Circa 20.000 anni fa, un’immensa piattaforma di ghiaccio galleggiante, spessa oltre 1,6 chilometri, contribuì a trattenere tre delle più grandi calotte glaciali nel Canada settentrionale e in Groenlandia. Quando tale piattaforma scomparve, parte di queste calotte glaciali si liberò, provocando un innalzamento del livello del mare di decine di metri e delineando le linee costiere che conosciamo oggi. È quanto emerge da un nuovo studio che ha portato alla luce le tracce di un’antica piattaforma di ghiaccio nella baia di Baffin, a ovest della Groenlandia. Le dimensioni e la portata di questa sorta di “fortezza” di ghiaccio galleggiante non erano note in precedenza; la scoperta offre indizi preziosi sul futuro delle attuali, imponenti calotte glaciali dell’Antartide e sul possibile innalzamento del livello del mare che potrebbe verificarsi in caso di loro scioglimento.
“Queste calotte glaciali sono come cattedrali gotiche: una struttura imponente e slanciata, sostenuta da archi rampanti costituiti da piattaforme di ghiaccio galleggianti. Tali strutture impediscono al ghiaccio presente sulla terraferma di scivolare nell’oceano, contribuendo così a contenere l’innalzamento del livello del mare”, spiega Robert Hatfield, professore associato di geologia presso l’Università della Florida e coautore dello studio. “Una delle maggiori preoccupazioni riguardo all’Antartide, al momento, è la velocità con cui il ghiaccio terrestre potrebbe riversarsi nell’oceano una volta venuto meno questo effetto di sostegno”.
Hatfield e i suoi collaboratori – provenienti dalla University of North Carolina Wilmington, dalla Columbia University e da altri quattro istituti di ricerca – hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista Nature Geoscience.
Indizi sui fondali marini rivelano una piattaforma di ghiaccio spessa 1,6 chilometri
L’obiettivo iniziale degli scienziati non era quello di scoprire una piattaforma di ghiaccio spessa 1,6 chilometri. Il team aveva intrapreso una spedizione di ricerca durata cinque settimane nella baia di Baffin, con lo scopo di prelevare carote di sedimento per ricostruire i fattori che destabilizzarono la calotta glaciale della Groenlandia al termine dell’ultima era glaciale. Grazie alla mappatura sonar del fondale marino, è emersa la prova evidente di una vasta piattaforma glaciale che occupava l’intera baia, trattenendo non solo il margine della calotta glaciale groenlandese a est, ma anche la calotta glaciale Innuitiana a nord e quella Laurentide a ovest.
“Ciò che ci ha davvero sorpreso è che questa prova si trovasse a oltre 1,6 chilometri di profondità nell’oceano. Si tratta di uno spessore di almeno 0,8 chilometri superiore a quello di qualsiasi altra piattaforma glaciale nota nell’emisfero settentrionale”, ha affermato Hatfield. “Il ghiaccio non tende a scorrere sott’acqua; tende a galleggiare. Questo la dice lunga su quanto sia diventata spessa quella piattaforma glaciale”.

Una piattaforma delle dimensioni di quelle antartiche, scomparsa nel giro di secoli
I carotaggi dei sedimenti prelevati in tutta la baia suggeriscono che questa piattaforma glaciale galleggiante – paragonabile per dimensioni ad alcune delle principali piattaforme glaciali presenti oggi in Antartide – sia scomparsa nell’arco di 500-1000 anni, consentendo ai grandi ghiacciai sulla terraferma di scorrere più rapidamente verso il mare, sciogliersi e far innalzare il livello degli oceani. “È uno degli aspetti più allarmanti, che non ci aspettavamo: una piattaforma glaciale delle dimensioni di quelle antartiche può scomparire completamente nel giro di pochi secoli”, ha osservato Hatfield.
Nuovi dati per previsioni più accurate
Secondo Hatfield, grazie a queste nuove scoperte sulla fine dell’ultima era glaciale, gli scienziati che si occupano di modellare le piattaforme glaciali e i ghiacciai – sia del passato che del presente – dispongono ora di nuovi dati su cui lavorare. Ciò potrebbe portare a previsioni più accurate sulla velocità con cui i ghiacciai antartici potrebbero sciogliersi, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Lo studio dimostra, inoltre, come seguire prove inattese possa rivelare scenari del tutto nuovi sul passato del nostro pianeta. “Non eravamo partiti con l’obiettivo di cercare una piattaforma glaciale così grande”, ha detto Hatfield. “È questo il bello della scienza, no? Parti per cercare una cosa e ti ritrovi davanti una serie di interrogativi del tutto nuovi”.
