Ricorre oggi uno degli avvenimenti più significativi e controversi della storia italiana del Novecento: la Marcia su Roma, l’azione politica e militare con cui il movimento fascista guidato da Benito Mussolini riuscì a conquistare il potere nell’autunno del 1922. Un episodio che, a oltre un secolo di distanza, continua a rappresentare un passaggio fondamentale per comprendere la crisi della democrazia italiana e l’avvento della dittatura.
Per ricostruire quei giorni occorre tornare all’Italia del primo dopoguerra: il Paese era attraversato da tensioni economiche, disoccupazione, conflitti sociali e instabilità politica. Il biennio 1919-1920, conosciuto come Biennio rosso, era stato caratterizzato da scioperi, manifestazioni e occupazioni di fabbriche e terre. In questo clima di paura e incertezza, il fascismo aveva trovato spazio proponendosi come forza capace di ristabilire l’ordine, ma ricorrendo anche alla violenza sistematica contro sindacalisti, socialisti, organizzazioni contadine e oppositori politici.
La mobilitazione delle camicie nere
Il movimento fascista, fondato da Mussolini nel 1919, aveva progressivamente rafforzato la propria influenza attraverso le squadre d’azione, gruppi paramilitari riconoscibili dalle camicie nere. Queste formazioni aggredivano sedi sindacali, cooperative, giornali e amministrazioni locali legate alle forze di sinistra, spesso con la tolleranza o la complicità di settori delle istituzioni e delle élite economiche.
Nell’ottobre del 1922, Mussolini e i dirigenti fascisti decisero di puntare alla conquista del governo attraverso una dimostrazione di forza. La mobilitazione delle squadre fasciste, provenienti da diverse parti d’Italia, si concentrò tra il 27 e il 28 ottobre, mentre il governo guidato da Luigi Facta cercava di fronteggiare la situazione. La Marcia su Roma non fu una battaglia campale per la conquista della capitale: fu soprattutto un’operazione di pressione politica sostenuta dalla minaccia della violenza. Migliaia di fascisti si mossero verso Roma e occuparono o tentarono di controllare punti strategici in diverse località del Paese. Le condizioni meteorologiche erano difficili e l’organizzazione della mobilitazione presentava numerose criticità, ma il successo dell’operazione dipese soprattutto dalle decisioni delle autorità statali.
La decisione del re e la nomina di Mussolini
Di fronte alla mobilitazione fascista, il presidente del Consiglio Luigi Facta propose di proclamare lo stato d’assedio per consentire all’esercito di intervenire. Il provvedimento, tuttavia, non entrò in vigore: il re Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmarlo. Quella scelta si rivelò decisiva: le ragioni della decisione del sovrano sono state oggetto di numerose ricostruzioni storiche e comprendono il timore di una guerra civile, le incertezze sulla fedeltà delle forze armate e la volontà di evitare una rottura con gli ambienti conservatori e con il movimento fascista.
Il 29 ottobre 1922, il re affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo. Il giorno successivo, il leader fascista arrivò a Roma e assunse la guida di un esecutivo composto inizialmente anche da esponenti liberali, nazionalisti e popolari. Il 30 ottobre viene convenzionalmente ricordato come il momento dell’ingresso di Mussolini al potere, mentre la marcia e la crisi istituzionale si erano sviluppate nei giorni precedenti. La conquista del governo avvenne dunque senza una presa militare diretta della capitale, ma sotto la pressione di un movimento che aveva fatto della violenza politica e della minaccia insurrezionale strumenti centrali della propria strategia.
Dalla crisi dello Stato liberale alla dittatura
La nomina di Mussolini non determinò immediatamente la nascita di una dittatura compiuta. Nei primi mesi, il governo mantenne formalmente alcune caratteristiche del sistema parlamentare. Tuttavia, il fascismo iniziò rapidamente a consolidare il proprio potere, indebolendo le istituzioni rappresentative e limitando progressivamente le libertà politiche. Una tappa fondamentale fu la legge elettorale del 1923, nota come legge Acerbo, che assegnava un consistente premio di maggioranza alla lista più votata, purché superasse una determinata soglia. Le elezioni del 1924 si svolsero in un clima di intimidazioni e violenze. Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato in Parlamento i brogli e le aggressioni fasciste, la crisi politica si aggravò.
Nel gennaio del 1925 Mussolini assunse apertamente la responsabilità politica del clima creato dal fascismo e avviò la fase decisiva della trasformazione autoritaria dello Stato. Le leggi fascistissime del 1925-1926 completarono lo smantellamento delle libertà democratiche, mettendo fuori legge i partiti di opposizione e consolidando il controllo del regime sulla società.
