Dai terremoti alle grandinate, misurare la furia della natura è da sempre una necessità per comprendere e prevenire i rischi. Ma come fare quando si parla di eventi accaduti secoli fa, privi di misurazioni scientifiche moderne? A colmare questo vuoto ci pensa la scala FLOSEV, un nuovo strumento messo a punto dal Politecnico di Torino che permette di classificare le grandi alluvioni storiche non in base alla loro magnitudo idrologica, ma attraverso i reali impatti sul territorio, i danni e le vittime. Questa metodologia consente di analizzare eventi di epoche diverse uniformandone i criteri di valutazione. Dalle tragedie più note come il Vajont a eventi drammatici ma meno impressi nella memoria collettiva, la nuova scala punta a valorizzare le fonti storiche per migliorare la consapevolezza e la gestione del rischio idrogeologico futuro.
Lo studio
Come valutare la gravità di un evento naturale? Per i terremoti esiste la scala Mercalli; per le grandinate esiste la meno nota scala TORRO. Ora, per le grandi alluvioni storiche, arriva la scala FLOSEV, che aiuta a comprenderne la severità. A presentare questa scala è lo studio del Politecnico di Torino pubblicato sulla rivista Natural Hazards, che propone di classificare le alluvioni in base al loro impatto: da qui il nome FLOSEV, che unisce i termini inglesi FLOods (alluvioni) e SEVerity (severità). Lo studio è presentato dal professor Pierluigi Claps del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture-DIATI, insieme ad Alessandro Giacalone, laureato in Matematica per l’Ingegneria al Politecnico, Anna D’Andrilli, dottoranda in Ingegneria Civile e Ambientale e alla ricercatrice DIATI Paola Mazzoglio.
La scala FLOSEV
Questo approccio non considera la magnitudo degli eventi, che dovrebbe basarsi su misurazioni idrologiche spesso non disponibili o molto difficili da ricostruire, ma i loro effetti e i danni causati, consentendo di confrontare tra loro l’entità di eventi verificatisi in epoche molto diverse, contribuendo a valorizzare l’informazione storica e la consapevolezza di quello che potrebbe accadere in zone già colpite da alluvioni in epoche lontane.
La scala è stata, infatti, sviluppata e calibrata sulla base degli eventi censiti in AVI, il database della Aree Vulnerate Italiane, che raccoglie informazioni su oltre un secolo di alluvioni in Italia, ma è pensata per essere applicabile ovunque siano disponibili testimonianze comparabili degli impatti. Il database è stato costruito attraverso la raccolta, l’analisi e la sintesi di articoli di giornale, cronache locali e resoconti tecnici: fonti che spesso costituiscono l’unica documentazione degli effetti delle alluvioni precedenti alla diffusione degli strumenti di monitoraggio.
In prospettiva, l’intelligenza artificiale potrebbe accelerare il recupero di queste informazioni attraverso tecniche automatiche di analisi del testo, facilitando l’estrazione di dati da fonti eterogenee e contribuendo alla costruzione di banche dati sempre più ricche e dettagliate sugli effetti delle alluvioni.
Cinque livelli di severità
Gli eventi di piena sono classificati in cinque livelli: per raggiungere un determinato livello, ogni evento deve soddisfare almeno due criteri di severità su tre, basati sul numero di vittime, l’entità dei danni a beni e infrastrutture e la vastità delle aree colpite (espressa in numero di municipalità coinvolte). Tra gli eventi analizzati del secolo scorso, due hanno raggiunto il livello 5, il più elevato: il disastro del Vajont del 1963 e l’alluvione di Salerno e della Costiera Amalfitana del 1954. La minore notorietà di quest’ultima mostra come la scala FLOSEV possa contribuire a riportare l’attenzione su eventi di grande impatto meno presenti nella memoria collettiva, rafforzando la consapevolezza dei rischi alluvionali.
La scala permette di classificare e confrontare alluvioni di epoche diverse e potrà essere applicata anche agli eventi futuri, una volta documentati i loro effetti. Non richiede infatti misurazioni idrologiche strumentali, spesso assenti per gli eventi più antichi, ma informazioni sulle vittime, sui danni materiali e sulle località colpite, ottenibili anche da notiziari e articoli di giornale.
Come è nato il modello
Quella che ha condotto alla definizione di questo modello è un’iniziativa di ricerca che ha anche una peculiarità del tutto particolare: la giovanissima età di uno degli autori, Alessandro Giacalone, classe 2005. L’articolo è infatti frutto di un progetto di ricerca svolto nell’ambito dell’Early Research Honors School (ERHS), il programma di eccellenza del Politecnico di Torino all’interno dei percorsi di didattica esperienziale e partecipata PoliTO+, che prevede borse di studio per sostenere gli studenti e le studentesse altamente meritevoli che vogliono dedicarsi alla ricerca scientifica fin dal primo anno della laurea triennale. Alessandro Giacalonesi è aggiudicato la borsa per il progetto proposto dal professor Claps nell’anno accademico 2023/2024, contemporaneamente all’iscrizione al primo anno del corso di laurea in Matematica per l’Ingegneria.
“Ci auguriamo che la diffusione della scala proposta in questa ricerca possa rappresentare un incentivo ad arricchire le raccolte di dati storici di alluvioni, non solo in Italia, dati fondamentali per descrivere la pericolosità da alluvione. Il fatto che la valorizzazione di alluvioni antiche sia il anche frutto del lavoro di un giovanissimo studioso, diventato ingegnere mentre collaborava alla ricerca, ci riempie di soddisfazione e rafforza l’importanza del programma ERHS di valorizzazione dei talenti neo-iscritti al Politecnico di Torino”, conclude il professor Pierluigi Claps.
