di Mario Pileggi, geologo, Consiglio Nazionale Amici della Terra APS – La Calabria continua a consumare suolo. Meno di molte altre regioni italiane, ma questo non significa necessariamente che il suo territorio sia meno vulnerabile. In una regione dove montagne, versanti instabili, fiumare, pianure alluvionali e coste convivono in spazi relativamente ristretti, il problema non è soltanto misurare quanto terreno viene occupato da edifici, strade e infrastrutture. È soprattutto capire dove avvengono queste trasformazioni e quali conseguenze possono produrre.
È questo uno degli aspetti sui quali invita a riflettere il nuovo Rapporto ISPRA-SNPA Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio, edizione 2026, che offre un quadro aggiornato al 2025 delle trasformazioni territoriali italiane. A livello nazionale sono stati consumati 102,4 chilometri quadrati di nuovo suolo in un anno, con un incremento del 22,4% rispetto al 2024. Significa oltre tre metri quadrati al secondo, mentre le superfici artificializzate raggiungono ormai il 7,19% del territorio italiano. Numeri che confermano la persistenza di un fenomeno particolarmente preoccupante, non soltanto per la perdita di una risorsa naturale sostanzialmente non rinnovabile, ma anche per gli effetti sulla circolazione delle acque, sugli ecosistemi e sulla sicurezza delle popolazioni.
Calabria, i numeri delle cinque province
Secondo il Rapporto, nel 2025 il suolo consumato in Calabria ha raggiunto 77.118 ettari, pari al 5,11% del territorio regionale. Nei dodici mesi considerati, le nuove trasformazioni hanno interessato altri 178 ettari. Il dato percentuale regionale rimane inferiore alla media italiana, ma presenta differenze significative tra le cinque province. Cosenza registra la maggiore estensione assoluta di suolo consumato, con 29.535 ettari, e anche l’incremento annuale più consistente: 110 ettari, oltre il 60% del nuovo consumo regionale. Seguono Reggio Calabria, con 18.530 ettari complessivi e 27 ettari di nuovo consumo, e Catanzaro, con 15.749 ettari e un incremento di 17 ettari. Quest’ultima provincia presenta tuttavia la percentuale più elevata di territorio artificializzato, pari al 6,58%. Vibo Valentia raggiunge 6.708 ettari di suolo consumato, con 12 ettari aggiuntivi, mentre Crotone si attesta a 6.596 ettari, con un incremento di 11 ettari. Sono valori che devono essere interpretati considerando la diversa estensione delle province e, soprattutto, le caratteristiche dei territori interessati.
Un ettaro di suolo trasformato in una pianura alluvionale, in prossimità di un corso d’acqua o in un’area geomorfologicamente instabile può assumere un significato molto diverso rispetto a un’analoga superficie artificializzata in condizioni meno critiche. La quantità, dunque, è importante. Ma la localizzazione può esserlo ancora di più.
Quando il consumo di suolo può aumentare il rischio
Il suolo naturale svolge funzioni essenziali: favorisce l’infiltrazione delle acque meteoriche, contribuisce alla ricarica delle falde, sostiene la vegetazione e partecipa alla regolazione degli equilibri ambientali. La sua trasformazione, soprattutto quando comporta impermeabilizzazione, può modificare il comportamento delle acque, aumentando il ruscellamento superficiale e riducendo i tempi di risposta dei sistemi di drenaggio. In Calabria questi processi richiedono particolare attenzione per la complessità geologica e morfologica del territorio, caratterizzato da bacini idrografici spesso brevi e acclivi, versanti soggetti a instabilità e pianure nelle quali si concentrano insediamenti e infrastrutture. Naturalmente non ogni nuova costruzione determina automaticamente una frana o un’alluvione. Il rischio dipende dall’interazione tra pericolosità naturale, esposizione e vulnerabilità degli elementi presenti sul territorio. È però altrettanto evidente che trasformazioni non adeguatamente valutate possono aggravare condizioni di fragilità già esistenti.
Il Rapporto ISPRA offre un’indicazione significativa: nel 2025, a livello nazionale, sono stati consumati ulteriori 1.106 ettari nelle aree a rischio alluvione e 707 ettari in quelle a rischio frana. Non sono dati riferiti alla sola Calabria, ma descrivono una criticità che riguarda direttamente le scelte di pianificazione anche nella nostra regione.
Le pianure costiere e le fiumare: conoscere prima di trasformare
La Piana di Sant’Eufemia rappresenta un esempio particolarmente significativo della necessità di valutare il territorio nel suo insieme. Qui l’equilibrio idraulico è condizionato dalle caratteristiche naturali della pianura, dagli interventi storici di bonifica, dalla rete di canali e opere di drenaggio, oltre che dalle successive trasformazioni agricole, urbane e infrastrutturali. L’urbanizzazione e l’impermeabilizzazione, se non accompagnate da adeguate verifiche idrologiche e idrauliche, possono concorrere ad aumentare le difficoltà di smaltimento delle acque meteoriche, soprattutto in presenza di terreni già saturi e sistemi di drenaggio insufficienti. Considerazioni analoghe valgono, con caratteristiche differenti, per la Piana di Sibari, la Piana di Gioia Tauro e i territori attraversati dalle numerose fiumare ioniche e tirreniche.
Lungo le coste si aggiungono altri fattori: erosione, dinamiche sedimentarie, modificazioni degli apporti fluviali e pressione degli insediamenti. Sono processi tra loro collegati, che non possono essere affrontati attraverso interventi isolati o valutazioni limitate ai confini amministrativi dei singoli Comuni. Lo conferma anche l’attenzione dedicata dalla Regione Calabria alla gestione dei sedimenti dopo gli eventi meteorologici del gennaio 2026, che hanno evidenziato la stretta relazione tra dinamiche dei corsi d’acqua, dissesto ed erosione costiera.
La Regione aggiorna gli strumenti: la sfida è utilizzarli
La Calabria dispone già di un importante patrimonio di conoscenze geologiche e territoriali. Il Piano di Assetto Idrogeologico, il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico e gli strumenti della pianificazione di bacino costituiscono riferimenti fondamentali per orientare le trasformazioni e prevenire nuove condizioni di rischio. Il QTRP, approvato nel 2016, rappresenta lo strumento regionale di indirizzo per la tutela del paesaggio e il governo del territorio, mentre la legge urbanistica regionale n. 19 del 2002 disciplina il sistema della pianificazione.
Particolarmente attuale è il processo di aggiornamento della pianificazione del rischio alluvioni, illustrato dalla Regione nell’ottobre 2026. Le nuove elaborazioni utilizzano anche un modello digitale del terreno aggiornato al 2025, con l’obiettivo di migliorare l’individuazione delle aree esposte e di orientare le future decisioni urbanistiche. È un progresso significativo, ma la disponibilità di strumenti conoscitivi sempre più dettagliati non garantisce, da sola, una migliore gestione del territorio. La loro efficacia dipende dall’effettiva integrazione nei piani urbanistici comunali, nelle valutazioni dei progetti e nelle decisioni amministrative. L’esperienza maturata negli studi per il PAI della Calabria conferma l’importanza di considerare la pianificazione del rischio non come un semplice sistema di vincoli, ma come uno strumento dinamico di conoscenza e prevenzione. Le cartografie della pericolosità devono essere aggiornate, approfondite alla scala appropriata e utilizzate prima di assumere decisioni che possono modificare le condizioni del territorio. Occorre inoltre ricordare che un’area non classificata tra quelle a pericolosità elevata non è necessariamente priva di criticità. Le condizioni geologiche e idrauliche devono essere sempre valutate in relazione alle caratteristiche degli interventi previsti.
Recuperare il territorio anziché continuare a occuparlo
Una delle novità più interessanti del Rapporto ISPRA-SNPA 2026 riguarda proprio la possibilità di invertire la tendenza attraverso il recupero delle superfici già artificializzate. A livello nazionale sono stati individuati oltre 212.000 ettari con potenzialità di ripristino, da valutare per interventi di depavimentazione, incremento degli spazi verdi e miglioramento ecologico degli ambienti urbani. Si tratta di superfici potenziali, non automaticamente disponibili, ma che indicano una direzione precisa: prima di occupare nuovo suolo naturale occorre valutare le possibilità di recuperare quello già trasformato. È una prospettiva particolarmente interessante per la Calabria, dove il patrimonio edilizio inutilizzato, gli insediamenti degradati e alcune aree produttive dismesse possono rappresentare opportunità di rigenerazione, purché siano verificate le condizioni di sicurezza e la sostenibilità degli interventi.
Recuperare non significa soltanto riutilizzare edifici. Significa anche restituire permeabilità ai terreni, migliorare la gestione delle acque, aumentare gli spazi verdi e riqualificare parti di territorio compromesse. La rigenerazione può così diventare uno strumento non soltanto ambientale, ma anche economico e sociale.
La prevenzione comincia dalle scelte sul territorio
Ogni volta che piogge intense provocano allagamenti, frane e danni alle infrastrutture, il dibattito pubblico torna inevitabilmente sull’eccezionalità degli eventi meteorologici. Conoscere le precipitazioni, la loro intensità e frequenza è indispensabile. Ma non basta. Occorre anche domandarsi come sia cambiato il territorio, quali superfici siano state impermeabilizzate, come funzionino le reti di drenaggio, quali interventi abbiano modificato il reticolo idrografico e quanto sia aumentata l’esposizione di abitazioni e infrastrutture.
Il cambiamento climatico rende ancora più importante questa riflessione, ma non può diventare una spiegazione indistinta di ogni danno o una giustificazione delle carenze nella gestione del territorio. Il nuovo Rapporto ISPRA dimostra quanto siano avanzate le nostre capacità di osservare e misurare le trasformazioni attraverso dati satellitari, cartografie e indicatori territoriali. La sfida, oggi, è trasformare queste conoscenze in scelte coerenti.
Per la Calabria significa integrare realmente geologia, pianificazione urbanistica, tutela delle risorse idriche, gestione dei bacini e prevenzione dei rischi. Non si tratta di impedire ogni trasformazione o di contrapporre tutela ambientale e sviluppo. Si tratta di riconoscere che lo sviluppo deve essere compatibile con le caratteristiche e i limiti dei luoghi. Perché il problema non è soltanto quanto suolo continuiamo a consumare, ma quanto rischio possiamo creare consumandolo nel posto sbagliato. E la prevenzione, prima ancora che nelle opere di emergenza, comincia proprio dalle decisioni che assumiamo sul territorio.
Fonte principale: ISPRA-SNPA, Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio. Edizione 2026, Report Ambientali SNPA n. 50/2026, ottobre 2026.
Documentazione regionale: Regione Calabria, Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico (QTRP); Piano Attuativo 2026 per la difesa del suolo; aggiornamenti della pianificazione del rischio alluvioni, ottobre 2026.
- ISPRA-SNPA – Rapporto 2026
- Regione Calabria – Aggiornamento del Piano alluvioni, 12 ottobre 2026
- Regione Calabria – Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico
- Regione Calabria – Piano Attuativo 2026

