A otto anni dall’introduzione del trattamento con osimertinib, i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (Nsclc) con mutazione Egfr continuano a mostrare un miglioramento significativo nel controllo della malattia e nella sopravvivenza, indipendentemente dalla sospensione della terapia. È il risultato aggiornato dello studio Adaura, presentato al Congresso mondiale sul tumore del polmone che si è svolto a Seoul, in Corea del Sud. Un risultato definito significativo per una patologia che rappresenta circa il 15% dei casi di tumore del polmone non a piccole cellule a livello globale e che conferma il ruolo sempre più centrale della medicina di precisione nella gestione dei pazienti oncologici. A commentare i nuovi dati è Antonio Passaro, direttore della Divisione di Oncologia toracica dell’Ieo-Istituto europeo di oncologia Irccs di Milano, che ha partecipato al congresso internazionale.
“A 8 anni dall’utilizzo di osimertinib i pazienti migliorano il controllo della patologia e la loro sopravvivenza, indipendentemente dalla sospensione del trattamento. Questo è qualcosa di significativo e importante per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (Nsclc) con mutazione Egfr, malattia che, a livello globale, interessa circa il 15% dei pazienti con Nsclc. È un passaggio importante: conferma che questa strategia continua a dare dei benefici che cercheremo chiaramente di traslare anche su altri sottogruppi con la patologia polmonare”, ha spiegato Passaro.
Tumore del polmone: la rivoluzione della medicina di precisione
Negli ultimi anni la gestione del tumore del polmone è profondamente cambiata grazie alla possibilità di analizzare le caratteristiche molecolari della malattia e individuare terapie sempre più mirate. “Negli ultimi 15 anni – spiega Passaro – la medicina di precisione ha cambiato in modo sostanziale la gestione del tumore del polmone e, per quanto riguarda il tumore del polmone non a piccole cellule in stadio precoce, non metastatico, sicuramente i progressi sono stati sostanziali e importanti”. Prima dell’avvento delle terapie target, dopo un intervento chirurgico radicale la strategia principale era rappresentata dalla chemioterapia adiuvante, cioè un trattamento somministrato dopo la chirurgia con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva e aumentare la possibilità di guarigione.
“Noi sappiamo che nel passato, dopo una chirurgia radicale, il trattamento chemioterapico è sempre stato alla base di quello che noi definiamo terapia adiuvante, cioè volta a ridurre la ricaduta e ad aumentare la percentuale di guarigione, quindi per aggiungere un miglioramento rispetto alla sola chirurgia. Ma sappiamo altresì che questo tipo di trattamento, quindi la chemioterapia con due farmaci, uno a base di platino e un farmaco di seconda generazione, ha pur sempre visto un limitato beneficio, più o meno di un 5-6%, nel lungo termine. Questo chiaramente è cambiato grazie alla medicina di precisione”, ha sottolineato l’oncologo. La svolta è arrivata con la possibilità di effettuare una vera e propria profilazione genetica e molecolare del tumore, capace di identificare alterazioni specifiche del Dna e dell’Rna della cellula tumorale.
Diagnosi molecolare e biomarcatori: così cambia la terapia oncologica
La moderna oncologia non si limita più soltanto all’osservazione delle caratteristiche microscopiche delle cellule tumorali, ma consente di individuare le alterazioni biologiche che guidano la crescita della malattia. “Oggi siamo in grado di creare una profilazione genetica e molecolare del tumore non a piccole cellule – chiarisce l’oncologo – I pazienti che ricevono un’adeguata diagnosi che hanno del tessuto considerato idoneo, ricevono non solo una diagnosi istopatologica – cioè guardiamo al microscopio grazie ai nostri patologi come sono fatte le cellule, che colorazioni hanno per dargli un nome e un cognome – ma fondamentalmente scendiamo in un’analisi di secondo livello per valutare le alterazioni patogenetiche del Dna e dell’Rna della malattia, che cioè si sviluppano nel tempo, che non sono alterazioni o mutazioni ereditarie”. Questo approccio permette di individuare i cosiddetti biomarcatori predittivi di risposta, elementi in grado di indicare quali pazienti possono beneficiare maggiormente di una determinata terapia.
“All’interno di queste analisi – precisa Passaro – abbiamo la possibilità di identificarne dei biomarcatori predittivi di risposta, cioè in grado di dirci che, andando a utilizzare una terapia molecolare mirata, possiamo ottenere dei vantaggi significativi non solo nella malattia metastatica, ma anche nella malattia early, quella da operare”. La scelta terapeutica, sottolinea l’esperto, deve essere valutata all’interno di un team multidisciplinare, coinvolgendo diverse figure specialistiche per definire il percorso più adeguato.
Studio Adaura, osimertinib apre una nuova era nelle terapie adiuvanti
Lo studio Adaura rappresenta uno dei lavori più importanti nello sviluppo delle terapie biologiche nel tumore del polmone in fase precoce. La ricerca ha coinvolto pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule radicalmente operato, successivamente candidati a ricevere una terapia biologica mirata. “Lo studio Adaura riguarda i pazienti con tumore del polmone radicalmente operato precedentemente dal chirurgo, che dopo la chirurgia sono stati candidati a ricevere una terapia biologica”, ha spiegato Passaro. Il trial ha rappresentato un punto di svolta perché, prima della sua pubblicazione, mancavano studi solidi sull’utilizzo delle terapie target in fase adiuvante, cioè dopo l’intervento chirurgico. “Il trial è stato il caposaldo di questo tipo di studi nel setting adiuvante – illustra l’oncologo – Prima di allora non avevamo studi con terapie biologiche, terapia target”. I pazienti coinvolti nello studio sono stati suddivisi in due gruppi: uno ha ricevuto osimertinib, un inibitore di Egfr di terza generazione, mentre l’altro ha ricevuto placebo dopo l’eventuale chemioterapia.
Osimertinib e tumore del polmone Egfr positivo: risultati confermati nel tempo
I primi risultati dello studio Adaura, pubblicati nel 2020, avevano già mostrato un vantaggio significativo per i pazienti trattati con osimertinib, con un importante aumento della sopravvivenza libera da malattia (Disease Free Survival, Dfs). “Nel 2020, i risultati hanno portato a una prima conferma che l’aggiunta del trattamento adiuvante con osimertinib era in grado di ritardare in modo significativo le progressioni, quella che in inglese chiamiamo disease free survival (Dfs), quindi il tempo libero da progressione”, ha ricordato Passaro. Un successivo aggiornamento dello studio aveva evidenziato anche un miglioramento della sopravvivenza globale, rafforzando il ruolo della terapia. “Nell’aggiornamento successivo, a circa 3 anni, l’utilizzo dell’osimertinib in questo setting era stato in grado anche di migliorare la sopravvivenza globale”. Ora, con i dati a otto anni, arriva un’ulteriore conferma dell’efficacia della strategia. “Oggi, a 8 anni, conclude, registriamo il risultato impressionante nel migliorano del controllo della patologia e della sopravvivenza”, ha concluso Antonio Passaro.
La sfida futura: estendere i risultati ad altri sottogruppi di pazienti
Il successo ottenuto nei pazienti con mutazione Egfr rappresenta un modello per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche personalizzate anche per altri sottogruppi di persone colpite dal carcinoma polmonare non a piccole cellule. La direzione della ricerca oncologica punta infatti a identificare sempre più precisamente le caratteristiche molecolari dei tumori, trasformando una diagnosi generale in un percorso terapeutico costruito sulle specificità biologiche della malattia. L’obiettivo, come sottolineato da Passaro, è quello di riuscire a trasferire i risultati ottenuti con osimertinib anche ad altre categorie di pazienti, ampliando ulteriormente le possibilità offerte dalla medicina oncologica di precisione.
