La COP17 della Convenzione sulla Diversità Biologica, che si chiude oggi in Armenia, lascia aperti interrogativi sulla capacità della politica di affrontare la crisi climatica e la perdita di biodiversità. A sottolinearlo è Slow Food, che giudica insufficienti gli impegni discussi durante il vertice: le misure annunciate restano non vincolanti e basate sulla partecipazione volontaria, con il rischio di non correggere i ritardi accumulati sugli obiettivi fissati negli anni passati. Secondo Slow Food, la COP17 non è riuscita a riconoscere con sufficiente forza il ruolo della biodiversità come strumento per mitigare e contrastare il cambiamento climatico. Durante il vertice è stata annunciata la mobilitazione di nuove risorse e sono stati prospettati piani per recuperare gli obiettivi già stabiliti e mancati. Per l’associazione, tuttavia, il carattere volontario e non vincolante delle decisioni rischia di lasciare ancora una volta le misure sulla carta. A mancare, osserva Slow Food, è una promozione convinta della conservazione e dell’uso della biodiversità come parte della soluzione alla crisi.
Crisi climatica, il peso delle scelte economiche
Slow Food collega l’insufficienza delle politiche ambientali anche alle difficoltà della finanza climatica e alla persistente centralità degli investimenti legati al settore fossile. A suo giudizio, la politica tende a preservare lo status quo e i privilegi consolidati, mentre l’immobilismo mette a rischio il futuro collettivo, senza distinguere tra gruppi sociali. L’associazione si interroga sulle ragioni dell’inazione e della mancanza di risposte adeguate, in contrasto con una sensibilità ambientale sempre più diffusa. Tra le possibili cause indica l’avidità e la ricerca del profitto, oppure l’incapacità di comprendere la gravità del problema. Le conseguenze della crisi, sostiene, riguarderanno tutti, ricchi e poveri.
Agrobiodiversità e produzione di cibo
Da quarant’anni Slow Food si occupa di biodiversità agricola e considera strettamente connessi gli equilibri degli ecosistemi naturali e quelli dei sistemi alimentari. La produzione di cibo, infatti, può incidere direttamente e indirettamente anche su habitat ed ecosistemi lontani dai luoghi in cui si coltiva e si alleva. Per questo l’associazione ritiene prioritario cambiare i metodi di produzione e promuovere un diverso modo di consumare. “Tutto il mondo è agrobiodiversità – sostiene Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia – e le politiche agro-ambientali devono essere in cima alle agende politiche, a cominciare dall’Europa. Non si può rimanere in silenzio davanti a ciò che sta accadendo: i dati appena pubblicati dalle Nazioni Unite rivelano che nel 2025 i gas serra hanno raggiunto livelli mai toccati prima. Accade nonostante la crisi climatica sia da anni un fatto acclarato e di cui tutti (e non soltanto la comunità scientifica) hanno consapevolezza”.
Agroecologia e PAC al centro delle politiche ambientali
Per Slow Food il cibo può diventare uno strumento di cambiamento e l’agroecologia una risposta agli effetti dell’industrializzazione. L’obiettivo indicato è produrre alimenti tutelando il suolo, preservandone la fertilità, salvaguardando la biodiversità e proteggendo l’ambiente. Secondo Sottile, da queste scelte possono derivare benefici per la salute pubblica, l’economia e la tenuta democratica delle comunità, messe sotto pressione dall’aumento delle disuguaglianze. “Produrre cibo conservando il suolo, mantenendo la fertilità, salvaguardando la biodiversità e proteggendo l’ambiente dovrebbe essere il primo degli obiettivi – conclude Sottile – perché da lì, a cascata, si generano effetti positivi sulle salute pubblica, sull’economia, sulla tenuta democratica delle nostre comunità che altrimenti rischia di saltare a causa delle diseguaglianze crescenti. L’agroecologia dovrebbe essere il cardine di qualsiasi politica ambientale e agricola, a cominciare dalla PAC. Oggi, ed è incredibile, invece si continua imperterriti a perseguire vie di sviluppo già ampiamente bocciate dalla storia recente”.
