Christa Pike sopravvive a due dosi letali di pentobarbital: esecuzione fallita in Tennessee

La 50enne, unica donna condannata a morte nello Stato in oltre 200 anni, sarebbe sopravvissuta a due somministrazioni del farmaco durante una procedura durata quasi due ore. Ora è ricoverata in ospedale. Il medico Giorgio Sesti: possibili problemi di dosaggio, somministrazione o conservazione del pentobarbital

Una procedura destinata a concludersi con la morte della condannata si è trasformata in un caso destinato a sollevare interrogativi profondi negli Stati Uniti. Christa Pike, unica donna condannata a morte nel Tennessee in oltre 200 anni, è sopravvissuta a due dosi letali di pentobarbital somministrate durante l’esecuzione. A riferirlo sono giornalisti che hanno assistito direttamente alla procedura. Dopo il tentativo fallito, gli avvocati di Pike hanno presentato un’istanza d’urgenza per fermare l’esecuzione. Le condizioni cliniche della donna non sono state rese note e, nelle prime ore successive a quanto accaduto, non era stato chiarito neppure se fosse ancora in vita. Successivamente i suoi legali hanno riferito che la 50enne è stata sottoposta a cure in un ospedale nelle vicinanze. La procedura, secondo le testimonianze raccolte, si è protratta molto più a lungo del previsto. L’esecuzione sarebbe durata infatti dalle 19 alle 20:56 ora locale, quasi due ore durante le quali la condannata avrebbe continuato a mostrare segni di coscienza e attività fisica anche dopo l’avvio della somministrazione del farmaco.

I testimoni: Pike sveglia, parlava e cantava dopo la prima dose

Le ricostruzioni dei giornalisti presenti descrivono una situazione eccezionale rispetto alla finalità stessa del protocollo di esecuzione. Pike, riferiscono i testimoni, “è rimasta sveglia, ha parlato e cantato con la sua guida spirituale dopo l’inizio della somministrazione del farmaco e, dopo la prima dose, ha continuato a muoversi e a respirare in modo udibile”. Un quadro che ha alimentato immediatamente interrogativi sulla somministrazione del pentobarbital, sull’effettiva quantità di sostanza entrata in circolo e sull’intero funzionamento della procedura prevista dal Tennessee per le esecuzioni capitali. Christa Pike è nel braccio della morte del Tennessee dal marzo 1996. Il caso della sua esecuzione fallita ha però aperto una nuova fase giudiziaria e medica, con l’intervento immediato dei suoi avvocati e con il successivo ricovero della donna.

Gli avvocati: “il Tennessee non è riuscito a portare a termine un’esecuzione legale”

Secondo quanto dichiarato dai legali della condannata, lo Stato del Tennessee “non è riuscito a portare a termine un’esecuzione legale” e la 50enne, condannata per omicidio, “è sottoposta a cure in un ospedale nelle vicinanze”. Gli avvocati hanno sostenuto che i problemi verificatisi nel corso della procedura confermerebbero timori già manifestati da Pike prima dell’esecuzione. In una nota hanno affermato che “le preoccupazioni espresse dalla signora Pike si sono rivelate fondate: difficoltà nel trovare una vena, vene collassate, pentobarbital deteriorato, nessuna assistenza medica d’emergenza disponibile quando inevitabilmente qualcosa va storto, il tutto nell’ambito di un protocollo che continua a essere avvolto nel segreto”. Non sono note, al momento, le condizioni cliniche di Christa Pike. Il ricovero in ospedale rappresenta tuttavia uno degli elementi centrali del caso, insieme alla verifica delle modalità con cui il farmaco è stato preparato e somministrato.

Il pentobarbital e le possibili cause dell’esecuzione fallita

Sul caso è intervenuto Giorgio Sesti, docente di Medicina interna all’università Sapienza di Roma, che ha analizzato dal punto di vista medico le possibili ragioni della sopravvivenza di Pike dopo le due somministrazioni. La vicenda di Christa Pike, ha spiegato Sesti all’Adnkronos Salute, “è un dramma incredibile che da cattolico faccio molta difficoltà a comprendere e che, a mio avviso si configura come tortura”. Il punto centrale riguarda naturalmente l’efficacia del pentobarbital, barbiturico utilizzato in diversi Stati americani nelle procedure di esecuzione capitale. Sul piano medico, ha proseguito Sesti, per quanto riguarda “la domanda che tutti si fanno, ovvero, ‘come è stato possibile che la donna sia sopravvissuta’? Le ipotesi che possiamo fare sono tre”. Secondo il docente, le spiegazioni possibili riguarderebbero innanzitutto la quantità di farmaco somministrata, quindi le modalità con cui il pentobarbital sarebbe entrato nel sistema circolatorio e infine lo stato di conservazione della sostanza stessa.

Sesti: possibile una dose insufficiente o una somministrazione fuori vena

Sesti ha ricordato che in numerosi Stati americani nei quali è prevista la pena capitale viene utilizzato proprio il pentobarbital in quantità letali. “In molti Stati Usa dove è prevista la pena di morte si utilizza il pentobarbital a dosi tossiche letali. Se in questo caso non ha prodotto il tragico risultato è perché, come prima ipotesi non è stato somministrata la quantità adeguata del farmaco. Altra possibilità una somministrazione inadeguata, nel senso che chi ha fatto l’iniezione magari aveva difficoltà a un accesso, quindi si può pensare che la sostanza sia andata fuori vena quindi ha perso efficacia. La terza ipotesi riguarda la gestione del farmaco, sia che fosse degradato, scaduto, oppure mal conservato. Quindi probabilmente c’è stata una sottovalutazione, per non dire negligenza. Anche perché questa terribile procedura dovrebbe essere più rispettosa possibile, dovrebbe evitare agonie o sofferenze. In questo caso ha creato una sofferenza maggiore che sconfina a mio avviso nella tortura proprio vera e propria”. Le tre ipotesi indicate riguardano quindi una possibile quantità insufficiente di pentobarbital, un problema durante l’accesso venoso che avrebbe impedito al farmaco di raggiungere correttamente il circolo sanguigno oppure un deterioramento della sostanza dovuto a scadenza o cattiva conservazione. Le difficoltà nel trovare una vena e la possibilità di vene collassate erano state indicate anche dagli avvocati della donna tra i problemi verificatisi durante la procedura.

L’intossicazione da barbiturici e gli effetti sull’organismo

Il professore ha spiegato anche cosa potrebbe essere accaduto all’organismo della 50enne nel momento in cui il pentobarbital ha iniziato ad agire senza però produrre l’esito letale previsto dalla procedura. Ciò che è accaduto a Christa Pike sul piano medico, ha osservato Sesti, “è quello che succede nei casi di suicidio in cui si prendono i barbiturici. E avvenuta praticamente un’intossicazione da barbiturico, che dà uno stato di grande di torpore, sopore, perdita di coscienza, fino ad arrivare al coma. E’ tipico dei casi di suicidio con sostanze: uno degli avvelenamenti autoindotti più pericolosi e gravi”. Il pentobarbital appartiene infatti alla famiglia dei barbiturici e, a dosaggi elevati, può provocare una progressiva depressione delle funzioni del sistema nervoso centrale. Nella ricostruzione fornita da Sesti, quanto accaduto durante l’esecuzione avrebbe quindi determinato un’intossicazione senza produrre, almeno durante la procedura descritta dai testimoni, l’effetto letale previsto.

Christa Pike ricoverata dopo quasi due ore di esecuzione

Resta adesso centrale il quadro sanitario della donna. Dopo una procedura iniziata alle 19 e terminata alle 20:56 ora locale, Christa Pike è stata trasferita in un ospedale nelle vicinanze, secondo quanto riferito dai suoi avvocati. Le testimonianze secondo cui sarebbe rimasta cosciente, avrebbe parlato e cantato con la propria guida spirituale e avrebbe continuato a muoversi e respirare dopo la prima dose di pentobarbital costituiscono uno degli aspetti più rilevanti dell’intera vicenda. Alla complessità medica si aggiunge quella giudiziaria. I legali della donna hanno infatti presentato un’istanza d’urgenza per fermare l’esecuzione, sostenendo che i problemi emersi durante la procedura avrebbero confermato i timori già manifestati rispetto al protocollo adottato dal Tennessee. Christa Pike, nel braccio della morte dal marzo 1996, si trova così al centro di un caso eccezionale: un’esecuzione mediante pentobarbital non conclusa dopo due somministrazioni che avrebbero dovuto essere letali, un ricovero ospedaliero e interrogativi ancora aperti sulle modalità di somministrazione del farmaco e sulle sue condizioni di salute.