Arabia Verde, c’era l’acqua ma mancava la pietra: ecco perché i primi umani non hanno colonizzato il deserto arabo

Uno studio su Nature rivela che i laghi pleistocenici non bastarono a colonizzare il Rub' al Khali a causa della totale assenza di rocce scheggiabili per fabbricare utensili

La comprensione delle antiche rotte migratorie della nostra specie si arricchisce di un tassello fondamentale grazie a uno studio scientifico appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature da un team internazionale guidato da Rudolf W. Dellmour e Jeffrey I. Rose. Per decenni la comunità scientifica ha interpretato i movimenti dei primi gruppi di Homo sapiens e dei loro contemporanei attraverso la lente quasi esclusiva del paleoclima, ipotizzando che la formazione di corridoi umidi e la comparsa di bacini idrici nell’arida cintura sahariano-arabica costituissero la condizione necessaria e sufficiente per l’insediamento umano.

La nuova indagine ribalta questa prospettiva tradizionale dimostrando che il fenomeno della cosiddetta Arabia Verde non trasformò l’intero territorio in un habitat accogliente. L’analisi sul campo e le modellazioni computazionali rivelano che la disponibilità di materia prima litica adatta alla scheggiatura ha agito come fattore limitante indipendente, smentendo l’assunto che la presenza di acqua dolce governasse da sola la geografia del popolamento preistorico.

Laghi d’acqua dolce senza alcuna traccia umana: la spedizione nel Rub’ al Khali

Per verificare la reale abitabilità delle zone interne, i ricercatori hanno condotto una ricognizione geoarcheologica sistematica lungo un percorso di circa millecinquecento chilometri attraverso il deserto del Rub’ al Khali, il più esteso mare di sabbia continuo del pianeta. Durante il Pleistocene, le oscillazioni orbitali intensificarono i monsoni dell’Oceano Indiano, innalzando le falde freatiche e generando una fitta rete di bacini lacustri, in particolare durante il Marine Isotope Stage 5, un intervallo compreso tra circa centoventiduemila e sessantasettemila anni fa. Lungo il transetto sono state esaminate centoventicinque località, e ben cinquantacinque di queste hanno restituito depositi sedimentari di antichi paleolaghi caratterizzati da piattaforme carbonatiche, microbiliti dolomitiche e ricche associazioni di molluschi d’acqua dolce come Melanoides tuberculata e Corbicula fluminalis, oltre a frammenti di guscio d’uovo di struzzo.

Nonostante le condizioni ambientali favorevoli e una visibilità del suolo superiore al novantacinque per cento sulle superfici deflazionate tra le dune, gli studiosi non hanno rinvenuto un singolo manufatto in pietra né tracce di occupazione umana. Questo vuoto archeologico totale non può essere spiegato con un deficit di campionamento o con la distruzione dei reperti, poiché resti organici millimetrici e minuscole conchiglie si sono conservati perfettamente. Inoltre, lungo i margini montuosi e costieri del deserto, siti coevi documentano una fiorente presenza di popolazioni del Paleolitico medio. La totale assenza umana nel cuore del bacino è coincisa invece con un’altra costante geologica: l’assoluta mancanza di affioramenti rocciosi utilizzabili per produrre strumenti.

La geologia che intrappola: l’assoluta carenza di rocce con frattura concoide

Il vero ostacolo all’espansione dei cacciatori-raccoglitori nel deserto è stata la natura geologica del sottosuolo. Il bacino centrale del Rub’ al Khali è formato quasi esclusivamente da spessi depositi evaporitici, carbonatici e sabbiosi risalenti al Miocene e al Quaternario, mentre le formazioni calcaree contenenti selce e noduli silicei risultano sepolte a grande profondità. Nelle pietre del bacino mancava del tutto la tipica frattura concoide, proprietà fisica indispensabile che permette a minerali come quarzite, diaspro e calcedonio di produrre bordi taglienti e controllati sotto l’impatto del percussore. Su centoventicinque siti analizzati, rocce adatte alla scheggiatura sono state individuate appena in dieci località, tutte concentrate ai margini estremi della depressione sabbiosa.

Un ulteriore elemento cruciale evidenziato dallo studio riguarda la dinamica idrologica di quegli antichi corpi idrici. I laghi del Rub’ al Khali non erano alimentati da fiumi o torrenti montani capaci di trasportare ghiaie alluvionali e ciottoli silicei dalle catene montuose, bensì da falde acquifere sotterranee artesiane che risalivano in superficie creando specchi d’acqua limpidi ma completamente privi di apporti detritici grossolani. Gli insediamenti umani non potevano fare affidamento su utensili deperibili in osso o legno senza disporre parallelamente di strumenti litici per la loro fabbricazione e manutenzione, processi che avrebbero inevitabilmente lasciato scarti di lavorazione sul terreno.

Il modello a doppia risorsa e il concetto di arcipelago litico

Per quantificare questo vincolo a livello continentale, il gruppo di ricerca ha sviluppato un innovativo modello a doppia risorsa applicato all’intera Penisola Arabica, incrociando i dati idrologici dei fiumi fossili con le carte geologiche delle formazioni rocciose superficiali. I risultati mostrano che il cinquantasette per cento del territorio teoricamente accessibile per vicinanza all’acqua dolce si trova su substrati geologici completamente sprovvisti di materia prima litica adatta alla scheggiatura. L’integrazione della variabile litica nei modelli predittivi ha incrementato la capacità di discriminare la reale localizzazione dei 363 siti paleolitici documentati nella penisola, aumentando l’accuratezza statistica da un valore di area sotto la curva di 0,695 a 0,768.

I gruppi umani dell’epoca facevano largo impiego della tecnologia Levallois, una strategia di riduzione del nucleo altamente sofisticata che consentiva di predeterminare la forma delle schegge ma comportava un consumo volumetrico enorme di roccia madre. Sebbene tali comunità fossero in grado di trasportare piccoli manufatti su lunghe distanze, l’approvvigionamento quotidiano per la sussistenza dipendeva quasi totalmente da giacimenti situati entro un raggio di cinque chilometri, diventando insostenibile oltre i venti o trenta chilometri. Trovandosi a più di duecento chilometri dai primi affioramenti utili, il deserto lacustre si è rivelato un vicolo cieco inabitabile su base permanente. La geografia umana del Pleistocene non assomigliava quindi a una distesa uniforme e colonizzabile, ma a un vero e proprio arcipelago litico, in cui le comunità rimasero legate come a un’ancora a quelle ristrette isole territoriali dove l’acqua dolce e la roccia scheggiabile coesistevano contemporaneamente.

Una nuova regola ecologica per comprendere l’espansione umana globale

I risultati ottenuti nella Penisola Arabica non costituiscono un’eccezione locale ma evidenziano un principio universale che ha condizionato i movimenti preistorici in molteplici quadranti del globo. Fenomeni convergenti di ancoraggio geologico sono stati individuati nell’altopiano del Messak in Libia, dove la quasi totalità dei siti paleolitici si concentra lungo affioramenti di quarzoarenite ignorando pianure allagate vicine, ma anche nelle regioni del Nilo egiziano, in Sudafrica, sull’Altopiano Tibetano e nei primi accampamenti della cultura Clovis nel Nord America. In tutti questi scenari, le scelte di insediamento sono state modellate dalla concentrazione delle fonti di pietra tanto quanto dai bisogni nutrizionali o idrici.

L’indagine scientifica impone una revisione strutturale dei modelli migratori finora elaborati per le prime dispersioni umane. Sovrapporre semplicemente le precipitazioni monsoniche e la presenza di laghi a una mappa geografica ha portato a sovrastimare sistematicamente l’areale effettivo a disposizione dei nostri antenati nelle zone aride. Il popolamento preistorico è stato un fenomeno discontinuo e frammentato, in cui la barriera geologica della litologia ha tracciato confini invisibili ma invalicabili, separando popolazioni e rallentando la colonizzazione dei continenti ogni volta che la pietra non assecondava la presenza dell’acqua.