapidamente le caratteristiche di un evento e fornire informazioni preziose sulle aree interessate, ma la sicurezza di una comunità dipende anche da fattori che devono essere affrontati molto prima che il terremoto avvenga. La qualità degli edifici, la pianificazione dell’emergenza, la conoscenza delle vulnerabilità locali e la preparazione della popolazione rappresentano componenti decisive della resilienza sismica.
Il confronto tra INGV, OGS e Protezione Civile
Il workshop del 22 settembre è stato organizzato nell’ambito della Convenzione tra INGV e OGS e ha rappresentato un momento di confronto tra i diversi soggetti che compongono il sistema scientifico e operativo italiano. La presenza della comunità scientifica, della Protezione Civile e dei Centri di Competenza ha permesso di analizzare l’intero percorso che conduce dall’osservazione del fenomeno sismico alla gestione concreta dell’emergenza. Il confronto ha riguardato le lezioni apprese dal terremoto del Friuli, gli strumenti tecnologici oggi disponibili e le fragilità che ancora caratterizzano la risposta alle emergenze. Il punto di partenza rimane un dato fondamentale: l’Italia è un territorio sismicamente attivo e la conoscenza degli eventi del passato costituisce uno degli strumenti principali per prepararsi a quelli futuri.
Il video di INGVterremoti con le riflessioni degli esperti
A completare il lavoro del workshop, INGVterremoti ha pubblicato anche un video dedicato all’incontro, nel quale vengono approfonditi i principali temi affrontati durante la giornata. Nel filmato intervengono alcuni degli organizzatori e dei protagonisti dell’iniziativa: Lucia Margheriti, Direttrice dell’Osservatorio Nazionale Terremoti dell’INGV; Francesca Pacor, Direttrice della Sezione di Milano dell’INGV; Matteo Picozzi, Direttore del Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS; e Giuliana Rossi, Dirigente di Ricerca dell’OGS. Nel video vengono sviluppate le principali domande che hanno accompagnato il workshop: cosa abbia rappresentato la sequenza sismica del Friuli del 1976 per la comunità scientifica, quanto quell’esperienza abbia inciso sull’evoluzione del monitoraggio sismico nazionale e quali strumenti siano oggi disponibili per la valutazione dei danni e per una risposta rapida durante un’emergenza. Il contributo video di INGVterremoti permette così di ripercorrere il significato scientifico e operativo del terremoto friulano e di confrontarlo con le capacità tecnologiche disponibili oggi.
