Alle 08:10 di venticinque anni fa, una fitta nebbia avvolgeva l’aeroporto di Milano-Linate. In quelle condizioni di visibilità ridotta, pochi secondi furono sufficienti per trasformare una normale mattina di voli in una delle più gravi tragedie della storia italiana. Sulla pista 36R si trovava un McDonnell Douglas MD-87 della Scandinavian Airlines (SAS), pronto al decollo con destinazione Copenaghen. Nello stesso momento, un piccolo Cessna Citation 525 aveva imboccato un raccordo aeroportuale che lo portò sulla pista principale. L’equipaggio del Cessna, proveniente da Bonn e diretto a Parigi, aveva a bordo soltanto 4 persone. La visibilità era di appena poche centinaia di metri. Il Cessna entrò sulla pista mentre l’MD-87 della SAS aveva già iniziato la corsa per il decollo. Il pilota dell’aereo di linea si trovò davanti il piccolo jet quando ormai era troppo tardi per evitare l’impatto.
Lo schianto
La collisione fu violentissima. L’MD-87 colpì il Cessna, che venne distrutto, e proseguì la sua corsa fino a schiantarsi contro un edificio utilizzato per lo smistamento dei bagagli. L’incendio che seguì rese ancora più drammatiche le operazioni di soccorso: nessuna delle persone a bordo dei 2 velivoli sopravvisse. Morirono inoltre 4 lavoratori che si trovavano all’interno dell’edificio colpito dall’aereo. Il bilancio complessivo fu di 118 vittime. Il disastro di Linate sarebbe diventato il più grave incidente dell’aviazione civile italiana e uno dei più gravi incidenti dovuti a una collisione al suolo nella storia dell’aviazione.
Una tragedia fatta di errori e carenze
Le indagini mostrarono che non si era trattato semplicemente di una fatalità provocata dalla nebbia. La dinamica dell’incidente mise in luce una serie di problemi nelle procedure e nei sistemi di sicurezza dell’aeroporto. Il Cessna aveva imboccato il raccordo R6, invece di seguire il percorso indicato dalla torre di controllo. In condizioni normali, la segnaletica e le comunicazioni avrebbero dovuto consentire di individuare l’errore. Quel giorno, però, la visibilità estremamente ridotta rendeva particolarmente difficile orientarsi.
A complicare ulteriormente la situazione c’era l’assenza di un elemento fondamentale per controllare i movimenti degli aerei a terra: il radar di superficie non era operativo. La vicenda mise così in evidenza quanto la sicurezza aeroportuale dipenda non da un unico dispositivo o da una singola persona, ma dalla capacità di tutti i sistemi di funzionare insieme. L’inchiesta tecnica dell’allora Agenzia nazionale per la sicurezza del volo (ANSV) ricostruì nei dettagli la collisione tra il Boeing – nella denominazione tecnica della relazione, un MD-87 – e il Cessna 525-A avvenuta l’8 ottobre 2001.
Dopo Linate
La tragedia ebbe conseguenze che andarono oltre il dolore delle famiglie. L’incidente aprì un ampio dibattito sulla sicurezza degli aeroporti italiani, sulle procedure di movimento al suolo, sulla segnaletica e sull’importanza dei sistemi tecnologici di controllo. Il Parlamento avviò un’indagine conoscitiva sulla sicurezza del trasporto aereo, sottolineando come il disastro avesse evidenziato diverse criticità operative e organizzative. La lezione di Linate fu drammatica ma fondamentale: anche quando un aereo è ancora a terra, la sicurezza richiede la stessa precisione necessaria durante il volo. Un errore di comunicazione, una segnaletica insufficiente, una visibilità quasi nulla o un sistema non disponibile possono trasformare una situazione ordinaria in una catastrofe.
