Una scossa di terremoto si è verificata alle 12:03 di oggi, domenica 27 settembre, davanti alla costa romagnola meridionale. I sismografi hanno registrato una scossa di magnitudo 3.2, con epicentro individuato in mare in corrispondenza della zona di Rimini. L’evento è stato molto superficiale, essendosi verificato ad una profondità di appena 7.5km. La scarsa profondità contribuisce a far percepire la scossa maggiormente in superficie. Non sono segnalati danni a persone o cose. L’evento, tuttavia, richiama l’attenzione su una caratteristica forse meno conosciuta della costa romagnola: il tratto di Adriatico compreso tra la Romagna e le Marche settentrionali possiede una storia sismica importante. I cataloghi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia documentano infatti, nei secoli, terremoti ben più energetici di quello odierno, alcuni dei quali hanno avuto proprio nel Riminese una delle aree maggiormente interessate.
Perché avvengono terremoti anche sotto il mare Adriatico
Quando si pensa ai terremoti in Italia, l’immaginario collettivo tende a concentrarsi soprattutto sulla dorsale appenninica. In realtà la deformazione della crosta terrestre non termina lungo la linea di costa. Le strutture geologiche proseguono nel sottosuolo e, in alcuni casi, sotto i fondali dell’Adriatico. L’Italia si trova in un contesto tettonico estremamente complesso, legato alla convergenza tra grandi placche e microplacche e alla lunga evoluzione geologica che ha costruito prima le Alpi e poi gli Appennini. La deformazione prodotta da questa dinamica viene assorbita attraverso numerosi sistemi di faglie e pieghe, alcuni dei quali interessano proprio il margine adriatico.
Il database DISS dell’INGV, dedicato alle sorgenti sismogenetiche italiane, censisce le strutture capaci di generare terremoti e permette di osservare come la sismicità italiana non coincida semplicemente con le aree montuose visibili in superficie. Una parte delle strutture potenzialmente sismogenetiche è infatti sepolta sotto spessi sedimenti oppure si sviluppa in mare. Questo aiuta a comprendere perché un terremoto possa avere il proprio epicentro davanti alle spiagge della Riviera romagnola, apparentemente lontano dalle zone che comunemente associamo ai grandi terremoti appenninici.
La storia sismica di Rimini racconta terremoti molto più forti
Rimini ha una storia sismica antica e documentata, nella quale compaiono eventi capaci di provocare danni anche importanti. Una ricostruzione utilizzata dalla Regione Emilia-Romagna, basata sui cataloghi sismologici, riporta tra gli eventi più significativi prossimi alla costa romagnola il terremoto del 14 aprile 1672, con magnitudo momento stimata Mw 5.59, quello del 25 dicembre 1786, Mw 5.66, quello della costa romagnola del 17 marzo 1875, Mw 5.74, e soprattutto i due grandi eventi riminesi del 17 maggio e 16 agosto 1916, entrambi stimati dal catalogo CPTI15 a Mw 5.82.
Il terremoto di Natale del 1786 che colpì Rimini
Uno degli episodi più importanti risale alla notte di Natale del 1786. Il terremoto del 25 dicembre è uno degli eventi storici di riferimento per comprendere la pericolosità sismica dell’area riminese. Il catalogo CPTI15 dell’INGV assegna all’evento una magnitudo momento Mw 5.66 ± 0.13 e un’intensità epicentrale pari all’VIII grado della scala MCS. Le osservazioni macrosismiche raccolte indicano effetti di VIII grado proprio a Rimini e in diverse località circostanti. Non si trattò quindi di una semplice scossa percepita dalla popolazione, ma di un terremoto capace di produrre effetti significativi sugli edifici dell’epoca. La memoria di quell’evento è sufficientemente importante da essere stata oggetto di specifici studi storici dell’INGV dedicati proprio al terremoto di Rimini e della costa romagnola del 25 dicembre 1786.
Il forte terremoto della costa romagnola del 1875
Quasi novant’anni dopo, il 17 marzo 1875, la regione fu interessata da un altro terremoto importante. Le ricostruzioni catalografiche attribuiscono all’evento della costa romagnola una magnitudo intorno a Mw 5.7 e un’intensità massima dell’VIII grado. L’INGV ricorda che il terremoto provocò danni importanti a Rimini, Cesenatico e Cervia, con effetti più contenuti nel Pesarese e nelle aree interne. Già la successione degli eventi del 1672, 1786 e 1875 mostra quindi come i terremoti forti non siano estranei alla storia di questo tratto della costa adriatica. Ma l’episodio che più di ogni altro caratterizza la memoria sismica moderna di Rimini sarebbe arrivato pochi decenni più tardi.
Il 1916, l’anno dei grandi terremoti riminesi
Il 1916 rappresenta una pagina fondamentale della storia sismica della Romagna. Non si verificò un unico terremoto isolato, bensì un periodo di attività complesso, scandito da diverse fasi. Secondo uno studio storico dell’INGV, il periodo sismico è descritto attraverso 39 scosse distribuite in tre diverse fasi di attività, con gli eventi maggiori capaci di raggiungere effetti macrosismici molto severi. Il primo terremoto particolarmente forte arrivò il 17 maggio 1916. Il catalogo CPTI15 gli attribuisce una magnitudo Mw 5.82 e un’intensità epicentrale dell’VIII grado. La documentazione storica mostra che la scossa provocò danni molto seri nell’area compresa tra Rimini e Pesaro e fu violentemente avvertita anche nella Repubblica di San Marino, dove si verificarono cadute di tegole e comignoli e lesioni ad alcuni edifici. Ma la crisi non era terminata.
Il 16 agosto 1916 una nuova fortissima scossa nel Riminese
Dopo settimane di attività, nell’agosto dello stesso anno la terra tornò a tremare con particolare intensità. Il 16 agosto 1916 si verificò un altro dei maggiori terremoti conosciuti della zona. Il catalogo INGV gli attribuisce Mw 5.82, con un’intensità epicentrale pari all’VIII grado e ben 257 punti di osservazione macrosismica utilizzati nella ricostruzione storica. Le fonti dell’epoca descrivono effetti estesi nel Riminese e nel Pesarese. Va inoltre considerato che gli edifici avevano già subito le sollecitazioni delle scosse precedenti, circostanza che rende complessa la separazione dei danni prodotti dai singoli eventi. Gli studi storici sottolineano infatti che una parte dei danni documentati nell’agosto 1916 deve essere interpretata come effetto cumulativo dell’intera sequenza.
La crisi fu articolata: il catalogo registra numerose scosse il 15 e 16 agosto, alcune delle quali con magnitudo stimata attorno o superiore a 5. Quella del 1916 rimane quindi una delle sequenze più importanti per comprendere che cosa possa significare, sul lungo periodo geologico, la sismicità del Riminese.
Da Rimini alle Marche, una fascia adriatica con una lunga storia sismica
Allargando lo sguardo verso sud emerge un quadro ancora più evidente. Un rapporto dell’INGV realizzato in occasione del terremoto della costa marchigiano-pesarese del 9 novembre 2022 evidenzia come i principali terremoti storici della fascia costiera siano concentrati soprattutto lungo il settore compreso tra Rimini e Ancona. Nell’area considerata dal rapporto risultano circa una ventina di terremoti storici con magnitudo superiore a 5.5. Tra gli eventi maggiori vengono ricordati proprio quelli riminesi del 1916 e il terremoto del 30 ottobre 1930, al largo dell’area di Falconara Marittima, stimato a Mw 5.8.
È quindi più corretto immaginare questa parte dell’Adriatico non come una superficie geologicamente immobile, ma come il margine di un sistema tettonico complesso nel quale la crosta continua lentamente a deformarsi.
