Il fenomeno climatico El Niño sta dominando le cronache meteorologiche mondiali, ma una profonda divergenza nelle rilevazioni sta dividendo gli esperti in modo netto. Il Met Office britannico ha infatti definito l’attuale evento climatico come del tutto senza precedenti, mentre l’agenzia meteorologica del Giappone si è spinta a classificarlo direttamente come il più forte mai osservato. I previsori degli Stati Uniti, in apparente controtendenza, affermano invece che il fenomeno si trova ancora dietro ai più grandi eventi registrati nei loro archivi storici. Per capire come possano avere tutti ragione contemporaneamente, bisogna analizzare i differenti metodi scientifici impiegati per misurare la forza di questa vastissima anomalia. Le agenzie meteorologiche globali utilizzano infatti parametri e tecniche di misurazione talmente diversificati da rendere i paragoni diretti estremamente complessi e spesso fuorvianti per il grande pubblico. L’entità della manifestazione attuale ha portato i ricercatori ad interrogarsi sulla validità universale delle metriche attualmente impiegate per il monitoraggio oceanico. Come ha spiegato ad AFP la climatologa Emily Becker dell’Università di Miami, dovremo attendere la fine di questo ciclo affinché gli scienziati possano valutare la sua grandezza e capire con esattezza “dove si colloca nel contesto storico“.
I motori del clima oceanico e le anomalie delle temperature assolute
L’oscillazione meridionale El Niño, nota in ambito scientifico con l’acronimo ENSO, rappresenta il principale motore climatico naturale del nostro pianeta all’interno dell’Oceano Pacifico. In condizioni normali i venti alisei soffiano costantemente da Est verso Ovest lungo la fascia equatoriale, spingendo le acque calde dal Sud America in direzione dell’Asia e permettendo contestualmente alle acque fredde di risalire in superficie dalle profondità per sostituirle. Gli eventi di El Niño, che si verificano in media ogni 2 o 7 anni e possiedono una durata variabile compresa tra i 9 e i 12 mesi, alterano profondamente questo delicato equilibrio naturale. Durante queste fasi i venti alisei si indeboliscono pesantemente e l’acqua calda viene spinta indietro verso Est, proprio in direzione delle Americhe. Questo spostamento radicale nella zona di rilascio del calore oceanico nell’atmosfera si ripercuote sull’intero clima globale, rendendo alcune regioni del mondo più fredde e umide e altre decisamente più calde e secche. Nel descrivere l’attuale El Niño come del tutto inedito, il Met Office si concentra prevalentemente sulle temperature assolute registrate nelle acque. In una dichiarazione ufficiale rilasciata ad AFP l’istituto ha confermato: “Le nostre osservazioni confermano che le temperature della superficie del mare nel Pacifico equatoriale centrale hanno ora superato i livelli registrati durante i precedenti eventi di El Niño“.
Le aree di rilevazione e i diversi approcci delle agenzie
Le temperature assolute offrono una visione parziale per misurare la potenza del fenomeno. Le istituzioni analizzano con grande frequenza le anomalie termiche per valutare con precisione la deviazione dei valori al di sopra di una determinata base storica di riferimento. La scorsa settimana, ad esempio, l’agenzia meteorologica giapponese ha dichiarato che questo El Niño è in assoluto il più forte mai registrato basandosi sull’innalzamento delle temperature della superficie del mare nella regione chiamata Nino3, che si trova nel Pacifico dell’Est. Secondo le loro rigorose stime, l’evento in corso ha stracciato le rilevazioni del 1997, considerando tutte le osservazioni storiche a partire dal 1949. Negli Stati Uniti i ricercatori focalizzano invece la loro attenzione su un quadrante marittimo adiacente denominato Nino3.4, localizzato con precisione nel Pacifico centro-orientale. Gli americani dichiarano in modo ufficiale la presenza di un evento di El Niño nel momento esatto in cui le temperature in quella specifica area superano di almeno 0,5°C la media abituale e l’atmosfera inizia a rispondere alla variazione, indebolendo gradualmente i venti alisei per spostare tutte le precipitazioni tropicali verso Est. Questo delicato e complesso processo di interazione è conosciuto e studiato dai climatologi come “accoppiamento oceano-atmosfera“.
Il peso del riscaldamento globale nella creazione di nuovi indici
Il modo corretto per definire cosa sia la normalità climatica ha alimentato un lunghissimo dibattito all’interno della comunità scientifica. La NOAA e le altre agenzie governative, inclusa l’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite (WMO), hanno impiegato per moltissimo tempo l’Oceanic Nino Index (ONI). Questo sistema confronta le rilevazioni con una media calcolata su 30 anni, che viene costantemente aggiornata ogni 5 anni, permettendo alla linea di riferimento di mantenersi allineata con l’innalzamento termico della Terra. Con la forte accelerazione dei cambiamenti climatici in atto, la NOAA ha deciso di abbandonare i vecchi schemi per utilizzare il Relative Oceanic Nino Index (RONI) e la stessa WMO ha avviato la transizione verso il nuovo protocollo. Il nuovo approccio mantiene una media calcolata su 30 anni, ma procede a misurare la discrepanza termica del Pacifico centro-orientale rispetto a tutto il resto dell’oceano tropicale. La ricercatrice Emily Becker, commentando l’inadeguatezza del vecchio sistema di valutazione che riduceva artificialmente l’impatto degli eventi climatici avversi, ha confermato: “Stavamo riscontrando una discrepanza tra la temperatura del Pacifico tropicale e gli impatti“. La scienziata ha ricordato inoltre che “con qualsiasi metro di giudizio, stiamo osservando un El Niño molto forte“. Le proiezioni aggiornate della NOAA prevedono che questo evento supererà tutti quelli registrati a partire dal 1950 nel caso in cui l’anomalia media trimestrale raggiungesse l’impressionante quota di 2,5°C o superiore, scavalcando di fatto le storiche annate estreme del 1982-83, del 2015-16 e del 1997-98. Le probabilità attuali sono classificate dagli esperti come molto alte e la Becker ha voluto concludere la sua analisi ricordando la valenza didattica di questi mesi critici: “Indipendentemente da dove lo classifichiamo o da come stiamo misurando questo evento, è un’incredibile opportunità per studiare e comprendere questo fenomeno molto potente nel contesto di un mondo in fase di riscaldamento“.
