Tsunami del 2011 in Giappone: svelato il mistero dell’ibridazione dei pesci dopo il disastro

Uno studio su Nature Ecology & Evolution rivela come due specie di pesci abbiano preservato la propria identità genetica in sole 10 generazioni dopo l'evento estremo.

L’impatto dei cambiamenti climatici e delle attività umane sugli ecosistemi altera continuamente gli habitat naturali, spingendo specie precedentemente separate a entrare in contatto diretto. Comprendere come i confini tra le diverse specie si mantengano di fronte a tali perturbazioni ambientali rappresenta una delle sfide più affascinanti della biologia evoluzionistica moderna. Quando i meccanismi di isolamento riproduttivo risultano incompleti, gli stravolgimenti ambientali portano spesso a un’estesa ibridazione, una fusione di patrimoni genetici che minaccia l’identità stessa degli animali coinvolti. Una ricerca rivoluzionaria ha ora documentato sul campo e in tempo reale le conseguenze di queste dinamiche. Seguendo una popolazione per 9 anni consecutivi in un ambiente sconvolto, gli scienziati hanno finalmente osservato con quale eccezionale rapidità la natura riesca a eliminare le sequenze genomiche estranee per ristabilire l’equilibrio originario delle specie.

Il disastro di Otsuchi e l’incontro forzato tra le due specie

Lo tsunami innescato dal grande terremoto in Giappone nel 2011 ha modificato drasticamente gli ambienti lungo la costa del Pacifico. La città di Otsuchi, nella prefettura di Iwate, è stata colpita da un’onda anomala che ha superato i 10 metri di altezza. La forza devastante dell’acqua e la successiva risacca hanno trascinato uno spinarello marino, il Gasterosteus nipponicus, dal mare verso l’entroterra, trasportando contemporaneamente una popolazione di spinarelli d’acqua dolce, il Gasterosteus aculeatus, dalle zone a monte verso il centro cittadino. Questo cataclisma ha fatto incontrare le due specie strettamente imparentate all’interno di habitat d’acqua dolce appena formati, innescando una massiccia ibridazione interspecifica.

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Credit: Chihiro Kinoshita, Takuya Hosoki

Il declino del genoma ibrido nel giro di 10 generazioni

Un ampio team di ricercatori di svariati istituti, tra cui l’Istituto Nazionale di Genetica, l’Università di Hokkaido e l’Università di Tokyo, ha monitorato questa popolazione ibrida per 9 anni. I dati raccolti nel 2012 indicavano che il 38% degli individui campionati era composto da ibridi. Negli anni successivi le regioni genomiche derivate dallo spinarello marino hanno registrato un declino rapidissimo in tutto il patrimonio genetico. Entro il 2020 la popolazione era tornata a una composizione quasi interamente associabile al Gasterosteus aculeatus. Considerando che il tempo di generazione di questa popolazione è di circa 1 anno, la maggior parte del genoma estraneo è stata spazzata via entro la 10ª generazione, un lasso temporale incredibilmente breve dal punto di vista evolutivo.

Le barriere riproduttive contro le incompatibilità genetiche

Lo studio ha analizzato le cause di questa purificazione genetica accelerata. Le regioni genomiche contenenti i principali loci di isolamento riproduttivo, associati all’adattamento all’acqua dolce, alla migrazione verso il mare, alla scelta del partner e alla sterilità dei maschi ibridi, hanno mostrato i cali più drastici. Questi elementi principali non bastavano per spiegare la totale rimozione su scala genomica osservata sul campo. Le simulazioni basate sui singoli individui hanno suggerito che numerose e deboli incompatibilità genetiche, distribuite ovunque nel genoma, hanno contribuito in modo determinante a questo risultato. Takuya Hosoki e Jun Kitano hanno sottolineato l’enorme sorpresa nel vedere le regioni legate alle principali barriere riproduttive epurate così velocemente, confermando l’importanza dell’azione combinata tra barriere forti e incompatibilità diffuse per proteggere l’integrità delle specie in natura.