Toscana virus, il piccolo insetto che preoccupa gli esperti: i pappataci si diffondono anche al Nord Italia

Il flebotomo, poco conosciuto ma capace di trasmettere infezioni, sta ampliando la sua presenza in Italia. Gli esperti spiegano come riconoscerlo e come proteggersi dalle punture

Peloso, piccolo, silenzioso e apparentemente innocuo. Ma proprio per le sue caratteristiche il flebotomo, conosciuto comunemente come pappatacio, rappresenta un insetto da non sottovalutare. È infatti il vettore di importanti infezioni come la leishmaniosi e il Toscana virus, un patogeno tornato al centro dell’attenzione dopo la testimonianza social del cantautore Tommaso Paradiso, costretto ad annullare due appuntamenti estivi a causa della convalescenza dalla malattia. La crescente attenzione attorno al Toscana virus ha spinto gli esperti a ribadire un concetto fondamentale: a trasmettere questa infezione non sono le zanzare, come spesso si pensa, ma proprio i pappataci, insetti molto più piccoli e difficili da individuare.

Il Toscana virus non arriva dalle zanzare: il ruolo dei pappataci nella trasmissione

“E’ importante far capire alle persone che a trasmettere il patogeno non sono le zanzare, ma questi piccoli insetti comunemente detti pappataci”, ha spiegato all’Adnkronos Salute Sara Epis, professore associato di Parassitologia all’Università degli Studi di Milano e componente del direttivo della Società italiana di parassitologia. Le due specie di flebotomi maggiormente coinvolte nella trasmissione del virus sono le stesse responsabili anche della diffusione della Leishmania: Phlebotomus perniciosus e Phlebotomus perfiliewi. Si tratta, secondo l’esperta, delle specie “più diffuse” sul territorio italiano. Negli ultimi anni, inoltre, la distribuzione di questi insetti si è progressivamente ampliata. “Complici anche i cambiamenti climatici, negli ultimi anni i pappataci stanno ampliando progressivamente la loro distribuzione, e la loro presenza sembra ormai consolidarsi anche in diverse aree del Nord Italia”, ha evidenziato Epis.

Il virus chiamato Toscana circola in tutta Italia: nuovi casi anche al Nord

Nonostante il nome possa far pensare a un fenomeno esclusivamente regionale, il Toscana virus non è confinato alla Toscana. Il nome deriva dal fatto che il virus venne isolato per la prima volta proprio in questa regione, ma oggi la sua presenza è stata rilevata in diverse aree del Paese. “Si chiama Toscana virus perché è stato isolato in Toscana per la prima volta – chiarisce l’esperta – ma i dati anche dell’Istituto superiore di sanità (Iss) ci dicono che i casi non si rilevano solo in Toscana e in Emilia Romagna, le regioni in cui si concentra storicamente il maggior numero di notifiche, ma anche in altre regioni del Centro, del Sud e del Nord Italia”. Il fenomeno appare particolarmente evidente nelle aree settentrionali, dove fino a pochi anni fa il virus veniva diagnosticato meno frequentemente. “Il risultato è che adesso al Nord vediamo nuovi casi di Toscana virus. Anche la Lombardia ogni anno notifica infezioni, che prima invece non venivano diagnosticate”, ha aggiunto la docente.

Come avviene il contagio e perché l’uomo non è il principale serbatoio del virus

Il meccanismo di trasmissione è simile a quello di altre malattie veicolate da insetti: il pappatacio, pungendo un ospite infetto, può acquisire il patogeno e successivamente trasmetterlo attraverso una nuova puntura. Tuttavia, nel caso del Toscana virus, il ruolo dell’uomo nella catena di diffusione appare limitato. “Il pappatacio è il vettore dell’infezione, quindi pungendo trasmette il virus. Nell’uomo in realtà la viremia è molto bassa ed è difficile che il flebotomo pungendo una persona infetta poi riesca a trasmetterlo a un’altra”, ha spiegato Epis. “In altre parole, è improbabile che una persona infetta possa mantenere il virus in natura. Il serbatoio di questo microrganismo non è l’uomo. Il ruolo più importante nel mantenimento e nella circolazione del virus ce l’hanno i flebotomi”.

Resta ancora da chiarire se esistano altri serbatoi animali capaci di contribuire alla circolazione del virus, come avviene per altre infezioni trasmesse da vettori, ad esempio il West Nile virus, il cui principale serbatoio naturale sono gli uccelli. “Quello che ancora non si sa, e che si sta cercando di capire, è se ci sono degli altri serbatoi animali, come lo sono per esempio per il West Nile gli uccelli. Il Toscana virus è infatti ancora poco studiato e meriterebbe molta più attenzione visto che ci sono sempre più casi”, ha sottolineato la ricercatrice.

La ricerca sui flebotomi: sorveglianza in corso nelle aree del Nord Italia

Il gruppo di ricerca guidato da Sara Epis sta conducendo studi specifici per comprendere meglio la presenza e la diffusione del Toscana virus attraverso il monitoraggio dei flebotomi. “Noi – illustra – stiamo facendo campionamenti sui flebotomi in alcune aree periurbane del nord Italia che coincidono con le aree di lavoro sulla Leishmania, e cerchiamo anche il Toscana virus. Le raccolte sono in corso in questa fase”. Anche altri gruppi di ricerca impegnati nella sorveglianza entomologica hanno individuato segnali importanti. “Anche altri colleghi che lavorano nel Nord Italia, per esempio negli Istituti Zooprofilattici Sperimentali del Veneto e dell’Emilia-Romagna, nell’ambito delle attività di sorveglianza sui flebotomi hanno rilevato in alcuni pool la presenza del Toscana virus e di altri Phlebovirus trasmessi da questi insetti”.

Il pappatacio: piccolo, silenzioso e attivo soprattutto tra sera e notte

Uno degli elementi che rende il flebotomo particolarmente difficile da riconoscere è proprio la sua dimensione ridotta. Molto più piccolo di una zanzara, ha un colore chiaro e un volo quasi impercettibile. “Il problema del flebotomo è che è un insetto poco conosciuto perché si vede poco, è molto più piccolo di una zanzara, ha un colore chiaro, un volo estremamente silenzioso, da cui deriva anche il nome ‘pappatacio’, letteralmente ‘mangia e taci'”, ha spiegato Epis. Il nome deriva infatti dalla capacità dell’insetto di compiere il proprio pasto di sangue senza emettere il classico ronzio associato alle zanzare. Il pappatacio può colpire sia animali sia esseri umani e la prevenzione passa soprattutto dalla protezione dalle punture. “Il pappatacio compie il pasto di sangue sugli animali e sull’uomo e bisogna quindi proteggersi dalle punture utilizzando repellenti e, sulle finestre delle proprie abitazioni, zanzariere a maglie fini per impedire che questi insetti così piccoli entrino in casa”.

Dove e quando sono più attivi i pappataci

L’attività dei flebotomi segue principalmente le ore meno luminose della giornata. Il periodo di maggiore rischio si concentra infatti tra il tramonto e la notte. “Nel tardo pomeriggio e nelle ore notturne, fino alla mattina presto, si concentra la loro fascia d’attività”, ha spiegato l’esperta. La presenza degli insetti varia anche in base alla zona geografica. Nel Sud Italia, dove il clima più mite favorisce la loro sopravvivenza, possono essere presenti per gran parte dell’anno, fatta eccezione per i mesi più freddi. “Sebbene al Sud si possano trovare anche quasi tutto l’anno, tranne proprio nei mesi più freddi – al Centro e al Nord in particolare le stagioni di attività vanno indicativamente da maggio fino a settembre”.

Con temperature particolarmente elevate, la loro attività può prolungarsi ulteriormente. “Si possono spingere fino a ottobre solo se la stagione è molto calda, perché i flebotomi temono molto le temperature, per fortuna”. L’espansione dei pappataci in Italia e la crescente diffusione di infezioni come il Toscana virus confermano quindi l’importanza della sorveglianza scientifica e della prevenzione, soprattutto in un contesto climatico in rapida trasformazione.